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La tradizione sulle origini di Roma è in massima
parte frutto di una tarda rielaborazione; inutile quindi cercarvi le idee
politiche dei primi secoli di vita nazionale, giacché ad insistere
si rischierebbe di cogliere niente più che il riflesso di concezioni
più recenti proiettate nel passato: un atteggiamento che, interessato
com'è a esaltare le origini e i primordi di Roma, anche se non
sempre conduce a una deliberata falsificazione, continuamente confonde
la cronologia. Meglio limitarsi a tracciare le grandi linee della prima
costituzione politica, cosl come, probabilmente, l'imposero, gli etruschi
ai pagi romani da loro conquistati verso la metà del VII secolo.
Sono qui riconoscibili i tratti essenziali della Città-Stato di
tipo etrusco (o greco), e soprattutto la prevalenza politica del nucleo
urbano su una campagna priva di ogni ruolo effettivo nella direzione dello
Stato.
Il potere esecutivo spetta al rex, assistito da un senato formato dai
capi delle gentes. L'assemblea popolare, divisa in curiae, detiene il
potere legislativo. Ai margini delle gentes e della loro clientela, che
costituiscono il corpo civico per eccellenza, nasce e si sviluppa una
plebe costituita da popoli assoggettati, da stranieri immigrati e da clienti
emancTpati del patriziato. Esclusa dalla Città e dalla Legge, questa
plebe non gode di diritti civili o politici, e neanche ha i doveri imposti
dallo status di cittadino.
Il riconoscimento della cittadinanza alla plebe può considerarsi
il fatto più rilevante dell'antica storia romana: la prima delle
grandi misure integrative e di assorbimento che segnano il cammino di
Roma verso il suo destino di città universale. A datare dal V secolo
la caduta della monarchia e il progresso di queste popolazioni, nuovamente
promosse all'esistenza politica, pongono di fronte i due protagonisti
di una lunga lotta che può dirsi appena iniziata: plebe e patriziato.
Nel periodo compreso tra il V e il Il secolo non abbiamo testi letterari
che ci possano aiutare a capire l'evoluzione delle idee politiche. Prima
del 240 le nostre fonti si riducono alla legge delle XII tavole. Bisogna
poi attendere Cicerone (106-43 a.C.) per avere una prima espressione compiuta,
un'esposizione organica delle dottrine politiche. Ma, tuttavia, proprio
attraverso queste lacune possiamo individuare qualche caratteristica generale.
Influenza della politica estera
La storia interna di Roma - dalla fondazione alla sua caduta - si identifica
con la sua storia esterna. La Città, che dalla conquista del Lazio
passa prima a quella dell'Italia e poi a quella di tutto il mondo allora
noto, sarà assorbita totalmente in questa impresa: i suoi problemi
essenziali riguarderanno infatti i rapporti con i popoli vinti, da vincere
e assoggettare, lo stato civile e politico che ad essi dovrà riconoscersi.
Fin dal momento del suo affermarsi questa municipalità dovrà
appianare dissidi di ogni genere in tutto il bacino mediterraneo. Qui
la dottrina ha un ruolo pressoché irrilevante: non si teorizza
sul sistema quando il tempo urge e gli uomini di Stato sono anzitutto
i capi di un esercito in guerra su tutti i fronti. A questa continua necessità
di agire si aggiunga il radicale disprezzo dei romani per tutto quanto
è diverso da loro, e sarà comprensibile il disinteresse
per una precisazione dottrinaria della loro posizione nei confronti di
popoli considerati inferiori e che essi si limitavano ad amministrare,
convinti di esercitare così una funzione più che meritoria.
Tuttavia, queste avventure in terre lontane avevano risonanza continua
nella vita cittadina: non è ad esse che si deve la formazione e
la promozione politica degli equites come classe? Non hanno esse forse
modificato profondamente i rapporti di forza nel Foro e trasformato i
termini di ogni problema cittadino? Ma saranno proprio questa pressione,
queste continue modificazioni che per molto tempo turberanno ia prospettiva
dei politici latini. L'immagine della grandezza romana, esclusiva ed astratta,
impedirà per molto tempo un'analisi ampia ed aperta, l'elaborazione
di un sistema sensibile a esigenze etiche oltre che logiche.
