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Michel Vovelle
Alphonse Aulard
storico della Rivoluzione
L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.
www.einaudi.it
Colui che si può ritenere il padre fondatore della storiografia
scientifica ed erudita della Rivoluzione francese è spesso considerato
soltanto attraverso l'immagine un po' caricaturale della discussione che
lo oppose ad Albert Mathiez a proposito di Danton: uno scontro, fondato
sulla contrapposizione dei protagonisti, tra una storiografia " radicale"
e una " socialista"; fra "dantonisti" e "robespierristi".
Ma questo significa, piuttosto ingiustamente, etichettare come conservatore,
perlomeno in senso relativo, uno storico che non disdegnava l'appellativo
di giacobino e che si era battuto, nel periodo eroico della Terza Repubblica,
per l'affermazione di un'immagine positiva della Rivoluzione francese,
a partire da un approccio rigoroso e scientifico.
Alphonse Aulard (1849-1928) nacque a Montbron, nella Charente, da un padre
professore di filosofia, divenuto in seguito ispettore generale. Nelle
scarse occasioni in cui rievocava le proprie origini la storia occupa
un posto maggiore della geografia: egli amava ricordare un bisnonno che
era
stato tenente nell'armata del Reno durante la Rivoluzione, mentre del
nonno, sindaco di Nohant all'epoca in cui Georges Sand ne era la castellana,
citava la biblioteca di testi libertini che sarebbero stati bruciati dal
padre dello storico. Seguendo gli incarichi del padre, il giovane Aulard
passò dalla scuola inferiore al liceo di Tours, quindi a quello
di Lons le Saulnier, per finire gli studi a Parigi, al collegio Sainte-Barbe
e al liceo Louis le Grand. Studente brillante, nel 1867 entrò all'Ecole
normale supérieure, uscendone nel 1870 con l'abilitazione in Lettere.
Della sua formazione e dei suoi gusti, si sa quello che egli stesso ci
racconta, parlando dell'opera di Michelet come della " Bibbia della
sua gioventù", e ricordando il casuale incontro per strada
di lui fanciullo con il vecchio Thibaudeau, che era stato membro della
Convenzione.
Lo studio all'Ecole normale, negli ultimi anni del Secondo Impero, lasciò
in lui un'impronta durevole: egli ricorda come, su un centinaio di allievi
della scuola, gli orleanisti promossi fossero due o tre: uniche eccezioni
in un panorama di acceso repubblicanesimo, alimentato dalla lettura di
articoli di Delescluze, del giornale di Rochefort "La Lanterne",
o dei discorsi di Gambetta. Arruolato allo scoppio della guerra del 1870,
durante l'assedio di Parigi prestò servizio nella garde mobile,
e partecipò alla sortita di Buzenval. Più tardi avrebbe
rievocato la gioia sua e dei suoi compagni alla proclamazione della Repubblica
e le speranze deluse quando i suoi eroi (come Gambetta) si erano dati
alla politica dei politicanti. Se si crede alle sue parole (e non vi è
motivo di dubitarne), sarebbe lui l'inventore della formula "Ah!
Com'era bella la Repubblica sotto l'Impero", che fu più tardi
brevettata da altri. Ma Aulard rimase un repubblicano fervente, anche
se amava dichiararsi "repubblicano nello stile dell'anno II".
In un primo tempo sembrò seguire la tradizione paterna, e ricoprì
incarichi di professore di lettere e di lingue romanze, prima in licei
di provincia, poi a Parigi al liceo Jeanson de Sailly. Ma non era privo
di ambizioni, e nel 1877 si presentò al dottorato con una tesi
su Giacomo Leopardi. Questo letterato "puro " arrivò
alla storia per il tramite dell'eloquenza rivoluzionaria. Gambetta gli
aveva fatto amare Danton, e lui scoprì e pubblicò gli oratori
della Rivoluzione (1882).
Questo gli permise di essere nominato, il 9 febbraio 1886, professore
incaricato del corso di Storia della Rivoluzione francese alla Sorbona,
un insegnamento istituito dalle autorità municipali di Parigi su
proposta di Alexandre Millerand. Cinque anni più tardi il corso
venne elevato al rango di cattedra. Ecco dunque Aulard professore alla
Sorbona: la figura del normalista dalla folta chioma lascia il postò
a quella del professore con la barba e il pince-nez tramandata dagli allievi,
colpiti dalle qualità didattiche di un professore non compiacente
(e " stretto " nei voti), ma attento e generoso.
