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John C. Cairns
Thomas Carlyle
storico della
Rivoluzione
L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.
www.einaudi.it
Di The French Revolution: a History di Thomas Carlyle (1795-1881), pubblicata
nel 1837, si potrebbe quasi dire ciò che John Stuart Mill disse
una volta dell'autore e dei suoi primi saggi: all'inizio sembrano "di
una sciocchezza assoluta", ma " migliorano man mano che li si
conosce di più". La grande opera di Carlyle, la più
famosa e probabilmente la più diffusa tra tutte le storie della
Rivoluzione in lingua inglese, sfida ogni classificazione. Apparentemente
un racconto degli avvenimenti dalla morte di Luigi XV alla "raffica
di mitraglia" napoleonica, è in realtà episodica, slegata
e capricciosamente selettiva. Con la pretesa di spiegare l'immensa catastrofe
di quel "folle Caos mondiale", essa trascura le premesse economiche
e istituzionali del 1789. Fortemente radicata nel suo presente attraverso
i suoi ammonimenti ai contemporanei, è colma di infuocati giudizi
calvinisti e profezie di future catastrofi tratte dalla versione scozzese
dell'Antico Testamento. Carlyle diceva nella prima fase di composizione
dell'opera che la sua testa era "tutta un ronzio": "che
cosa sarà [questo libro] non posso ancora dire: le vie della mia
espressione sono così straordinarie che non si sa come dar forma
ai pensieri che le attraversano".
La storia che iniziò a scrivere nel settembre 1834 è superficialmente
costituita da una serie di scene teatrali o tableaux ricchi di colore
e fortemente emotivi. Le invocazioni liriche alle masse di Schiller, le
idee sulla storia di Herder e la predilezione empatica verso il passato
di Scott avevano contribuito alla sua visione del processo storico. La
figura onnisciente del narratore è sempre sulla scena, ad interrogare
la sua schiera di personaggi, esortando, lamentando, condannando, deridendo,
e infine invitando l'umanità ad essere testimone di questi eccezionali
avvenimenti di portata mondiale. L'immane evento rivoluzionario è
descritto come caso esemplare del castigo inflitto alla negligenza egoistica
della vecchia classe dirigente, all'incapacità di una monarchia
fannullona e alla presunzione degli ultimi venuti che pretendono di ricostruire
il mondo sulla base di principi " illuminati". "Ahimè,
un paziente ben più grande del povero Luigi giace malato ... Il
mondo è così cambiato; così tanto di ciò che
sembrava vigoroso è sprofondato ormai decrepito; così tanto
di ciò che non era sta iniziando ad essere! Trasportata oltre l'Atlantico
... la DEMOCRAZIA annuncia a colpi di carabina e con le sue ali di morte
... che è nata, e, simile ad un turbine, avvilupperà il
mondo intero! "
La condanna pronunciata da Carlyle sui vizi del barcollante Antico Regime
("Dubarrysmo", "Sgualdrinocrazia") si accompagna al
suo disprezzo per la presunzione dei filosofi nella nuova "età
della carta" - non solo della carta moneta, ma anche della "carta
stampata, fulgida di Teorie, Filosofie, Sensibilità, - un'arte
meravigliosa, l'arte non solo di rivelare il Pensiero, ma l'arte, anche,
di celare a noi in modo cosi meraviglioso l'assoluta mancanza di Pensiero!
" Per il radicale disincantato qual era Carlyle è tutto sentimentalismo
e ipocrisia, "la materia prima del Diavolo; da cui vengono plasmate
tutte le falsità, le imbecillità e abominazioni; da cui
nessuna verità può scaturire". Il primo archetipo di
tutti gli scribacchini affaccendati è Rousseau ("il nuovo
Vangelo di Jean-Jacques"). Nel frattempo, l'anonimo "popolo"
francese geme sotto i suoi cattivi pastori, "venticinque milioni,
selvaggi e disperati, con lo sguardo rivolto verso l'alto, affamati e
sfiniti". "Nessuno si cura di loro, sono solo tosati regolarmente
... Privi di istruzione, di ogni conforto, di cibo. ... La vostra voce
sale fino in Cielo. E la risposta verrà anch'essa, nell'orrore
di una grande oscurità, e scuotimenti del mondo, e un calice di
fremiti che tutte le nazioni sorseggeranno".