Otium e negotium
D'altra parte non bisogna dimenticare che il genio romano si esprime
altrove, e non nella riflessione teorica; se Cincinnato lascia la spada
è per prendere l'aratro. Ogni dimissione, ogni pausa dell'azione,
vuoi motivata dallo studio vuoi dalla politica, offende un romano della
razza di Catone.
L'otium, il tempo concesso a se stesso, la distrazione, sarà per
Roma una faticosa conquista e dovrà continuamente giustificarsi
con le ragioni dell'efficienza. Quando i giureconsulti per sei mesi l'anno
si ritirano nella loro residenza di campagna, si giustificano con la necessità
di preparare in tutta tranquillità la documentazione per la loro
attività.
Il riposo dei greci così ricco di riflessioni, di discussioni e
di studi che ha finito col significare addirittura la scuola, ispira ai
romani una diffidenza istintiva, mentre nella riflessione sistematica
vedono soprattutto una perdita di tempo; la storia delle loro idee è
tutta intessuta di meditazioni il cui assioma generale può dirsi
" primum vivere (e bisognerebbe dire agere), deinde philosophari
"; senza contare poi che moltissimi, la maggior parte di loro, non
hanno mai trovato il tempo di passare alla seconda parte di questo programma;
senza rimpianto, del resto, se si pensa che lo stesso termine " philosophari
" ha un significato che per molto tempo provocherà disprezzo,
irritazione o bonario compatimento. Bisogna che si determini - e ne dovranno
passare di anni - una situazione affatto nuova, perché si affermi,
con le Tusculanae, il piacere delle lunghe discussioni, degli incontri
e del dialogo. Ma ora bisogna fare la guerra, amministrare e guadagnare
danaro. t perciò che le concezioni politiche romane si dimostreranno
così vicine all'azione da esserne assolutamente indissociabili.
~ certamente a questo e ad altri aspetti del genere che si pensa quando
si parla del famoso realismo romano.
L'influenza della letteratura ellenica
I greci, o meglio gli scrittori e i professori ellenistici di lingua e
di cultura greche dai quali già da molto tempo il mondo mediterraneo
attingeva le idee generali, dovevano indurre i conquistatori romani a
modificare e a temperare questo loro atteggiamento. ~ fin troppo noto
come la civiltà greca abbia " vinto i suoi vincitori ";
tuttavia, a impedire .che questo ascendente trionfasse subito e senza
riserve, vi fu una lunga tenace e quasi generale opposizione. Non era
soltanto la fama del " graeculus esuriens ", servile e tarato,
a contrastare la simpatia dei romani, ma ancora il loro modo teorico,
astratto di concepire morale e politica.
Nel 156 a.C., Carneade, ambasciatore degli ateniesi, venne a Roma per
difendere i suoi concittadini in una controversia arbitrata dai romani.
Fu in questa occasione che pronunciò due discorsi di fronte a uno
stesso uditorio: nel primo dimostrava che la giustizia era il più
alto dei beni concessi all'uomo; nel secondo si fermava invece sulla difficoltà
di essere saggio (meglio dire prudente) e giusto allo stesso tempo. Proposizioni
non del tutto estranee allo scopo delhi sua missione. Ma quella sorta
di acrobazia ideologica (che certamente un Tucidide non avrebbe disapprovato,
e che, nonostante tutti i segni della decadenza, si richiama al più
autentico spirito greco, sempre preoccupato di porre i problemi in una
più vasta prospettiva), proposta a un pubblico romano, nei giovani
suscitò la stessa ammirazione che si ha per gli acrobati, negli
anziani inquietudine e disprezzo. Carneade non sarebbe tornato più
a Roma.
Questo ritrarsi di fronte all'azione, questa disponibilità fatta
di scetticismo, di fiducia nell'abilità, questo gusto delle cose
in cui non prevale la ricerca immediata dell'utile, finivano per disporre
negativamente anche quei romani più favorevoli all'ellenismo; i
quali a modello preferivano assumere le bellezze dell'arte piuttosto che
il metodo di pensiero. Se poi si arrischiavano a farlo, la maggior parte,
nella rielaborazione dei sistemi prescindeva da ogni loro implicazione
politica. Come, infatti, potevano giudicare l'epicureismo che invitava
ad abbandonare la cura degli affari, o la Nuova Accademia che poneva in
causa tutti i valòri e mortificava lo spirito di iniziativa?
