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Dino Carpanetto
Augustin Barruel
storico della
Rivoluzione
L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.
www.einaudi.it
Ad Augustin Barruel (1741-1820) è comunemente attribuita la paternità
della teoria della " cospirazione", consegnata al grande pubblico
dei controrivoluzionari da quello che fu uno dei bestseller della pubblicistica
reazionaria, i Mémoires pour servir à l'histoire du jacobinisme.
La tesi è nota:
la Rivoluzione sarebbe stata deliberatamente preparata, messa in atto
e portata alle sue estreme conseguenze da una triplice cospirazione: quella
dei "sofisti dell'empietà", cioè i philosophes
dell'Illuminismo francese, i quali, seminando in tutta Europa miscredenza
e ateismo, avrebbero scardinato ogni sorta di autorità; quella
dei "sofisti della politica", ossia i massoni, i quali, una
volta convertiti al comunismo professato dagli Illuminati di Baviera,
avrebbero messo in atto il perverso disegno di eversione; quella dei Giacobini,
eredi dell'Illuminismo e figli del radicalismo massonico, che avrebbero
completato il diabolico piano con il Terrore. In realtà della tesi
del complotto Barruel non fu né l'unico né il primo assertore,
come lo straordinario successo dei Mémoires ha fatto spesso credere.
Infatti lo scritto di Barruel non è che il compendio conclusivo
di una pubblicistica fiorita a partire dalla metà del secolo, che
in un primo tempo si era accostata al fenomeno della massoneria con benevola
curiosità, spinta dal gusto di svelare quei segreti che perlopiù
venivano giudicati innocenti mascheramenti di un'associazione non pericolosa,
se non persino benefica. Ma verso gli anni ottanta si erano delineate
posizioni di ostilità verso la massoneria, che cominciò
ad essere percepita come una società a scopo politico, ritenuta
tanto più pericolosa quanto più trovavano credito assurde
o verosimili congetture che si fondavano su diversi elementi, quali la
ripresa della leggenda dei Templari, le accuse ai Gesuiti di collusione
con le società segrete e gli stessi autentici conflitti all'interno
del mondo massonico tra le logge del Grande Oriente e le nuove tendenze,
che si dislocavano le une su un versante razionalista di aspra critica
all'Antico Regime (gli Illuminati di Baviera), le altre su un versante
mistico ed esoterico (i martinisti e gli swedenborghiani). Ma l'autentica
svolta che preparò il terreno ideologico sul quale poi Barruel
si mosse, fu piuttosto rappresentata dal fatto che le posizioni antimassoniche
divennero la bandiera dei devoti reazionari, di parte sia cattolica sia
protestante. A questo proposito Jacques Droz ha mostrato come le prime
"rivelazioni" sul complotto massonico-giacobino trovino origine
da un lato negli ambienti gesuitici del cattolicesimo austriaco che a
metà degli anni ottanta si stavano riorganizzando per saldare i
conti con il giansenismo, con il giuseppinismo e con lo spirito irreligioso
dell'Aufklarung, dall'altro nei circoli pietistici del protestantesimo
tedesco.
In Francia alla vigilia dell'89 la polemica assunse i toni più
accesi: accanto ad infamanti libelli - che nell'ansia di stracciare il
velo che celava la presunta finalità sovversiva delle logge a volte
non andavano tanto per il sottile, accomunando framassoni e philosophes
a teosofi, mesmeriani, Templari, ugonotti, giansenisti e persino fisiocrati
- vennero editi anche scritti più credibili, quali il noto Essai
sur la secte des Illuminés (1789), opera del massone, storico e
romanziere, marchese di Luchet. Con il pamphlet di Luchet, a cui si può
affiancare Les Jésuites chassés de la maconnerie (1788),
compilato da Nicolas de Bonneville, il futuro animatore del Cercle social,
la polemica era ancora in parte interna alla stessa massoneria francese;
dopo il 14 luglio essa si inasprì e divenne prerogativa dei reazionari,
le cui pubblicazioni, via via che la Rivoluzione si radicalizzava, trovarono
sempre più largo ascolto tra gli aristocratici, disposti a dimenticare
i loro frequenti trascorsi massonici, il clero refrattario e gli emigrati.
