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John G. A. Pocock
Edmund Burke
storico della
Rivoluzione
L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.
www.einaudi.it
Edmund Burke (1729-1797) è l'autore delle Reflections on the Revolution
in France (1790), forse il più noto studio in lingua inglese a
essere concepito come risposta immediata agli avvenimenti che segnarono
la prima fase della Rivoluzione francese. Nonostante ciò, l'interpretazione
della Rivoluzione che vi viene avanzata non è l'elemento maggiormente
noto delle Riflessioni. Due sono i motivi principali. In primo luogo,
la Rivoluzione scoppiò in un periodo critico e turbolento nella
politica inglese, con il risultato che la prima reazione della maggior
parte dei commentatori agli avvenimenti francesi fu di riaprire il dibattito
sulla Rivoluzione inglese del 1688-89, anteriore di quasi un secolo. Si
verificò così una assimilazione della storia francese a
quella britannica che rende difficile capire esattamente come i commentatori
interpretassero la Rivoluzione, se come avvenimento specificamente francese
o di portata europea, sebbene in entrambi i casi concordassero tutti sulla
sua estrema importanza. Secondariamente, Burke fu spinto, dalla sua geniale
personalità e dallo spettacolo di ciò che stava accadendo
in Francia, a scrivere un poderoso atto d'accusa contro l'idea di rivoluzione
in sé e ad avanzare un'interpretazione della prassi e della morale
politica fondata su premesse che negavano alla rivoluzione qualsiasi accettabiità
morale. La passione intellettuale e retorica che egli dimostrò
in questo libro ha elevato quasi le Riflessioni al rango di un'opera di
filosofia politica, col risultato che esse vengono lette di norma come
un classico di questa disciplina. Ma leggere le Riflessioni come un'interpretazione
della natura della vita politica non è la stessa cosa che leggerle
come un'interpretazione della Rivoluzione francese. Senza dubbio occorre
precisare che l'interpretazione burkiana della Rivoluzione implicava il
riconoscimento della sua portata universale e filosofica, ma è
ugualmente indispensabile comprendere come egli la considerasse un evento
generato dai processi storici francesi ed europei.
La " rivoluzione" su cui Burke scrisse le sue "riflessioni"
nell'inverno del 1789-90 era costituita sostanzialmente da due fatti:
la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici nell'agosto 1789 e la marcia
dei parigini su Versailles il 5 e 6 ottobre dello stesso anno. Il 14 luglio
e il 4 agosto sono pure menzionati, ma non sono per lui date altrettanto
cruciali. In realtà, Burke fu spinto a scrivere le Riflessioni
come noi le conosciamo da un avvenimento successivo, che ebbe luogo a
Londra il 4 novembre: una riunione della Revolution Society (un club fondato
per propagandare una particolare interpretazione della Rivoluzione inglese
del 1688), seguita da un discorso di Richard Price che elogiava gli avvenimenti
del 5-6 ottobre come una dimostrazione di "patriottismo", secondo
l'accezione data dallo stesso Price a questo termine. Fu appunto la reazione
di Burke a questo discorso a trasformare una lettera che egli stava scrivendo
al giovane francese Charles-Francois Depont nelle Riflessioni.
Questo fatto indusse Burke a considerare la Rivoluzione nel contesto della
campagna (in cui Price era un personaggio di spicco) promossa da unitarians
e dissenters assieme a frange insoddisfatte del clero anglicano per ottenere
una mitigazione dei 39 articoli che gli anglicani erano obbligati a sottoscrivere,
e l'abolizione di due leggi (il Test Act e il Corporation Act) in base
alle quali i dissenters erano esclusi dai pubblici uffici. Per un certo
periodo tale campagna si era affiancata, coincidendo con esso, al movimento
che premeva per la riforma del sistema di rappresentanza parlamentare,
per l'attenuazione del potere del patrocinio nobiliare e della "corruzione"
nella vita politica, e in genere contro il dominio che su di essa esercitavano
le influenze della Corte e dell'aristocrazia, sulla scia delle incertezze
e delle crisi che avevano tormentato il regno di Giorgio III. In queste
crisi Burke aveva svolto un ruolo complesso. Politicamente era legato
alla fazione whìg più ostile a Giorgio III e ai suoi ministri,
e tuttavia era diventato sempre più contrario ai tentativi di riforma
politica e religiosa che i suoi alleati erano portati ad appoggiare. Queste
tensioni nella sua posizione personale, in qualità di rappresentante
whig di secondo piano ma ugualmente in vista, spiegano in parte la sua
reazione al discorso di Price del 4 novembre 1789. Burke associò
la Rivoluzione in Francia alla campagna dei dissenters che, a parole almeno,
miravano all'abolizione di tutte le religioni di Stato, e giunse quindi
a vedere in essa anzitutto un attacco al Cristianesimo, la cui strategia
gli sembrava realizzarsi nella confisca delle proprietà terriere
della Chiesa francese come garanzia per l'emissione pubblica degli assegnati,
e, successivamente, nella Costituzione civile del clero. In realtà,
e in larga misura, le Riflessioni avevano lo scopo di rafforzare la Chiesa
d'Inghilterra, "così come stabilito dalla legge", nel
pieno possesso delle sue terre.