La tempesta imminente, nella quale emergono uomini vanitosi che si atteggiano
a grandi e hanno rimedi per tutto, è la Rivoluzione, dipinta (usando
il presente storico) in più di 140 brevi capitoli iperbolici e
ripetitivi, ma anche vividi, coinvolgenti, che catturano l'attenzione
e hanno sui lettore un effetto quasi allucinatorio. Quasi intraducibile,
la lingua è ricca, innovativa, complessa e particolare nella struttura,
che imita il tedesco, mentre sintassi e punteggiatura sono più
che eccentriche. La sua opera, come una sinfonia straordinariamente originale,
è arrangiata e orchestrata in modo da suggerire quasi una qualche
smisurata recita pubblica, con le sue lezioni morali da declamare in tono
magniloquente. In questa tragica lotta contro il fato Carlyle è
il maestro di cerimonia e il coro che dà un significato universale
a ogni esperienza e incita i suoi protagonisti incontro alloro destino:
"Avanti, impazziti figli di Francia; verso questo o quel destino!
Attorno a voi non vi è che fame, falsità, corruzione e la
morsa della morte. Dove siete voi, non vi è tregua".
L'opera, dominata dai discorsi dei protagonisti, è costellata di
passi memorabili: come le scene sanguinose della presa della Bastiglia
(" E da quattro ore che il manicomio del mondo ruggisce: la Chimera
planetaria sputafuoco! ... Si abbassa il ponte levatoio, ... ecco che
irrompe il diluvio vivente; la Bastiglia è caduta! "Victoire!
La Bastille est prise! ""); o la morte di Mirabeau, eroe sconfitto
(" L'eletto di Francia se ne è andato, ... Quanto dipendeva
da quel solo uomo! ... La Monarchia francese può essere dunque
considerata ora, con ogni probabilità, perduta; ... ora che l'ultima
luce della ragione si è spenta"). La lunga circostanziata
narrazione della fuga a Varennes, molto manchevole nei dettagli, come
tutti i commentatori fanno notare, comunica un forte senso di suspense
ed emozione ("Le dense ombre della Notte stanno scendendo. I postiglioni
fanno schioccare la frusta: la Vettura Reale passa da Clermont, ... verso
Varennes; correndo a velocità doppia del denaro consumato in una
sbornia "). I massacri di settembre sono spaventosi ("Un uomo
dietro l'altro viene abbattuto; le sciabole han bisogno di essere nuovamente
affilate, e gli assassini si rinfrescano bevendo brocche di vino");
l'uccisione della principessa di Lamballe indescrivibile e classico il
finale dell'episodio (" Ella arretra tremando alla vista delle sciabole
sanguinarie; ma non è più possibile tornare indietro: avanti!
Il suo dolce capo di cerbiatta è reciso dalla scure; il collo è
mozzato. Quel corpo leggiadro viene tagliato a pezzi; tra orrende oscenità
proferite da grand-lèvres baffuti e atti vergognosi cui la natura
umana preferirebbe non credere.... Ella era bellissima, virtuosa, e non
aveva mai conosciuto la felicità"). La fine di Robespierre,
disteso nell'" uniforme azzurro cielo " confezionata per la
festa dell'Essere Supremo, oltraggiato, insultato, con la mandibola frantumata,
è il tragico simbolo di questa Rivoluzione deforme ("O Lettore,
può il tuo cuore resistere a tutto ciò? I suoi pantaloni
erano di anchina; le calze gli erano scese alle caviglie. Non disse più
parola in questo mondo. ... Sollevato in alto, gli occhi nuovamente si
aprirono; colsero con lo sguardo la scure sanguinosa, ... Una volta compiuta
l'opera di Sansone, scroscia un boato dietro l'altro di plauso. Boato
che si estende non solo su Parigi, ma sulla Francia, sull'Europa, sino
alle generazioni odierne; ... Dio abbia pietà di lui e di noi!