Quanto allo stoicismo, per lungo tempo i romani si limitarono ad accoglierne
soltanto gli elementi più confacenti al loro genio nazionale, e
cioè tutto quanto interessava la morale pratica. Bisogna dunque
attendere gli ultimi anni della Repubblica perché nel campo delle
dottrine politiche comincino ad affermarsi sistemi generali direttamente
ispirati alle concezioni greche.
Diritto e politica
Ad essere giusti dobbiamo ricordare che l'impegno morale dei romani si
esercitava in~ un campo tutto diverso. t ormai scontato insistere sul
loro primato nell'elaborazione del diritto e, di conseguenza, sul ruolo
essenziale che questo ha avuto nella vita e nella storia di Roma. Soltanto
per indagare la condizione giuridica degli uomini e delle cose, il romano
riesce a sollevarsi dalle necessità dell'azione. Il diritto è
la sola forma ammissibile di astrazione teorica; ma non bisogna dimenticare
che il ius è strettamente legato all'azione, per la quale, oltretutto,
appronta metodi e schemi. Laddove il greco pensa in termini filosofici
politici e morali, il romano pensa in termini giuridici. Malgrado le lotte,
il sangue e i colpi di Stato, la sua politica è interamente dominata
da nozioni e da formule che si direbbero elaborate da avvocati o da notai.
Ci si imbatte di continuo in polemiche sui requisiti del dominium, questioni
di competenza giudiziaria o definizioni di status. Anche le grandi componenti
della forza politica saranno viste in funzione di procedure: Imperium,
Auctoritas. Il genio romano, analitico e tradizionalista, si manifesterà
nell'aver saputo adattare questo pesante meccanismo alle vicende della
storia, così come il genio greco si potrà vantare di aver
puntualizzato nei suoi sistemi l'ondeggiante opportunismo della sua evoluzione.
La stessa religione non sfugge a questo imperioso dominio: tutta formule
strettamente connesse alle decisioni da prendere, agli atti da compiere
(auspicia), finisce per essere una sorta di garanzia cercata nel consenso
di una legalità superiore.
Non è un caso, perciò, che il primo grande documento letterario
che ci è dato conoscere sia proprio la legge delle XII tavole.
Per i romani il diritto tiene luogo di politica e di morale. Il ius, con
le sue forme precise e sodificate, sostituisce il nomos dei greci, sottile
e idealista. Anche qui, conseguenza di questa vocazione, e fin quando
le circostanze non imporranno profonde modificazioni alla struttura dello
Stato, la necessità di dottrine politiche sarà scarsamente
avvertita. Dove si ferma la spada subentra il diritto. Pretori e generali
sono più che sufficienti nel primo periodo dell'epopea romana.
modo lo Stoicismo, completamente disponibile a ogni casistica, indifferente
ma neanche ostile all'impegno, tutore della dignità in ogni caso,
sarà lo strumento ideale in questo drammatico mercanteggiar2 della
nobiltà romana con il potere.
a) SENECA E IL "DE CLEMENTIA ".
- a Seneca, al suo versatile ingegno che dobbiamo il più notevole
tentativo di dare una struttura unitaria agli sparsi elementi di una dottrina
già provata - e non poco - dagli avvenimenti. Egli comincia col
dare per scontata l'esistenza di una sorta di condizione ottima del principato,
in realtà già voluta e raggiunta da Augusto; è ad
essa che bisogna tornare dopo gli eccessi di Tiberio, di Caligola, e di
Claudio, veri e propri tiranni.
Precettore (49-54) e poi ministro (34-621 di Nerone, Seneca cerca di riproporre
quel sistema diarchico, rimaneggiamento dell'antica Costituziot~ìe
di Polibio, che egli crede essere stato negli intenti di Augusto: il discorso
programmatico di Nerone - compilato da lui -lo riconosce esplicitamente:
" Ex Augusti praescripto imperaturum se" (Svetonio, Vita di
Nerone, 10), ma la lettura del De Clementia mostra tutta l'irrealtà
della diarchia. In questa opera Seneca cerca di definire "la misurà
ideale di Cesare ". La sua tesi è molto semplice: la natura
spinge gli uomini a darsi un capo; il principe èdunque necessario.
Questi però deve agire nell'interesse dei suoi sudditi e non già
nel suo; è il tutore, non il padrone, il rappresentante del popolo
provveduto di un potere divino, non un dio; ma soprattutto egli è
il servo e l'interprete delle leggi. Evidente la preoccupazione di Seneca
di definire entro limiti precisi un regime per sua natura incline alla
monarchia, cercando in pari tempo di allQntanarlo da questa sua disposizione.