La "rivoluzione in Francia", nella visione di Burke, aveva il
suo centro nella confisca delle terre ecclesiastiche come garanzia per
l'emissione di un prestito nazionale. Egli vedeva nello scopo dichiarato
del prestito - lanciato per rimediare alla situazione disastrosa della
finanza pubblica francese - il mascheramento dei disegni ben più
profondi di una duplice congiura. La prima parte in causa in questa congiura
era rappresentata dai creditori della Corona francese, che Burke identificava
con una "lobby finanziaria " dello stesso genere di quella denunciata
dai critici tory durante il periodo della regina Anna come conseguenza
dell'istituzione da parte dei whig della Banca d'Inghilterra e del Debito
Nazionale. In Inghilterra si pubblicavano un gran numero di testi - e
Price era uno di questi autori -che criticavano lo sviluppo di una nuova
forma di proprietà mobiliare, basata sulla promessa cartacea dello
Stato di ripagare in futuro i propri debiti; e assieme su un nuovo potere
politico la cui forza consisteva nella capacità di determinare
i tassi di credito e, di conseguenza, il valore del denaro, da cui dipendeva
ogni altra forma di proprietà. Burke, in quanto whig non accettava
evidentemente questo tipo di critica quando era rivolta al regime che
egli stesso aveva servito in Gran Bretagna, ma lo applicava però
pienamente al corso degli eventi della "rivoluzione in Francia".
Per tutte le Riflessioni, la Rivoluzione è presentata come un complotto
per imporre gli assegnati come unica valuta legale in tutti i settori
dell'economia francese e, di conseguenza, una dittatura della "lobby
finanziaria" sullo Stato e sulla stessa proprietà terriera.
Burke vedeva la sede naturale di questa cospirazione nelle città
e sosteneva perciò che i "borghesi" ("burghers",
ossia "cittadini", come egli li definiva, non usando mai i termini
francesi bourgeois e bourgeoisie) per il loro stretto rapporto con l'ambiente
urbano erano particolarmente adatti ad assecondarla unendo le proprie
forze. Ma non è chiaro se Burke vedesse la Rivoluzione come movimento
guidato dalla borghesia come classe rivoluzionaria. Egli era sicuro che
il dispotismo della moneta cartacea avrebbe distrutto la circolazione
dell'oro e dell'argento, e sarebbe quindi risultato fatale per il commercio
e l'industria non meno che per la proprietà terriera. Identificava
nella "lobby finanziaria" i banchieri, più che i mercanti,
ed ancor più gli avvocati, i piccoli funzionari e gli speculatori;
tradizionalmente i suoi predecessori tory (anche se, ripetiamo, egli non
era un tory) distinguevano tra i "gruppi di pressione finanziaria"
e quelli " commerciali", in cui i primi trattavano carta moneta,
i secondi metalli pregiati e merci. Burke considerava le deliberazioni
dell'Assemblea Nazionale come un tentativo operato da irrequieti possidenti
di grande intraprendenza per attaccare lo statuto privilegiato della noblesse
colpendo la Chiesa che la sosteneva; ma la sua tesi si sviluppò
in modo tale da portare in primo piano, invece di mantenerlo sullo sfondo,
l'attacco alla Chiesa, presentando la classe rivoluzionaria più
come un ceto intellettuale che come una classe borghese.