... L'intera arcata e l'edificio del sanculottismo cominciarono a cedere,
a incrinarsi, ad aprirsi in larghe fenditure; e crollò in pezzi,
rapidamente, una pietra dopo l'altra, sinché l'Abisso non l'ebbe
inghiottito completamente"). La storia presentata da Carlyle è
una "visione del Giudizio Universale " scritta in uno stile
maestosamente romantico, fortemente biografica, evocativa, vivida e profetica,
la potente opera di un'immaginazione focosa. E il prodotto di un animo
nutrito dal disinganno, profondamente sensibile alla sofferenza della
gente comune e al tempo stesso totalmente scettico sulla sua capacità
di migliorare la propria sorte; critico verso le oligarchie dominanti
del suo tempo, ma non meno sprezzante delle ricette liberali di democrazia
parlamentare; senza fiducia nel progresso materiale e sempre alla ricerca
di un " eroe", o addirittura di una classe eroica, capaci di
portare ordine nel " caos dell'esistenza". La Rivoluzione francese
è l'opera maggiore di Carlyle, il suo tentativo di sbalordire il
mondo letterario con un capolavoro: " Spesso ho l'impressione - scrisse
a Mill il 24 settembre 1833 - che la vera Storia (quell'impossibile cosa
che chiamo Storia) della Rivoluzione francese sia il grande poema del
nostro tempo; e che l'uomo che riuscisse a scriverne la verità
varrebbe più di tutti gli altri scrittori e poeti assieme".
L'intensità di questa sua visione e l'ambizione di metterla sulla
carta superarono anche il celebre rogo della prima parte del suo libro
nel marzo 1833 (provocato accidentalmente da un servitore di Mill, che
l'aveva presa in prestito), e lo spinsero a riscriverla e a completare
l'intera opera entro il gennaio 1837. Egli osservò una volta che
non avrebbe saputo farsi un'idea del mondo se non ci fosse stata la Rivoluzione.
I critici trovarono da ridire sul fatto che Carlyle si era basato su fonti
insufficienti. Queste in gran parte erano costituite da memorie e da alcune
delle storie allora in circolazione (" Grazie per i tuoi splendidi
carichi di libri - scriveva Carlyle a Mill - Se la mia impresa non riuscirà,
nessuno potrà dire che sarà stato per mancanza di incoraggiamento
"); tuttavia si impegnò seriamente nel controllare e verificare
questo materiale poco affidabile. Carlyle è stato altresì
criticato per non aver seriamente consultato la ricca collezione di pubblicazioni
contemporanee alla Rivoluzione, raccolta da J. W. Croker e conservata
al British Museum, che ai suoi tempi non era però ancora catalogata;
e gli è stato inoltre rimproverato di aver dato retta a delle fandonie.
I critici hanno poi avuto da eccepire sulla sua evidente mancanza di senso
storico per quel che riguarda le cause e gli effetti (concetti che riteneva
così semplici da non sapere che farsene); sul suo modo di presentare
eventi del tutto slegati (nelle parole di James Russell Lowell, Carlyle
vedeva "la storia, per cosf dire, a lampi"); sulla sua incapacità
di formulare concetti generali sulla Rivoluzione; sulla sua ignoranza
delle forces profondes; e sulla cecità di fronte al carattere essenzialmente
borghese della Rivoluzione. " La sua Rivoluzione - ha scritto Alfred
Cobban - è come un vortice che si scatena in un vuoto intellettuale".
"E il più grande degli imbonitori e il più trascurabile
degli interpreti"- fu il giudizio di G. P. Gooch. E stato anche detto
che la sua interpretazione degli avvenimenti francesi derivò dalla
proiezione sul secolo XVIII delle paure da egli stesso provate nel XIX;
e che - fossero Goethe o Saint-Simon a suggerirgli l'idea di un'alternanza
di età della fiducia ed età del dubbio, età critiche
e età organiche - Carlyle (come loro) non fu mai in grado di distinguere
le caratteristiche pertinenti a ciascuno dei due secoli.