Il programma della diarchia avrebbe voluto una suddivisione dell'autorità
tra il Principe e il Senato. Ora, dall'opera di Seneca si deduce fin troppo
chiaramente che tutto quanto esiste lo è soltanto per concessione
imperiale. I titoli stessi delle opere, il De Clementia o il De Ira, testimoniano
che, in ultima analisi, solo fattore determinante è la personalità
del principe, e sola speranza è che questi sia un saggio: resta
da precisare (e qui, sotto la veste morale, si pone il vero problema politico)
che cosa debba intendersi per saggio; e quando Seneca per spiegarlo si
riferisce alle virtù stoiche, vuole dire che l'imperatore, dotato
di queste virtù, accetta di essere soltanto il disinteressato gestore
di un'autorità che non conosce altri limiti se non quelli che essa
stessa si impone. Saggio è chi dimentica se stesso per farsi servitore
della legge positiva come di quella etica. Sistema, questo di Seneca,
fondato su un atto di fede: si suppone che il principe, accettando spontaneamente
il principio diarchico, venga a incarnare tutta l'autorità dello
Stato e, insieme, a rispettare - di sua volontà - e a sostenere
quella del Senato.
b) L'OPPOSIZIONE DURANTE L'IMPERO. - Come Seneca nelle virtù
di un buon imperatore vede la garanzia di un giusto principato, così
chi è contrario all'Impero, lungi dal condannare il regime nei
suoi principi, è sui vizi dei cattivi imperatori che impernia la
sua denuncia. E possibile che qualcuno di questi attacchi personali nasconda
una critica diretta al sistema, ma si tratta pur sempre di sporadiche
eccezioni; in linea di massima le proteste si rivolgono contro gli eccessi.
Si definisce tiranno (e non già principe) chi si inoltra sulla
via dell'arbitrio e dell'assolutismo, ma in realtà lo è
chiunque - per motivi giustificati o non - opprima l'aristocrazia. Le
persecuzioni contro i filosofi, specialmente sotto Nerone e Domiziano,
potrebbero far credere che per lo meno in certi ambienti intellettuali
si venisse formando una originale dottrina politica anti-imperiale. Ipotesi
poco attendibile, ove si rifletta che uno dei perseguitati è proprio
Dione Crisostomo, futuro apologeta di Traiano. Più giusto supporre
che, come sempre, lo stoicismo sia stato fedele espressione dei notabili
più avvertiti, e che nei conflitti tra imperatore e Senato abbia
abbracciato la causa di quest'ultimo. Così come Seneca nel periodo
di collaborazione, sempre richiamandosi allo stoicismo, aveva proposto
la teoria della conciliazione, è probabile che sopravvenuto l'attrito
sia stata ancora la dottrina stoica a giustificare l'assenteismo e la
censura morale. Tacito ricorda come per i delatori stoico fosse sinonimo
di cospiratore e ribelle. Lo stoicismo non è affatto la causa dell'opposizione
ma soltanto il mezzo di cui si servono gli oppositori per legittimare
occasionalmente il loro distacco di fronte all'autorità imperiale.
In definitiva questa dottrina utile ai notabili per giustificare di volta
in volta e a seconda dei casi la loro adesione o la loro indifferenza,
non ci dice niente di nuovo. La sfiducia e l'amarezza di Tacito sono la
testimonianza di questa evoluzione. Deluso da un popolo insieme pavido
e facinoroso, ugualmente scettico nei confronti dell'aristocrazia (Ann.,
VI, 42), lo storico non crede più alla perfezione dell'antica Repubblica,
che il suo ripensamento critico gli mostra funestata dalle continue lotte
civili - e neanche alla forza della famosa Costituzione ideale di Polibio
e di Cicerone (Ami., IV, 33). Confessione quanto mai significativa: è
la fine di quell'ideale repubblicano al quale gli sforzi congiunti - anche
se giustificati da opposti motivi - del principe e dei senatori avevano
cercato di conservare prestigio attraverso tutti i rivolgimenti e le effettive
trasformazioni della compagine statale. Da questo momento il termine Respublica
perde il suo valore magico, nessuno parlerà più di Costituzione
mista, nessuno continuerà a farsi altre illusioni. La libertà
- pensa Tacito - si è rifugiata nelle foreste get~maniche; resta
la vita, soltanto la vita; è quindi giocoforza adeguarsi alle esigenze
dei tempi, trovare una strada che permetta di evitare i pericoli, senza
trascinare nella viltà (Ami., IV, 20). E in questa ricerca una
guida sicura non sarà certo la filosofia: " che un romano
e un senatore dimostrino verso di essa troppo acceso interesse, è
disdicevole ", dichiara Tacito senza mezzi termini. ~ così
che il suo realismo fa tabula rasa di molte illusioni ancora persistenti
ed è indice di un profondo mutamento degli animi. Da questo momento
tornerà a riproporre i concetti di libertà e di equilibrio
dei poteri. Decimata, esausta, alla fine del I secolo la nobiltà
romana è pronta ad accettare senza riserve e senza illusioni il
ricorso a una formula autoritaria.