Al tempo stesso la pubblicistica controrivoluzionaria insisteva ripetutamente
sul nesso causale tra philosophie e Rivoluzione. Gli scritti del conte
Ferrand, dell'abate Lefranc, di Sabatier de Castres, i libelli del poligrafo
Montjoie, di Cadet-Gassicour, di Sourdat de Troyes e dell'abate d'Hesmivy
d'Auribeau, i cui Mémoires pour servir à l'histoire de la
persécution francaise (1794) furono pubblicati a Roma con l'approvazione
pontificia, contribuirono a rafforzare i convincimenti antimassonici e
in specie a divulgare i due temi centrali nella cultura reazionaria cattolica:
quello della Rivoluzione come opera della Provvidenza per punire la Francia
di un secolo di agnosticismo e quello appunto del complotto giacobino-massonico.
In questo modo il " mito del complotto ", che aveva avuto tanta
parte nel clima emotivo dell'epoca agendo come una componente rilevante
nella mobilitazione dei contadini e del popolo di Parigi, veniva catturato
dalla destra che, agitando pericoli più immaginari che reali, tentava
di organizzare una controffensiva ideologica ai successi dei Giacobini.
La vita e le opere di Barruel sono intrecciate al processo di formazione
di una risposta cattolica e reazionaria ai Lumi e alla Rivoluzione. Nato
nel 1741 nella regione di Haut-Vivarais, una terra di persistenti lotte
religiose, Barruel è novizio nell'ordine dei Gesuiti quando, nel
1764, un editto del re scioglie la Compagnia di Gesù in tutta la
Francia. All'età di 23 anni segue la diaspora dei confratelli,
prendendo i voti in Germania e successivamente insegnando in collegio
della Boemia e della Moravia. Rientrato in Francia, pubblica nel 1781
Les Helviennes ou lettres provinciales philosophiques (I parte), con cui
si propone di smascherare agli occhi dei lettori ingenui e sedotti dai
Lumi tutte le assurdità concettuali e le empietà dei philosophes.
Dalla polemica suscitata dall'opera, che per altro ottiene un discreto
successo, Barruel si difende con interventi suIl'"Année littéraire
", il giornale di Fréron a cui collaborava dal 1774. La seconda
parte delle Helviennes (1788) e diversi pamphlets anteriori all'89 testimoniano
la verve polemica dell'abate e la sua attenzione ad identificare i temi
ideologici che consentivano di far leva sulla tradizione. Assunta nel
1788 la direzione del "Journal écclesiastique", a cui
lavora pressoché da solo fino alla chiusura nel luglio del '92,
Barruel lo qualifica come la voce del clero controrivoluzionario e ne
amplifica la risonanza stringendo collaborazione con il "Giornale
ecclesiastico " di Roma.
All'indomani del 10 agosto '92, Barruel fu costretto a nascondersi per
sfuggire alle minacce di morte e pochi giorni prima dei massacri di settembre
emigrò in Inghilterra, dove fu mantenuto come elemosiniere presso
la famiglia del principe di Conti, in passato, esponente di punta del
partito parlamentare ostile a Turgot. Ben accolto da Burke, trovò
protezione ed incoraggiamento in Lord Clifford che lo aiutò a pubblicare
i suoi lavori. A Londra diede alle stampe l'Histoire du clergé
pendant la révolution francaise (1793), un lungo capo di accusa
contro la Costituzione civile del clero, in cui dava la stura al rancoroso
spirito di vendetta dell'ex gesuita e dell'emigrato contro gli illuministi,
colpevoli di aver mandato in rovina la Compagnia, e contro i rivoluzionari,
colpevoli di aver trascinato la Francia nel regno dell'anarchia e dell'ateismo.
Da abile polemista, Barruel praticava un modulo narrativo che si rivelerà
di indubbia efficacia quando di lì a pochi anni sarà più
compiutamente percorso nei Mémoires, incentrato sulla mescolanza
tra il gusto del sensazionale, della clamorosa rivelazione, lo sdegno
pugnace del moralista e l'apparente serietà dell'erudito, capace
di allineare pagine e pagine di soverchiante documentazione. Nell'Histoire
du clergé la massoneria restava in ombra: la congiura - ed è
la prima volta che Barruel abbraccia tale spiegazione - era stata operata
dai "filosofi politici" capeggiati da Mirabeau e rappresentati
al più alto livello da Condorcet, "l'abominevole sofista,
il bastardo di Lamettrie, di Hobbes e di tutti gli atei", e dai "filosofi
atei", "aborti di Bayle e di Voltaire, che avrebbero piuttosto
sofferto cento Neroni sul trono che un sol prete sull'altare". Alla
requisitoria non sfuggivano neppure i fisiocrati, anch'essi accusati di
aver cospirato a distruggere l'autorità della Chiesa con la loro
fede nei dogmi dell'economia, autentica religione naturale e perciò
anticristiana. Necker era stato l'uomo decisivo, colui che aveva raccolto
i tanti fili della cospirazione e si era adoperato per affrettare la caduta
di Luigi XVI. Nella seconda parte del libro, dedicata alle leggi approvate
dalle assemblee rivoluzionarie e in specie alla famigerata Costituzione
civile del clero, Barruel calcava ancora più i toni denigratori,
senza temere ad esempio di far ricorso all'antisemitismo, per concludere
con l'invettiva contro i Giacobini, "feroce setta di mostri che si
mordono, si straziano, si assassinano l'un l'altro.