Questa immagine tuttavia, completata da quella di marito, padre e nonno
esemplare, non deve coprire le realtà più diverse connesse
a un posto che era pur sempre un posto di combattimento. Alla vigilia
del primo centenario, la Rivoluzione francese restava per molti un oggetto
di scandalo. E vero che la sua lezione inaugurale, il 12 marzo 1886, fu
onorata dalla presenza di Clémenceau, ma nondimeno egli temeva
manifestazioni di ostilità:
diversi colleghi lo consideravano infatti un intruso - in fin dei conti
un " politico" - anche se qualcuno, come Ernest Lavisse, lo
accolse con simpatia. " Se vi comportate bene - gli fu detto -, non
piacerete al consiglio municipale; se non vi comportate bene, non piacerete
all'amministrazione universitaria: in entrambi i casi verrete eliminato".
Aulard riuscì non solo a sopravvivere, ma a imporsi saldamente
in una Sorbona che egli auspicava " moderna", mettendo in ridicolo
i tradizionalisti e gli ignorantins, quelli che gridavano " La Sorbona
ai francesi, abbasso i meteci ".
Al momento di andare in pensione a 71 anni, nel marzo 1920, per cedere
il posto a Sagnac, egli stesso presenta il bilancio di quasi 35 anni di
insegnamento, scrivendo: "Ho onorato la Rivoluzione come voleva il
Consiglio municipale, ovvero con la verità. Ho contribuito, applicando
il metodo storico, a far entrare la Rivoluzione francese nella storia.
Alla Sorbona ho avuto allievi che a loro volta sono diventati professori.
Oggi nessuno osa più scrivere sulla Rivoluzione, anche per denigrarla,
senza produrre testi e senza citare le proprie fonti". Il Consiglio
municipale di Parigi, destinatario di questo testamento pedagogico, rispose
a questo appello appena velato votando una mozione di ringraziamento il
27 novembre 1922: " Il Consiglio esprime al professor Aulard la riconoscenza
della Parigi repubblicana e si congratula per i lunghi e coscienziosi
sforzi da lui compiuti alla Sorbona al fine di diffondere i principi della
Grande Rivoluzione".
Buon educatore, direttore di ricerche flessibile e scevro da settarismi
(accolse infatti l'abate Giraud per il suo studio sulla storia religiosa
della Sarthe, come difese Albert Mathiez durante la tempestosa discussione
della sua tesi nel 1903) pur senza nascondere le proprie opinioni: l'immagine
di Alphonse Aulard è soprattutto quella di un grande professore,
al servizio della Repubblica.
Ma la sua rispettabilità poté imporsi perché egli
era anche, in primo luogo, un ricercatore, un filologo e un erudito. A
metà tra didattica e ricerca, Aulard diede un grande contributo
al coordinamento degli studi sulla Rivoluzione, allora in piena espansione.
Svolse un'intensa attività in seno alla Société d'Histoire
de la Révolution Francaise, che aveva accolto Hippolyte Carnot
o Jules Claretie; nel 1904 ne fu presidente e, come era d'uso allora,
affiancò all'attività scientifica la partecipazione alla
vita sociale repubblicana come si manifestava nei banchetti annuali, presieduti
da Barthou come da Jaurès o da Anatole France. Soprattutto, a partire
dal 1887, Aulard fu l'animatore della rivista "La Révolution
Francaise", fondata da Charavay, di cui era il direttore e la cui
egemonia rimarrà incontrastata fino alla nascita delle " Annales
révolutionnaires ", sorte nel 1908 per iniziativa di Albert
Mathiez, l'allievo divenuto rivale.