SEZIONE Il - IL PRINCIPATO
Dopo Azio, Ottaviano, ormai incontrastato padrone del campo,
si dispone a organizzare il suo potere. Qui non possiamo seguire i singoli
momenti di una evoluzione istituzionale che, grazie all'abilità
di Augusto e alla perseveranza dei suoi successori, sfocerà in
una nuova forma politica destinata a un enorme successo. Questa trasformazione
risponde a una necessità pressante sentita da tutti, anche se inconsciamente;
dall'altra parte si è costretti a sottolineare lo scarto tra l'importanza
del fenomeno politico e la relativa esiguità del movimento dottrinale
che lo accompagna. Si direbbe quasi che i pensatori si rifiutino di considerare
nella sua totalità e nella sua originalità la portata di
questa evoluzione, peraltro fondamentale, per limitarsi a discuterla nelle
sue manifestazioni frammentarie ed episodiche. Mentre un nuovo Stato si
viene formando, mentre mutano gli stessi contenuti della realtà
politica, il pensiero politico continua a tenersi ai margini, senza neanche
spiegarsi o registrare i mutamenti in corso, se non nei loro aspetti più
immediatamente polemici, per esempio la lotta dei senatori e dei liberti.
Si direbbe che esso voglia nascondersi il vero significato degli avvenimenti.
Mentre il principato è già affermato dal 31 a. C., le prime
dottrine imperiali datano dalla fine del primo secolo della nostra era.
Verranno elaborate - bisogna ricordarlo - da autori di origine greca:
sarà infatti il pensiero politico greco a sostituirsi al pensiero
romano per dare all'Impero una sua ideologia.
Nell'evoluzione ideologica attuata durante l'Impero possono distinguersi
movimenti successivi di valore dottrinario assai disuguale. In un primo
periodo, che va sino a Vespasiano, i pensatori romani - notoriamente stoici
- continuano a ragionare in funzione delle idee politiche e della tradizione
morale della Repubblica, cercando di conciliare questo loro mondo con
la nozione di un principato, necessario ma contenuto entro limiti determinati.
Si ha l'impressione che l'aristocrazia romana, pur cosciente della necessità
di un potere forte e accentrato, cerchi allo stesso tempo di limitarne
le attribuzioni e - per quanto le riguarda - di sottrarsi alla sua influenza.
Contraddizioni, coteste, che necessariamente favoriscono l'affermazione
di teorie confuse ed eterogenee. Soltanto in un secondo momento, quando
una più conciliante aristocrazia provinciale - chiamata da Vespasiano
alle responsabilità di governo - si pone a contraltare dell'aristocrazia
romana gelosa delle sue libertà, è possibile elaborare una
dottrina coerente, fondata questa volta sulle tradizioni del pensiero
ellenistico e, in primo luogo, sullo stoicismo greco: è il grande
periodo dell'equilibrio imperiale. Infine, a partire dal III secolo, l'Impero
si va rapidamente trasformando in una monarchia orientale, e quindi cerca
la sua dottrina in sistemi filosofici più inclini alle concezioni
gerarchiche e non alieni dal riconoscere alla politica una veste di religiosità:
neo-pitagorismo e neo-platonismo. A queste filosofie divenute ufficiali,
ma che non lasciano opere degne di nota, una volta riconosciuto, e senza
provocare eccessivi sconvolgimenti, si aggiungerà - o si sostituirà
- il cristianesimo.