Solo resta Robespierre in mezzo ai suoi masnadieri, perché sono
alla Francia ancora necessari i carnefici". Affermazioni siffatte
erano la prova che a Barruel interessava non tanto compiere uno sforzo
di analisi politica, quanto piuttosto eccitare gli animi dei cattolici
e demonizzare gli avversari. La tesi era infatti di una banale semplicità:
il complotto contro la Chiesa e la religione non poteva che essere il
preludio del complotto contro la monarchia; la stessa mano che aveva insanguinato
l'altare - e Barruel faceva riferimento ai massacri e alle deportazioni
di preti del settembrè '92 -avrebbe finito col rovesciare il trono.
Gli stessi motivi polemici che nel 1793 apparivano come strumenti di una
battaglia politica in corso, nella quale i controrivoluzionari, perlopiù
esuli, dovevano contrapporsi ai successi dei Giacobini, riproposti a distanza
di quattro anni assumevano ben altra valenza. Infatti, se si tiene conto
che i Mémoires pour servir à l'histoire du jacobinisme furono
pubblicati la prima volta a Londra nel 1797, quando in Francia il Direttorio
trionfava, si ha l'impressione di trovarsi di fronte a quella che è
stata definita una facile "profezia del passato" (Baldensperger
1924) che, sulla falsariga della leggenda del complotto, amplificava la
trama di un racconto che già prima Barruel, e, come si è
detto, non solo lui, aveva impostato sul piano ideologico. Processare
il secolo dei Lumi per poi condannare in toto la Rivoluzione costituiva
la premessa di quella restaurazione del cattolicesimo e dell' autorità
monarchica che la cultura reazionaria si proponeva. L'impianto dei Mémoires
non era sostanzialmente diverso dal precedente pamphlet; ciò che
li caratterizzava era la dimensione, molto ampia, e il tono, ancor più
polemico, in certi passi quasi delirante. Una buona metà dello
scritto era dedicata a svelare la prima delle tre cospirazioni, quella
dei philosophes e dei politici, sovrani e ministri riformatori, da loro
ispirati. Come tanti imputati chiamati al banco di accusa di una sorta
di processo inquisitoriale, Barruel passava in rassegna gli intellettuali
francesi della seconda metà del secolo: dal Gotha dell'Illuminismo
degli anni sessanta, là dove si annidavano i quattro capi della
congiura, cioè Voltaire, la mente pensante, d'Alembert, l'agente
organizzatore, Diderot, il primo degli affiliati, e il loro protettore
Federico II, si scendeva fino alla vigilia della Rivoluzione lungo una
catena di complicità che coinvolgeva anche i personaggi minori.
Qualcuno poteva essere guardato con una certa benevolenza; è il
caso, non certo paradossale, di Rousseau, che pur essendo ovviamente collocato
tra gli dèi dell'empietà, veniva trattato con benevolenza
perché non si era fatto predicatore di ateismo. A Condorcet, invece,
per il suo ateismo e per il fatto di essere l'anello di raccordo tra Illuministi
e Giacobini, erano riservate le più pesanti contumelie. La requisitoria
procedeva col metodo delle citazioni, spesso disinvolte e forzate, di
passi di libri o di articoli che Barruel utilizzava come prove del complotto
premeditato e che comunque, al di là delle ingenue strumentalizzazioni,
rivelano un'indubbia familiarità con i testi dell'Illuminismo.