La seconda parte in causa nella cospirazione rivoluzionaria di Burke era
costituita da letterati e philosophes. Questa classe di "chierici"
laici -spiegava - era stata organizzata e controllata dalle accademie
fondate da Luigi XIV, ma nei regni successivi era venuto meno il patrocinio
della Corona (cui Burke aggiunse in seguito quello della Chiesa e della
nobiltà), che aveva incanalato la loro energia intellettuale al
servizio del regime. Quei "chierici " si erano perciò
riorganizzati intorno ad imprese editoriali indipendenti - come quella
che aveva varato "il vasto progetto dell'Enciclopedia" - guidate
da leader che miravano alla distruzione della religione cristiana. La
Rivoluzione quindi era stata provocata dai creditori dello Stato, pronti
ad impossessarsi dei terreni ecclesiastici per poter poi controllare tutta
la società, e da una classe intellettuale laica che aveva come
scopo l'espropriazione e il sovvertimento del clero.
Burke pensava che l'alleanza fra questi gruppi rivoluzionari non fosse
solo accidentale. In tutta l'Europa, scriveva, gli Stati stavano sprofondando
sempre più nei debiti, con il risultato di generare straordinarie
cospirazioni, come quella degli Illuminati di Baviera. Probabilmente egli
le considerava nella più ampia concatenazione di forze che stavano
sovvertendo il rapporto che legava le facoltà intellettive alla
realtà sociale e morale. Se l'emissione di credito monetario non
fosse stata controllata dai reali processi economici, avrebbe sostituito
la proprietà con un suo fantasma immaginario; analogamente se le
operazioni della ragione critica non fossero state mantenute nel contesto
dato dalla struttura sociale, sarebbe nata la dittatura di un nuovo fanatismo.
Sin dalle guerre di religione e dalla rivoluzione puritana l'aristocrazia
illuminata aveva sempre temuto la rinascita di ciò che chiamava
" entusiasmo " e che definiva come il culto da parte della ragione
della propria idea di Dio. La Rivoluzione agitava di fronte a questo illuminismo
aristocratico lo spettro di un nuovo entusiasmo fanatico, non religioso,
ma consistente questa volta in un nuovo culto che la ragione faceva di
se stessa, libera dalle costrizioni della società. Burke offriva
una diagnosi della Rivoluzione come parte di una vasta crisi della civiltà
europea, a causa della quale la ragione era libera di provocare rovina
e, in ultima analisi, la propria autodistruzione.
Il secondo grande avvenimento della Rivoluzione, così come Burke
vedeva le cose nel 1789-90, era rappresentato dai fatti di Versailles
del 5-6 ottobre. Egli ne dà un resoconto che in qualche misura
esagera le violenze contro Maria Antonietta - sebbene non sia un'esagerazione
rispetto a quella che avrebbe subito in seguito -, finendo col fare di
lei il simbolo di "un'età di cavalleria" la cui fine
è rimpianta da Burke. Su questo punto lo storico inglese cedeva
al sentimentalismo, ma affermava anche un concetto importante di sociologia
storica. I filosofi della storia scozzesi e francesi, le cui opere gli
erano ben note, erano tutti d'accordo sul fatto che lo sviluppo della
cavalleria medievale, in modo particolare per quanto riguardava l'atteggiamento
verso la donna, era stato cruciale per la formazione di quel codice di
comportamento, essenzialmente aristocratico ma estensibile alle élite
rurali e urbane, che differenziava gli europei moderni dai loro antenati
antichi e barbari. Poiché il codice cavalleresco poteva essere
considerato come sostituto tanto della virtù classica quanto della
fede medievale, esso diventava decisivo per l'immagine che l'Illuminismo
aveva di sé:
rivendicando i valori della cavalleria contro i sanculotti e i philosophes,
Burke in effetti difendeva l'Illuminismo dalla Rivoluzione, oltre che
da se stesso. Ai filosofi scozzesi, che conosceva bene e di persona, replicava
che avevano sbagliato nel supporre che le "buone maniere " fossero
un semplice prodotto dell'attività commerciale; esse avevano invece
più profonde radici nella storia e nell'istituzione della proprietà
nobiliare ed ecclesiastica. Negli scritti successivi, Burke giunse a vedere
nel giacobinismo una cospirazione contro la storia stessa; contro lo sviluppo
della società commerciale dai germi di quella cristiana e feudale,
e contro il codice di comportamento che aveva reso gli europei degli esseri
civili e morali.