" La nostra ambizione non sarà tanto di giudicare, quanto
di far conoscere. ... Leggeremo e analizzeremo i documenti", scrive
Aulard, rappresentante dell'erudizione positivistica di quegli anni. In
testa ai dieci comandamenti che intendeva trasmettere ai suoi allievi
vi sono le raccomandazioni di "riferirsi sempre alle fonti",
di "lavorare sui testi" di "presentarli in modo imparziale
e assolutamente obiettivo"; e se gli si rimproverava di " germanizzare
" lo spirito francese, rispondeva di preferire " la chiara conoscenza
allo spirito teutonico". Si riteneva un erudito prudente e selettivo
("Lo storico è tale soprattutto per la scelta e l'uso delle
fonti"), e non mancava di denunciare un certo genere di erudizione
(in cui è riconoscibile quella di Taine) che può "
unirsi alla passione più accecante e ai pregiudizi più dispotici".
Benché diffidasse del "guazzabuglio " delle pubblicazioni
integrali, Aulard contribuì in modo determinante all'enorme lavoro
di edizione di testi e documenti sulla Rivoluzione francese allora in
corso. A tal fine disponeva di un notevole sostegno finanziario da parte
dello Stato e di alcune strutture istituzionali (il municipio di Parigi),
e si serviva di gruppi di collaboratori e di assistenti che gli si rimproverò
talvolta di lasciare in ombra. Non si spiegherebbe, altrimenti, la vastità
delle pubblicazioni realizzate sotto la sua direzione: i 26 volumi del
Recueil des Actes du Comité de Salut Public (1889-1923), i sei
dei Procès-Verbaux de la Société des Jacobins (1889-97),
i cinque di documenti su Paris pendant la réaction thermidorienne
et le Directoire (1898-1902), seguiti dai quattro su Paris sous le Consulat
(1903-909) e dai due su Paris sous le premier Empire (1912-14).
Ma l'attività filologica non deve nascondere quella di insegnamento,
né tantomeno l'opera storica: del resto, non sarebbe corretto separare
i due campi in un autore così fecondo, i cui corsi e i numerosi
articoli fornirono il materiale dei nove volumi di Etudes et lecons sur
la Révolution Francaise usciti tra il 1898 e il 1924. Come per
non pochi dei suoi contemporanei, .tra cui lo stesso Mathiez, l'interesse
di Aulard si volse dapprima alla storia religiosa, con un saggio su Le
culte de la Raison et le culte de l'Etre supréme. Questi temi furono
ripresi nel corso di tutta la sua carriera: nel 1903, in pieno combismo
e all'apice del conflitto religioso, scrisse un saggio su La Révolution
Francaise et les Congrégations, e in uno degli ultimi anni della
sua vita, il 1925, uscì una estrema sintesi su Le christianisme
et la Révolution. Queste riflessioni distribuite in un lungo arco
di tempo rivelano uno degli aspetti della personalità di Aulard,
discernibile nella sua costanza come nella sua evoluzione. Da libero pensatore,
appellativo che preferiva a quello di razionalista, affermava: "Non
diciamo più che non vogliamo distruggere la religione. Diciamo,
al contrario: vogliamo distruggere la religione", ma si affrettava
ad aggiungere che intendeva farlo con mezzi pacifici e con la persuasione.
In questa prospettiva si comprendono sia la sua attrazione per il culto
rivoluzionario della Ragione - questa ragione che è, afferma, il
suo "Dio spirituale" - sia, all'opposto, le prevenzioni nei
confronti del culto dell'Essere supremo, da parte di un uomo dei Lumi
che si riconosceva piii in Voltaire che in Rousseau. Se le sue certezze
restano salde, l'analisi - che in Le culte de la Raison et le culte de
l'Etre supréme èsorretta da una ricerca sui campo che non
si limita alle sole fonti parigine, ma indaga anche sulla realtà
delle province - si articola in varie fasi.
Nel primo periodo Aulard, da uomo del suo tempo, vede nei culti rivoluzionari
un espediente per la difesa della nazione, un sostegno al patriottismo
nella Francia aggredita del 1793. E una conclusione limitata, che contrasta
con la ricchezza della documentazione raccolta. In seguito, negli ultimi
anni della sua vita, Aulard arriverà a chiedersi se il processo
di scristianizzazione avrebbe avuto successo qualora non fosse stato brutalmente
interrotto.