PRINCIPATO E LIBERTÀ
A) L'ideologia ufliciale
L'ideologia ufficiale non raggiunge una sua dignità
di teoria; si limita ad affermare che Augusto ha soltanto restaurato la
Repubblica compromessa dalle guerre civili. Il principe ha riportato la
pace in un mondo diviso; egli non reclama poteri speciali, ma solo accentrà
nella sua persona un certo numero di magistrature tradizionali dopo che,
nel 27, rimette al Senato, e in maniera spettacolare, tutti i suoi poteri.
Del resto nel suo testamento Augusto dirà di non essere stato superiore
ad alcuno in potestas, ma a tutti in auctoritas. La formula più
felice che finirà poi per imporsi lo presenterà come Imperator
nella province e come princeps a Roma. Indubbiamente vi è una bella
differenza tra il princeps repubblicano che aveva il solo privilegio di
esprimere per primo il suo parere in Senato e questo principe onnipotente;
ma l'apparenzà è salva e la Repubblica sembra intatta.
Non deve meravigliare se in questo periodo non siano nate nuove originali
teorie, giacché ogni sforzo è volto a dimostrare come in
fondo niente sia mutato, anche se spesso affermazioni del genere urtano
contro l'evidenza stessa dei fatti. In una prima fase si riaf
ferma continuamente l'immagine tradizionale della Costituzione romana,
e neanche si pensa a rinnegare o a dubitare del famoso sistema misto così
caro ai seguaci di Polibio e di Cicerone. Il governo di Roma resta democratico
poiché il principe rappresenta il popolo romano e si giustifica
affermando di avere ottenuto il suo consenso durante le lotte politiche
(cfr. il testamento di Augusto). Tuttavia è sempre un governo aristocratico,
visto che i poteri del Senato restano intatti, almeno esteriormente. Si
tende poi a introdurre una sorta di spartizione: il princeps imperator,
in virtù del suo imperium proconsulare maius et infinitum, controlla
le province militari, mentre il Senato amministra le province pacificate.
Il potere legislativo in linea di principio appartiene al Senato e in
via subordinata al princeps; l'amministrazione finanziaria dipende dal
Senato, ma il tesoro militare e il suo fiscus particolare dall'Imperatore.
Non èquesta la sede per investigare quale realtà si nascondesse
dietro questi princIpi. Ci limitiamo a constatare che la propaganda imperiale
non ha fatto altro che riprendere i temi della ideologia repubblicana
enunciati da Polibio e da Cicerone aggiungendovi di suo questa pecisazione:
uno dei tre elementi tradizionali della costituzione repubblicana - il
popolo - ha delegato i suoi poteri al princeps, e così in effetti
la triarchia si è ridotta a una diarchia. Circostanza, quest'ultima,
che se in pratica assume un valore decisivo, non tocca i fondamenti teorici
della dottrina, così che bisogna attendere Tacito per trovare un
rifiuto formale delle tesi ciceroniane sulla Costituzione mista.
L'opinione pubblica si lascia conquistare da questa forma
di cauta propaganda. Augusto, molto abilmente, riavvicina i seguaci di
Pompeo. Erede di Cesare, ma di più ampie vedute, campione della
pacificazione e della unione nazionale, egli dà il suo appoggio
a una letteratura che attraverso le voci di Virgilio e Livio è
volta soprattutto a celebrare le glorie passate e il futuro di Roma. Questa
grandezza imperiale, nella quale ogni cittadino dovrebbe riconoscersi
ed esaltarsi, è lo schermo magnifico che nasconde il potere personale
del Princeps e, insieme, l'ideale capace di trascinare tutti i romani
nell'entusiasmo di un'opera che li supera, verso la generale riconciliazione
e il conseguente superamento delle lotte politiche. ~ l'appello a conservare
insieme la res romana, invece di ostinarsi a definire e a dividersi la
res publica. Non vi è contraddizione nella letteratura di questo
periodo, quando Orazio e Ovidio cantano nei loro poemi i piaceri della
vita tranquilla, della campagna e dell'amore: è il lato bonario
e familiare di questa grandezza, e, al pari di essa, sono tutti aspetti
che allontanano i cittadini dalle lotte intestine.