Nelle Riflessioni Burke elaborò diverse posizioni critiche: sull'organizzazione
della Francia in comuni, dipartimenti e cantoni, che riteneva avrebbe
sicuramente portato ad una dittatura parigina; sull'organizzazione delle
forze armate diretta dall'Assemblea Nazionale, che avrebbe portato a sua
volta ad una dittatura di stampo cesariano o cromwelliano; e infine sulla
conduzione delle finanze rivoluzionarie, per la quale si basò in
gran parte sull'Etat de La France di Calonne pubblicato in Inghilterra.
Il libro di Burke, naturalmente, è celebre per il suo attacco contro
i simpatizzanti inglesi della Rivoluzione e contro la loro interpretazione
della storia nazionale, e per aver dato corpo al punto di vista conservatore;
ma come dicevamo prima, questi elementi fanno parte più della reazione
di Burke alla Rivoluzione francese che della sua interpretazione di essa.
Le Riflessioni non diventarono immediatamente un testo sacro del conservatorismo
inglese: la storia della loro ricezione va studiata in dettaglio e in
relazione alla confusa e infelice vicenda degli ultimi anni di vita del
loro autore. Burke scrisse numerose altre opere riguardanti la Rivoluzione
e la guerra contro di essa, la cui conduzione era aspramente osteggiata
sia dai suoi oppositori che dai suoi ex alleati nel partito whig, e che
anche a lui sembrava inefficace e poco convinta. Le sue Letters on a Regicide
Peace, pubblicate nel 1796 e nel 1797 (anno in cui morì) mostrano
come la sua interpretazione della Rivoluzione cambiò quando sembrò
profilarsi una conquista giacobina dell'Europa.
Queste Lettere furono precedute da diverse altre opere - An Appeal from
the New to the Old Whigs (1791) e A Letter to a Noble Lord (1796) -in
cui Burke difendeva la sua posizione e attaccava, tra gli altri, i whig
che si opponevano alla guerra contro la Francia, - A Letter to a Member
of the National Assembly (1791) e Three Memorials on French Affairs (1791-93)
-in cui esponeva le sue idee sulla controrivoluzione. In questi scritti,
e in modo più evidente nelle Lettere su una Pace Regicida, Burke
insisteva sul fatto che la guerra in atto non era una guerra contro la
Francia come uno qualsiasi degli Stati europei, e non poeva quindi essere
né condotta né portata a termine secondo le concezioni politiche
valide nelle guerre tra nazioni. I rivoluzionari, egli sosteneva, non
erano una comunità nazionale, ma un fenomeno assai simile a un
movimento religioso che aveva assunto il controllo di ciò che era
stato una volta lo Stato francese. Paragonò la posizione della
coalizione controrivoluzionaria a quella dei Romani e dei Persiani quando
improvvisamente si erano trovati di fronte all'Islam, ed erano stati incapaci
di comprenderlo; ma poiché la Rivoluzione secondo la sua opinione
era essenzialmente antireligiosa e antisociale, persino questo paragone
lasciava il campo a quello con gli Aztechi, i quali altrettanto improvvisamente
si erano trovati di fronte a "un manipolo di uomini barbuti, di cui
neppure conoscevano l'esistenza in natura". Dal momento che la Rivoluzione
era sorta al di fuori degli usi e dei costumi del consorzio sociale umano,
e ne voleva anzi la distruzione, era una forza innaturale e mostrava la
natura umana intenta ad autodistruggersi.