Ma, benché la storia religiosa sia un tema ricorrente nella sua
opera, ècome storico della politica che Aulard si impohe con l'Histoire
politique de la Révolution Francaise, pubblicata nel 1901. Un "
monumento" - per riprendere l'espressione di Albert Mathiez, del
quale è peraltro noto il giudizio critico su Aulard - "di
immensa erudizione e serena imparzialità".
È qui, indubbiamente, che si rivelano più chiaramente il
metodo e, in un certo senso, la filosofia della storia di questo studioso.
L'esigenza primaria è l'obiettività: " Non vedere né
con gli occhi di Marat né con quelli di Madame Roland; e non diventare
l'apologeta passionale e settario di nessuno dei partiti della Rivoluzione".
In questa prospettiva Aulard si ispira ad alcuni modelli: Michelet, ma
soprattutto Quinet, che ha saputo giudicare "con assoluta indipendenza";
lo stesso Thiers, che "ha tracciato un quadro completo", o Louis
Blanc, "privo di genio ma preciso". L'esempio da non seguire
è invece quello di Taine, suo predecessore e avversario (che non
sottovaluta: nel 1907 gli dedica un saggio, Taine historien de la Révolution),
che "vede tutto, capisce tutto, non dubita di nulla e si atteggia
a supremo interprete, a giudice supremo e imperturbabile".
Aulard, invece, conosce i limiti dell'obiettività cui aspira, e
se ne fa carico: " Non pensiamo certo di riuscire a nascondere del
tutto la nostra preferenza per il popolo cui apparteniamo e per la scienza
al cui servizio ci troviamo". Obiettività e passione non sono
incompatibili: "Ho voluto al tempo stesso insegnare e praticare la
Rivoluzione francese servendo la scienza e la Repubblica, ... Per capire
la Rivoluzione francese bisogna amarla".
Queste contraddizioni dichiarate, che illuminano un temperamento e una
sensibilità, possono aiutare a capire una visione della politica
che non sfuggirà alla personalizzazione delle dispute scientifiche,
a una lettura della Rivoluzione attraverso la contrapposizione dei suoi
protagonisti, e che farà di Aulard il difensore di Danton, contro
Mathiez e i robespierristi. Tale polemica, con i suoi aspetti grandi e
piccoli, sulla venalità e il tradimento di Danton, attrasse l'attenzione
generale, e contribuì, come si è detto, a creare per la
posterità un'immagine un po' caricaturale di Aulard. Ma Aulard
stesso aveva preso le sue precauzioni, ricordando di non essere un fautore
incondizionato di Danton, e di avere rotto con chi, come Robinet, erede
della tradizione di Comte, aveva il compito di "canonizzare Danton
". Ad ogni modo, non rifiuta si sostenere fermamente la sua scelta:
"Certo, oggi sarebbe ridicolo proclamarsi dantonista o robespierrista,
ma forse nessun altro [come Danton] ha così autorevolmente incarnato
lo spirito [della Rivoluzione] in ciò che esso ha di più
francese, di più umano". Per lui Danton è tra coloro
che meglio hanno capito che " la Rivoluzione significa cambiare l'uomo
dall'interno". Egli vede nel suo temperamento bontà e allegria,
in una parola, il contrario di un fanatico. Questo spiega la popolarità
di Danton, rappresentativo di quel popolo che resta il vero eroe collettivo,
a condizione, aggiunge, "di vedere il popolo francese non come una
moltitudine indistinta, ma come un insieme di gruppi organizzati".
Rappresentante emblematico del popolo rivoluzionario, Danton è
per lui anche il personaggio che ha sentito in sé " la generosa
grandezza del patriottismo rivoluzionario".