Quando in rare pagine le apocalittiche invettive si stemperavano, allora
Barruel dava spazio ad argomentazioni politiche. E il caso dei paragrafi
dedicati a Montesquieu. Quasi a malincuore e operando diversi "distinguo",
l'abate finiva col collocare Montesquieu tra le principali fonti di ispirazione
dei sofisti, perché era stato maestro di dubbi e di inquietudini
che avevano insegnato ai francesi a diffidare della loro monarchia. Foriera
di ribellione era stata la teoria della separazione dei poteri, che prefigurava
un sistema politico di tipo anglosassone non confacente alla Francia per
ragioni storiche e geografiche. E infine Montesquieu aveva posto il grande
principio di ogni rivoluzione democratica: " Ogni uomo che, in uno
Stato libero, è ritenuto avere uno spirito libero, deve governarsi
da se stesso". Era così definita la linea di filiazione da
Montesquieu a Rousseau: "Montesquieu aveva saputo risvegliare le
idee di libertà, di uguaglianza; Rousseau ne fece il bene supremo".
Il ginevrino in fondo era stato l'erede più consequenziale della
lezione di democrazia che Montesquieu aveva di fatto già compiutamente
svolto, pur celandola sotto le sottigliezze di un'analisi solo apparentemente
disinteressata. Mutatis mutandis, e rovesciato il segno ideologico, l'identica
tesi della dipendenza di Rousseau da Montesquieu apparteneva in quegli
anni anche alla cultura politica dei Giacobini.
Ai philosophes seguivano in lunga fila gli affiliati, con in testa ovviamente
Federico Il, seguito da Giuseppe II (la cui politica religiosa era giudicata
preludio alla Costituzione civile del clero), da Cristiano VI di Danimarca,
da Stanislao Augusto Poniatowski, da Gustavo III. Caterina II veniva riabilitata
al giudizio della storia: erano stati gli illuministi a considerarla una
loro seguace, mentre in realtà la zarina si sarebbe comportata
ben diversamente impedendo la circolazione dei libri francesi e atteggiandosi
in modo liberale con la nobiltà e con la Chiesa. D'Argenson, Malesherbes,
Maupeou, Turgot, Necker, Brienne, tra i politici francesi, erano giudicati
i principali esponenti della cospirazione e i loro nomi si stagliavano
sull'orizzonte di una mappa assai precisa degli uomini che in varia misura
furono impegnati in tentativi di riforma. Dopo gli uomini, gli avvenimenti
premonitori della Rivoluzione, frutto anch'essi di un deliberato progetto
sovversivo: le rivoluzioni di Ginevra dal 1770 al 1782 fomentate dai philosophes,
in primo luogo da Voltaire che aveva trasformato la vicina città
di Versoy, voluta da lui e da Choiseul, in un " foyer de fermentation
"; le battaglie dei Parlamenti; le insurrezioni in Boemia nel 1773;
le rivolte dei contadini in Transilvania nel 1784, di cui Barruel stendeva
un dettagliato resoconto. Di fatto egli compilava una sorta di storia
della crisi dell'Antico Regime che, al di là dell'irritante retorica
e delle ingenue affermazioni, può offrire motivi di riflessione
atti a cogliere temi e prospettive che confluiranno successivamente nella
storiografia della Restaurazione e molto più avanti saranno rielaborati
dalla storiografia non reazionaria, che, mutato il segno ideologico, percorrerà
itinerari analoghi, muovendosi anch'essa alla ricerca delle origini intellettuali
di quella cesura profonda e ponendo il problema della Rivoluzione francese
come punto alto di una più generale crisi continentale. Nella seconda
parte dei Mémoires Barruel denunciava la cospirazione massonico-giacobina
allineando pagine e pagine di analisi sulla massoneria, di cui intendeva
svelare persino i più minuti segreti, le più diverse ramificazioni,
attraverso quello che all'apparenza poteva anche sembrare un puntiglioso
scandaglio, ma che in realtà al vaglio della storiografia risulta
ormai essere null'altro che un centone impreciso di informazioni fortemente
manipolate, con la parziale eccezione dei capitoli dedicati agli Illuminati
di Baviera. Qui Barruel poteva essere più credibile perché
disponeva di una fonte omogenea e affidabile costituita dagli scritti
del tedesco Starck, e più in generale della stampa antirivoluzionaria
tedesca (Hoffmann, Zimmermann, Girtanner, "Wiener Zeitschrift"),
che fin dal 1791 aveva denunciato quella pericolosa "cospirazione".