Trattare i rivoluzionari, sia in pace che in guerra, come se fossero dei
normali "esseri politici" cui si potesse applicare come regola
la ragion di Stato era percìo un errore così grave da diventare
un crimine. Burke criticava la spartizione della Polonia non meno inesorabilmente
dei liberali oppositori della coalizione controrivoluzionaria, e espresse
il timore che l'Austria e la Prussia potessero procedere a una analoga
spartizione degli Stati tedeschi. E probabile che anche il metodo con
cui Pitt conduceva la guerra, come se fosse una continuazione delle guerre
coloniali anglofrancesi, lo mettesse a disagio. Uno statista che pensasse
di essere in guerra con la Francia avrebbe anche potuto trattare con la
Rivoluzione per indebolire lo Stato francese; Burke insisteva invece che
la Rivoluzione era in guerra contro tutti gli Stati con l'intenzione di
rovesciarli. Essa non era né una struttura politica né una
comunità nazionale storica, ma un'"opinione armata":
un corpo organizzato di militanti ideologici che si erano impadroniti
di uno Stato e intendevano assumere il potere in molti altri, per conseguire
i propri obiettivi. Essendo cosmopoliti, questi idéologues si trovavano
in tutti gli Stati, anche se non erano legati ad alcuno Stato o nazione;
d'altra parte, poiché non aspiravano a nient'altro se non ad affermarsi
su altri esseri umani, dovevano necessariamente resuscitare alla fine
lo Stato come organizzazione ancor più potente di prima in quanto
ormai privo di. legami con la società civile. Ai rivoluzionari
non costava nulla, diceva Burke, distruggere un sistema valutano o devastare
una provincia nelle terre che dicevano di governare: "lo Stato è
supremo".
Si trattava ancora di spiegare come questa cospirazione sovranazionale
si fosse formata in Francia e come mai avesse preso il controllo di questo
Stato e non di un altro. Burke basò la propria spiegazione su ciò
che aveva già avanzato nelle Riflessioni, facendo però un
passo avanti. Ora sottolineava meno la "lobby finanziaria" e
non menzionava quasi più i "borghesi", accentuando invece
l'alleanza tra un ceto intellettuale ateo e rivoluzionario e i tecnocrati
e burocrati della macchina statale, impegnati a raccogliere informazioni,
progettare e condurre strategie, e che diventarono repubblicani solo per
ammirazione dell'energia espansionista dell'antica Roma. Avevano accresciuto
il proprio numero, e ancor più le proprie forze, grazie al reclutamento
degli intellettuali disoccupati, "catapultati dalla miserabile servitù
delle loro scrivanie al governo di un impero". Ma anche questi individui
potevano ancora mantenere un normale legame con la società, ed
il contatto con l'ateismo organizzato non bastava a spiegare ciò
che Burke desiderava sottolineare innanzi tutto: la perdita disumanizzante
di quei vincoli sociali. Egli avanzò una tesi che ipotizzava la
crescita di una"classe media" istruita, non più sensibile
al ruolo guida che l'aristocrazia aveva esercitato tramite il mecenatismo
e la beneficenza, ma tenuta insieme solo dalla "comunicazione elettrica"
della stampa e dagli altri mezzi di rapida diffusione dell'opinione pubblica.
La Rivoluzione era la dittatura dell'opinione pubblica, o meglio dell'"
entusiasmo" nel suo aspetto postreligioso; "né vi era
più modo di arrestare un principio nella sua corsa". Le Riflessioni
si erano scagliate contro i " filosofi " e i "metafisici
" come se fossero stati una setta; in quest'opera successiva sono
qualcosa di più simile a una classe, e la loro esisenza è
spiegata da mutamenti avvenuti nel controllo della proprietà, benché
essi non siano direttamente coinvolti nel suo sfruttamento. " Il
giacobinismo è la rivolta dei talenti più intraprendenti
di una nazione contro la classe possidente ... la spaventosa energia di
una nazione ... in cui la proprietà è completamente sottomessa,
e dove nulla governa se non la determinazione di uomini disperati".
Se dall'analisi di Burke è possibile riconoscere qualche tratto
tipico della "società borghese", questo consiste nell'attitudine
della borghesia di generare una classe intellettuale decisa a distruggerla.
Nei testi di Burke sembra di assistere alla nascita del totalitarismo
come concetto critico. Leggere Burke è come leggere la letteratura
bellica di questo secolo, con lo stesso estremismo nei termini, contro
il nazismo, lo stalinismo e il terrorismo; e le sue osservazioni sollevano
le stesse domande poste dal socialista George Orwell sul rapporto tra
ragione, realtà sociale e potere. Possiamo anche criticare la sua
interpretazione della Rivoluzione francese, o fors'anche della rivoluzione
in generale, servendoci proprio del suo conservatorismo per suggerire
come ogni fanatismo ideologico è mevitabilmente riassorbito alla
fine dalla struttura, o processo sociale da cui era emerso. I Giacobini
e i termidoriani non furono in realtà responsabili dei genocidi
e olocausti di cui Burke li accusava; ma egli ebbe il merito di prevedere
che altri lo sarebbero stati.
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