La lettura globale della Rivoluzione che si delinea attraverso Danton
è all'origine di una tradizione che la scuola storiografica "giacobina",
lungi dal ripudiare, riprenderà in gran parte. La Rivoluzione era
necessaria, e per Aulard non vi è dubbio che essa non fosse stata
originata dagli errori della monarchia. A prepararla erano stati i philosophes,
e fu un bene, poiché questi le avevano fornito "la bussola
dell'ideale", evitando che sprofondasse in un " selvaggio stato
di egoismo". Questa rivoluzione si era fatta con la violenza: ma
una violenza necessaria e giustificata, perché fu " sempre
la risposta alla violenza di un passato che non voleva morire". La
cosiddetta " teoria delle circostanze", che giustifica il progressivo
inasprimento della Rivoluzione con le lotte che essa dovette sostenere,
non deriva da Aulard, ma fu lui a darne la definizione più netta:
" Se noi, come loro [gli uomini della Rivoluzione], dovessimo combattere
non solo i prussiani e gli austriaci, ma anche gli emigrati francesi armati
contro la patria, e all'interno i complici mascherati di questi emigrati,
anche noi non esiteremmo ad instaurare un vero e proprio Terrore contro
i francesi traditori". Aulard apologeta del Terrore? Egli non manca
qui di prendere le distanze:
" I nostri avi volevano difendere la Francia invasa, la repubblica
pugnalata alla schiena dai realisti, ... ma sconfessarono energicamente,
quando ne conobbero la portata, le inutili e deliranti crudeltà
di Carrier e dei suoi complici ". In breve, l'idea di distinguere
tra una rivoluzione buona e una cattiva, tra l'89 e il '93, è estranea
ad Aulard: "Il dispotismo non poteva cadere che con la forza".
Giacobino, ma con riserva; sostenitore del popolo, ma del popolo organizzato:
occorre chiedersi ora se Aulard valutasse anche gli aspetti sociali dello
scossone rivoluzionario. Egli rifiutava il materialismo storico, e, benché
ritenesse di conoscere Marx, considerava in termini prudenti quella che
chiamava, in modo tradizionale, la "questione sociale": "I
nostri padri hanno risolto la loro questione sociale, che, se non era
la stessa che dobbiamo risolvere noi, era pur sempre una questione sociale:
e quando si attaccavano i diritti feudali, si faceva del socialismo".
Il radicale Aulard non era indifferente al problema, e non è per
gusto del paradosso che vale la pena di confrontare la sua progressiva
scoperta del sociale con il cammino parallelo del suo allievo Mathiez,
cui la guerra del 1914-18 fece scoprire il movimento sociale e il carovita.
Nel 1919 Aulard pubblica La Révolution Francaise et le régime
féodal, in cui si chiede se "il totale affrancamento della
proprietà contadina non sia il risultato fondamentale della nostra
Rivoluzione, la base solida della storia di questa Rivoluzione".
Conversione tardiva? Sf e no. Si può ricordare la lunga frequentazione
e la reciproca stima che legò Aulard e Jaurès. Egli fece
parte della commissione esaminatrice della tesi di dottorato di quest'ultimo
sulle origini tedesche del socialismo (1892), e nonostante alcune critiche
apprezzò l'Histoire socialiste de la Révolution Francaise
al momento della sua pubblicazione. A Marx, che trovava un po' troppo
tedesco, preferiva ovviamente il tribuno francese, "riformista e
non rivoluzionario". Affiora qui in Aulard il politico, che non si
può separare dallo storico. Per quanto si sforzasse, in nome di
un certo ideale di laicità deontologica, di evitare la confusione
dei generi, Aulard fu per tutta la vita un uomo impegnato. E ciò
fin dalla giovinezza, quando all'Ecole Normale leggeva "La Lanterne"
di Rochefort, e in seguito collaborava al giornale di Clémenceau
" La Justice ", dove redigeva i "lunedì rivoluzionari".
E naturale, quindi, che non fosse risparmiato dalla stampa conservatrice,
che lo definiva "professore di rivoluzione, giacobino settario, mangiapreti,
massone, energumeno, demagogo, bevitore di sangue ".
Massone Aulard non lo fu mai, sebbene non nascondesse le sue simpatie
per questa società. Su tutto il resto rispondeva, per quanto difficile
fosse mantenere questa linea, di fare storia e non politica; continuando
a dichiarare le sue opinioni, sostenuto e quasi giustificato dal suo amico
Edouard Flerriot, che scrive: "Aveva il diritto di affermare le sue
opinioni che aveva a lungo elaborate. Aveva il dovere di proclamare il
suo credo civico ".