I contemporanei furono severi. Macaulay liquidò l'opera di Carlyle
come "moderno ciarpame, raffazzonato in un modo o nell'altro, neppure
degno di critica", e il suo autore come "un somaro ampolloso
dalla testa vuota". Acton non fu molto più benevolo ("un'opera
disgraziata") e concluse che Carlyle (a parte Froude, "il più
odioso degli storici") aveva assorbito troppo dal pensiero tedesco
"in un momento non molto felice della sua storia tra Herder e Richter,
prima dell'età del rigore e della scienza". Del libro di Carlyle
pensava che fosse "un deludente temporale, che aveva prodotto più
tuoni che lampi". Nonostante ciò, Acton concedeva a Carlyle
di "avere intuito storico - una qualità rara -; comprensione
per cose che non sono evidenti, e una seppur vaga e incostante nozione
delle forze impersonali della storia". Oltre a ciò Carlyle
aveva profondamente mutato il modo in cui gli inglesi guardavano alla
Rivoluzione e, cosf facendo, "liberato i nostri padri dal dominio
di Burke". Pur nel suo usuale tono di superiorità, quella
di Acton era un'ammissione importante.
La Storia di Carlyle fu, inevitabilmente, paragonata all'opera di Michelet.
Lo storico francese rifiutò aspramente tale accostamento, ma anche
altri storici, in Francia, colsero questa analogia, e quell'intuitiva
insistenza di Carlyle sul concetto vago di "sanculottismo "
doveva apparire a più di una generazione di studiosi della Rivoluzione
il segno precoce di una penetrante intelligenza storica, che cercava di
liberare la disciplina non solo dalla sottomissione a Burke ma anche dalla
tirannide della "storia dall'alto". Se Carlyle fosse effettivamente
"antilatino", come è stato detto in Francia, rimane un
problema aperto; ma che tale parzialità sia palese nella Storia
è dubbio. Alcuni hanno visto nel " popolo " il vero eroe
collettivo della sua Rivoluzione; è più probabile tuttavia
che nella sua Rivoluzione di eroi non ce ne siano: la tragedia è
che nessun potenziale eroe avrebbe potuto prevalere nel "mare di
fuoco " che distrusse l'" Impero dell'Impostura "; non
Mirabeau, e neppure Danton, anche se Carlyle aveva di lui un'alta stima:
"Aveva molte colpe; ma da una colpa ancor maggiore era esente, quella
dell'Ipocrisia ... Pur con tutte le sue imperfezioni era un Uomo ... Egli
salvò la Francia da Brunswick; percorse lmperterrito la sua strada
sregolata sino alla fine". Ma per Carlyle il fallimento degli eroi
era dovuto più alla natura umana che alle mancanze dei francesi.
Egli fu il primo, ha affermato Hedva Ben-Israel, " a scrivere una
storia umana della Rivoluzione francese".
La Rivoluzione di Carlyle resta un capolavoro di poesia, prolisso, dalle
proporzioni bizzarre, non equilibrato, un'opera strana come egli stesso
aveva anticipato, senza dubbio un livre de circonstance, che ci rivela
altrettanto della sua visione dell'Inghilterra ottocentesca quanto della
Rivoluzione in sé, ricco di intuizioni psicologiche e visioni da
incubo, una possente sfida di immaginazione diretta ai politici e agli
storici settari, e non priva di successo. La sua opera cercò di
elevare l'argomento al di sopra della propaganda politica. Apparve all'improvviso,
senza dare origine ad alcuna scuola, e lasciando dietro di sé,
oltre a scene tumultuose che rimangono nella memoria, una certa sensazione
di terrore e meraviglia: e questo è sicuramente ciò che
Carlyle voleva, non solo di fronte al suo libro, ma anche alla Rivoluzione
stessa, come illustrazione dei più profondi fermenti, al di là
della politica e dell'ideologia, del mondo reale passato e presente, il
cui " Caos dell'Esistenza", per lui, spettava allo storico tentare
di decifrare:
"Il bastimento in fiamme è la vecchia Francia; ... il suo
equipaggio un'intera generazione di uomini. Disumane sono le loro grida
e i loro furori. ... Ma, alla fine, non sono forse svaniti, o Lettore?
La loro nave in fiamme, insieme con loro, pur terrorizzando il mondo,
ha veleggiato lontana; le sue fiamme e i suoi tuoni sono ormai inghiottiti
dalle Profondità del Tempo. Una sola cosa farà quindi la
Storia: avere pietà per tutti; perché con tutti essa fu
molto dura".
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