Questa res romana, patrimonio comune che l'Impero - almeno
in questo fedele agli schemi repubblicani - pone al centro della sua propaganda,
offre al pensiero politico europeo un insegnamento destinato ad avere
grandi sviluppi. In effetti questa forma di governo, che in pratica tende
verso la monarchia mentre sui piano teorico tutte le sue forze son volte
a negarla, proprio attraverso questa duplice vocazione fonda la nozione
di Stato; e cioè nella misura in cui, parallelamente alla creazione
di un potere più personalizzato, con il suo apparato gerarchico,
questo stesso potere esclude di avere la libera disposizione di quell'immenso
patrimonio costituito dall'Impero. E' quanto mai indicativo - e lo vedremo
- che il principio dell'ereditarietà dinastica di tipo orientale
non sia mai riuscito ad affermarsi, almeno come generalizzazione teorica:
l'Impero non è una proprietà trasmissibile. Si aggiunga
che mai - al contrario di Serse, di Alessandro, dei Tolomei - gli imperatori
romani potranno disporre degli sterminati domini imperiali come di una
loro proprietà persinale, che può dividersi alienarsi o
usarsi a discrezione. Essi non sono che i depositari di un patrimonio
appartenente al populus romanus (secondo la definizione propria della
Costituzione mista); una astrazione, si dirà, capace di assumere,
secondo le esigenze, gli aspetti più diversi, ma che almeno è
sufficiente a limitare le influenze orientali. Nell'assumere l'onere dell'Impero
Marco Aurelio è cosciente che ricevendo il potere supremo deve
egualmente accettare la suprema servitù. Una concezione che risale
ai lontani tempi in cui la res publica si esauriva tra le mura cittadine,
e che sarà orgogliosamente conservata durante il principato, continuamente
alimentata da quello spirito greco dominato dall'imperativo della devozione
civica. E sarà proprio questa disposizione che, fondando una realtà
politica e concreta distinta dal succedersi dei governi, continuerà
per molti secoli ancora a dare una sua propria fisionomia al destino politico
dell'Occidente.
Profondamente diverso in questo aspetto essenziale dalle
monarchie ellenistiche orientali, per altri verso il principato le imita:
i suoi poeti vogliono far apparire Roma non soltanto come una nazione
vittoriosa, ma, ancor meglio, come un popolo eletto, e Augusto, più
che un generale vittorioso, un uomo provvidenziale, l'agente di una potenza
superiore. Nel Deus nobis haec otia lecit vi è soprattutto adulazione,
ma la terminologia ricalcata sul linguaggio dei poeti di corte dell'oriente
cilenizzato risulta molto utile all'equivoco, e proprio mentre Augusto
introduce gradualmente i presupposti della sua divinizzazione. Pontefice
Massimo a partire dal 14, egli si serve abilmente della religione per
accrescere la sua autorità e disporre le basi del suo culto personale,
sempre in relazione - è significativo - al culto di Roma. Da questo
momento il sentimento popolare, che fin dai tempi di Scipione Emiliano
si mostra naturalmente incline ai protetti della Fortuna, mercé
l'ausilio di una religione formalistica e politicizzata, contribuirà
validamente ad assicurare il prestigio del princeps. Tutto ciò
che Augusto non intende ottenere apertamente dalla legge lo Ottiene attraverso
l'appoggio della religione. Il successo di una siffatta alleanza tra quest'ultima
e l'autorità personale è l'inizio di una tradizione che
si mostrerà ricca e durevole nella storia delle idee politiche
europee.
B) Le resistenze e i compromessi dello stoicismo durante il I secolo
Nei suoi termini essenziali il problema dominante del pensiero politko
fino all'età degli Antonini è già posto da Tacito
alla fine del I secolo: i rapporti tra principato e libertà. È
un problema che interessa soprattutto la vecchia classe dirigente - cavalieri
e senatori, alti funzionari e notabili - più vicina al nuovo potere
e con esso in conflitto aperto o latente per la supremazia. Saranno essa,
o i suoi rappre sentanti a esprimere idee politiche; le satire di un Giovenale
o di un Marziale -parassita o piccolo borghese - offrono invece pochissimi
elementi.