Per tutta la vita fu un radicale. È lui che, nel 1922, propone
di semplificare il nome del partito " radicale e radical-socialista
" in radicale socialista: "Amici radicali, giustifichiamo l'epiteto
di socialisti". Collaborò a giornali radicali, " La Dépéche
de Toulouse ", "Le Progrès Civique ", " L'Ere
Nouvelle". Non esitò a candidarsi al parlamento, senza essere
eletto, nel 1919, con lo slogan " Né bolscevismo né
reazione"; poi, come candidato dell'Unione, nel distretto della Senna
nel 1920. Egli fu tra coloro che sempre auspicarono un'alleanza tra radicali
e socialisti riformisti. La visione politica di Aulard era improntata
ad un radicalismo aperto, articolato intorno a poche idee-guida. La repubblica,
certamente, come mezzo per costruire la democrazia e per portare a termine
l'opera della Rivoluzione:
"La conseguenza logica del principio di uguaglianza è la democrazia.
La conseguenza logica del principio di sovranità nazionale è
la repubblica". Egli si augurava una riforma costituzionale per una
maggiore democrazia, che comprendesse addirittura - notevole audacia da
parte sua - la concessione, misurata e graduale, del diritto di voto alle
donne.
Ma benché giustificasse la violenza rivoluzionaria di un tempo,
e benché inviasse nel 1917, a nome della Ligue des droits de l'Homme
e della Société d'Histoire de la Révolution un messaggio
di incoraggiamento a Pietrogrado (Lettre aux citoyens de la libre Russie),
fu contrario al ricorso alla violenza nelle società contemporanee:
non amava Georges Sorel, denuncio pubblicamente Vaillant e Guesde e, quando
è il caso, anche Jaurès per i suoi "consigli di violenza"
(1908). Attaccò il bolscevismo, che giudicava troppo "russo",
ma da una posizione non priva di sfumature. In polemica con Henri Béraud
scrive ad esempio: "Non calunniare i bolscevichi, o volere che non
siano calunniati, non significa essere bolscevico". Contrario alla
politica del filo spinato, e difensore dei ribelli del Mar Nero (André
Marty e De Badina), si soffermò sulla politica di Lenin e sul problema
del passaggio ad un'altra società.
Nei suoi ultimi anni, sempre innamorato dell'Italia, fu ossessionato dall'ascesa
del fascismo, e ne denunciò il pericolo internazionale. Appare
qui un ultimo aspetto del personaggio, l'umanista militante e, se è
lecita l'espressione, il patriota internazionalista. Umanista militante
lo divenne molto presto, fin dal suo impegno nell'affaire Dreyfus, sull'esempio
di Anatole France. A partire dal 1898 militò attivamente nella
Ligue des droits de l'Homme, e, dal 1921 alla morte, nel 1928, ne fu il
vicepresidente. Questa disposizione umanistica lo rese particolarmente
sensibile ai problemi dell'istruzione: si impegnò nella Mission
laìque francaise, veicolo di diffusione della cultura all'estero
(ma anche di lotta all'influenza delle congregazioni religiose). "
Sono un patriota nello stile dell'anno II", scrive, definendosi patriota
e internazionalista: ma, ostile tanto al patriottismo sciovinista della
destra quanto all'internazionalismo di un Gustave Hervé, si ritrovò
in accordo con Jaurès, per poi seguire Clémenceau all'inizio
di un conflitto nel quale egli vedeva " la guerra dei popoli liberi".
Ma fin dal 1918 avrebbe spinto la Société d'Histoire de
la Révolution Francaise a sollecitare la creazione della Società
delle Nazioni. Eletto dal Consiglio Internazionale che riuniva tutte le
federazioni nazionali della Società delle Nazioni, nel 1927 presiedette
a Berlino, al Reichstag, il congresso della Società, rallegrandosi
per il riavvicinamento tra Francia e Germania. E l'ultima gioia, o quasi,
alla fine della sua vita, per colui che si proclama " francese ed
europeo".
Nei diversi aspetti del personaggio si rivela, dunque, una reale unità.
Alphonse Aulard, erudito e studioso, repubblicano, democratico, radicale,
umanista come si poteva esserlo alla svolta tra l'Otto e il Novecento,
fu tra coloro che poteròno vivere senza eccessive tensioni interiori
una visione del mondo cui la Rivoluzione francese forniva il punto di
riferimento e la matrice fondamentale.
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