Nel fuoco della polemica poco importava che anche questi capitoli dei
Mémoires fossero inficiati da forzature ed errori, come quello
di considerare tutti gli Illuminati degli atei e dei comunisti, o di credere
che essi si fossero infiltrati nelle logge massoniche di mezza Europa
per piegarle ai loro piani eversìvi. Simili affermazioni meritarono
la severa critica sia di un contemporaneo, controrivoluzionario e massone,
come de Maistre, il quale difese il carattere spirituale di un settore
della massoneria, ossia dei martinisti, sia dì diversi storici
di parte massonica attivi nell'Ottocento e agli inizi del Novecento, ai
quali il ruolo demiurgico attribuito da Barruel alla massoneria poteva
non dispiacere, a patto di ribaltarne le premesse ideologiche e il giudizio
complessivo.
I Mémoires fecero discutere ancor prima di essere integralmente
pubblicati. Negli ultimi due volumi usciti a pochi mesi di distanza dai
primi, Barruel inserì nel testo e nelle note le sue risposte a
giudizi già apparsi su periodici inglesi reazionari, quali l'"Anti-Jacobin
Review" e il "British Critic". Già nel 1798 il pubblico
inglese poteva disporre di una traduzione, stampata a Dublino e curata
dall'amico Robert Clifford, che nello stesso anno pubblicò uno
scritto dal significativo titolo Application of Barruel's Mémoirs
of Jacobinism to the Secret Societies of Ireland and Great Britain. Ad
Amburgo l'editore Fauche, fratello del più attivo agente della
controrivoluzione, ristampò i Mémoires tra il 1798 e il
1799 nella edizione che risulterà poi la più conosciuta,
tanto da essere spesso scambiata con la prima. Ad essa seguirono in poco
tempo quattro ristampe. Lo stesso Fauche fu editore di un fortunato Abrégé,
rapidamente predisposto da Barruel stesso, che meritò ben cinque
edizioni tra il 1799 e il 1801. Repentine furono anche le traduzioni in
italiano e in tedesco, entrambe del 1802, in portoghese, sotto forma di
estratti (Lisbona 1809), in spagnolo (Barcellona 1810) e in russo (Mosca
1805-1809). Nonostante l'ampia e puntuale confutazione che dei Mémoires
volle compiere l'ex presidente dell'Assemblea costituente, Jean-Joseph
Mounier, il quale mostrò l'assoluta ininfluenza della massoneria
sulla Rivoluzione, lo scritto di Barruel conobbe uno straordinario successo
nel corso dell'Ottocento, particolarmente significativo in Germania, dove
i Mémoires fornirono un contributo di rilievo all'enucleazione
del romanticismo di stampo reazionario. In Francia Barruel fu oggetto
di un rinnovato interesse all'inizio del nostro secolo, quando il tema
del giacobinismo tornava all'attenzione degli storici, ancor prima della
rivoluzione russa. Augustin Cochin, che non poteva certo credere nel valore
storiografico dei Mémoires, affermò di volerne riprendere
il disegno, per analizzare le forme e i modi della trasformazione dell'ideologia
illuminista in quella giacobina. Negli anni trenta, se è comprensibile
che uno storico di destra quale Bernard Fay si proponesse di completare
la storia del giacobinismo di Barruel, non stupisce che un laico come
Gaston Martin, pur non credendo al ruolo demiurgico della massoneria,
volesse valorizzare l'intervento del Grande Oriente nella fase di preparazione
all'89. Più accettata dalla storiografia "classica" dei
Mornet, dei Lefebvre e dei Soboul fu la tesi esposta da Albert Lantoine
nel 1935, che sosteneva la rilevanza storica della massoneria unicamente
come forma interna di critica all'Antico Regime, in polemica con Mathiez
che aveva giudicato le logge null' altro che "sociétés
de ripaille et d'amusement". Ma con queste considerazioni ci si trova
ormai al di là della discussione su Barruel, la cui ingenua e melodrammatica
visione non poteva trovare credito tra gli storici, ma restava e resta
come uno scritto da valutare con attenzione a causa della notevole influenza
da esso esercitata non solo nell'ambito di "certe elucubrazioni pseudostoriografiche
della destra europea" (Diaz), ma anche in un comune sentire a proposito
di Giacobini e massoni passato dalla storiografia alla politica e nel
persistente successo del significato "ad deterrendum "del termine
giacobino, successo evocato trent'anni or sono da Saitta nella famosa
querelle con De Felice.
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