In primo luogo dobbiamo osservare che nessuno di questi notabili rifiuta
totalmente il principato come forma di governo e neanche per poco vagheggia
un ritorno al passato. Lo stesso Lucano, campione delle idee pompeiane,
contrasterà il potere dei Cesari soltanto per inimicizia personale
verso Nerone. L'Impero sembra loro necessario; " occorre pure una
testa per questo corpo immenso " ripetono continuamente; e se accade
che vantino le virtù di Catone Uticense o di Bruto, subito si affrettano
a precisare che intendono esaltare il carattere e l'esempio morale di
questi eroi, e non già il loro ideale politico. Insomma, come ha
scritto felicemente Gaston Boissier, sono le virtù repubblicane
e non la Costituzione della Repubblica che questi uomini difendono. In
realtà la necessità di un forte potere personale è
sentita indistintamente da tutti: prova ne è che in occasione della
congiura di Pisone (65 d. C.), i congiurati prevedono che il loro capo
debba assumere l'Impero al posto di Nerone. Ma siccome si è coscienti
che un imperatore non può veramente governare senza frenare o limitare
i privilegi e le ambizioni dell'aristocrazia, ecco che questa vuole il
suo imperatore; accetta l'istituto, ma fa di tutto per renderlo inoffensivo,
esigendo a questo scopo una grande quantità di garanzie morali.
È proprio questa contraddizione a spiegare l'irrilevanza dottrinaria
del movimento di resistenza all'Impero. Così, mentre i principi
cercano nella tradizione elementi atti a mascherare la loro crescente
autorità, i notabili tentano di rifarsi al passato per limitare
questo nuovo, necessario ma intollerabile potere; e siccome la loro non
è tanto esigenza di istituzioni quanto dì ideologie, l'incontro
con lo stoicismo avviene quasi naturalmente.
Le condizioni dell'incontro escludevano la possibilità stessa di
risultati granché originali, ma, ancora una volta, in questa occasione
è possibile riscontrare la singolare elasticità di questa
filosofia. Dopo aver dato una vernice ideologica ai programmi dei Gracchi,
è sempre lo stoicismo; che, riconosciuto dai notabili come l'impulso
morale dello spirito repubblicano, servirà ad alimentare la loro
resistenza e, nello stesso tempo, a giustificarne i tanti compromessi.
Elasticità che tende essenzialmente a permettere una dottrina dove
i rapporti tra ordine ~ libertà siano suscettibili di ogni adattamento,
ammettendo le più diverse combinazioni. Per lo stoico la libertà
è per un verso consapevole accettazione di un ordine fondato sulla
natura e sulla ragione, per l'altro un bene inalienabile. Formula più
duttile non sapremmo immaginare; del resto questa loro ritrosia a trasferire
una siffatta concezione della libertà in termini oggettivi e politici
è pienamente comprensibile. Il saggio è sempre libero, la
sua libertà interiore è assoluta; può sempre rinchiudersi
in se stesso e, in estrema analisi, con il suicidio sottrarsi a ogni pressione;
ma d'altra parte, giacché l'adesione a un ordine èla manifestazione
esteriore della sua libertà, è sufficiente che quest'ordine
gli sembri conforme alla ragione perché si senta libero aderendovi;
e quale altro ordine potrà mai considerare secondo ragione se non
quello del quale partecipe? In definitiva lo stoicismo, che ama presentarsi
come il più rigoroso dei sistemi, è al contrario quello
che con maggiore facilità giustifica ogni sorta di cedimento. Sarà
esso a permettere ai notabili romani del I secolo di determinare con molta
elasticità le condizioni della loro collaborazione all'Impero;
e così, mentre giustificherà la adesione all'ordine costituito,
ne permetterà anche il più fiero rifiuto. Ma il suo possibiismo
va molto oltre. Alla domanda se il saggio debba occuparsi di politica,
la dottrina stoica, rappresentata da Seneca, risponde in due modi opposti.
Mentre nel De Olio (61, 62) il Filosofo esorta Seiano all'astensione,
nel De Traequillitate animi (49) si mostra favorevole all'azione. Un atteggiamento
che già trovava negli antichi maestri i suoi sostenitori, giacché
se Zenone, Crisippo e Cleante si erano tenuti lontani dagli affari pubblici,
nondimeno avevano spinto i loro discepoli a interessarvisi. Occuparsi
dei propri simili è per lo stoico un'esigenza della natura, ma
la politica, come tale, rientra nel dominio delle cose indifferenti e
soltanto i modi del suo uso possono renderla fonte di atti empi o virtuosi.
In tal modo lo Stoicismo, completamente disponibile a ogni casistica,
indifferente ma neanche ostile all'impegno, tutore della dignità
in ogni caso, sarà lo strumento ideale in questo drammatico mercanteggiare
della nobiltà romana con il potere.
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