Guido Verucci
Francois-René
Chateaubriand
storico della Rivoluzione


L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.
www.einaudi.it

 

Chateaubriand (1768-1848) proveniva da una famiglia brettone di antica nobiltà, il cui patrimonio e il cui prestigio si erano dapprima sgretolati con il lento declino dei diritti feudali, ma successivamente in larga misura ricostituiti con le attività commerciali del padre e con le funzioni parlamentari del fratello maggiore di Francois-René. Alla morte del padre, nel 1786, questi, che era figlio cadetto, aveva subito gli effetti negativi del diritto nobiiare brettone, avendo in successione soltanto una piccolissima parte del patrimonio familiare. Tornato indebitato da un viaggio di alcuni mesi negli Stati Uniti d'America, nel 1791-92, accettò un matrimonio di convenienza che tuttavia non rinsaldò la sua posizione finanziaria. Se aveva guardato con relativo distacco, e anche con un certo favore, ai primi atti della Rivoluzione francese, gli avvenimenti del 1792 lo indussero a emigrare e a combattere nell'esercito controrivoluzionario dei principi: ferito, passò nel 1793 in Inghilterra, dove visse in condizioni di disagio economico e d'isolamento rispetto all'ambiente dei francesi emigrati, per le sue idee e per la sua attività di scrittore.
Queste varie e contrastate vicende contribuiscono a spiegare la sua particolare e originale posizione di fronte alla Rivoluzione francese, quale si manifesta fin dal primo scritto, Essai historique, politique et moral sur les révolutions anciennes et modernes considérées dans leurs rapports avec la Révolution francaise, pubblicato a Londra nel 1797 che se per tanti aspetti appartiene alla pubblicistica controrivoluzionaria, rivela d'altra parte una capacità di allargare lo sguardo ben al di là dell'orizzonte di questa.
Nell'Essai infatti il giudizio sulla Rivoluzione mostra una certa ambivalenza, e anche incertezza. Da un lato essa è vista, mutuando il nesso affermato dagli scrittori controrivoluzionari ma rovesciandone il segno, come il manifestarsi di un principio di libertà introdotto dalla Riforma protestante nel campo religioso e di riflesso nel campo politico, come una tendenza alla riforma delle istituzioni, dall'altro come il prodotto di degenerazioni di questo principio. Da quest'ultimo punto di vista, sviluppando un'analisi in cui si avverte l'eco di Barruel e degli scrittori tradizionalisti, di de Maistre e di de Bonald (ma si colgono anche elementi nuovi), le cause della Rivoluzione sono indicate da Chateaubriand innanzitutto in un potere monarchico un tempo oppressore, all'epoca dell'assolutismo, ma ormai indebolitosi, e in un'aristocrazia ristretta e intrigante che lo attaccava; anzi egli sottolinea, facendone per di più un principio generale, come la Rivoluzione, prima di passare nel popolo, sia cominciata nei nobili, mossi da ambizione e vittime segnate e accecate dalla sorte. Altre cause sono indicate nella estesa e profonda corruzione morale che si manifestò soprattutto a partire dal periodo della Reggenza investendo la corte e le classi più elevate, corruzione di cui furono veicoli il sistema di Law con l'incentivo dato a una forte attività speculativa, e la diffusione della stampa, e che si traduceva fra l'altro in un grande aumento del celibato maschile e del controllo delle nascite, quest'ultimo, secondo Chateaubriand, quasi generalmente accolto nelle città; e soprattutto nell'opera della " setta filosofica, causa prima e finale della Rivoluzione", negli scritti dei filosofi e degli enciclopedisti, che rovesciarono sulla società un torrente di nuove, astratte e distruttive idee.
Per la verità Chateaubriand, imbevuto di idee illuministiche e sotto la suggestione dei grandi scrittori, si sforza di distinguere fra l'" immortale " Esprit des Lois e il " sublime" Emile, fra i principi di Montesquieu e soprattutto quelli di Rousseau, che dice di condividere in parte, fra la stessa sovranità del popolo, cui dice di credere in teoria, e le perverse applicazioni dei principi repubblicani e democratici nella Rivoluzione, che respinge, deducendone che la verità non ha buona rispondenza negli uomini malvagi, e perciò deve restare nascosta nella mente dei saggi. La più astratta e distruttiva di tutte le idee dei filosofi era comunque quella che stava alla base della dottrina dei Giacobini e da cui tutta la Rivoluzione dipende, la tendenza a realizzare con la forza un sistema democratico ed egualitario, un sistema che si poneva come modello l'antica costituzione spartana di Licurgo e come obiettivo una mai conosciuta perfezione nel governo e nei costumi. L'autore dell'Essai sembra qui accogliere il principio di Montesquieu della necessaria corrispondenza fra le moeurs di un paese e le istituzioni politiche, dando il suo contributo alla polemica contro le astrazioni rivoluzionarie e il giacobinismo.
In alcune pagine dell'Essai Chateaubriand consegnava, fra i primi, immagini di grande suggestione sulle spaventose conseguenze del radicalismo giacobino, sulle stragi da esso perpetrate, scrivendo: " Mentre si formano gli eserciti, le prigioni si riempiono di tutti i proprietari di Francia. Qui li si annega, a migliaia, là si aprono le porte delle segrete piene di vittime e vi si scarica la mitraglia del cannone. La lama della gigliottina cala notte e giorno; ... le piazze, inondate di sangue, divengono impraticabili e occorre cambiare il luogo delle esecuzioni. ... Vecchi di ottant'anni, fanciulle di sedici, padri e madri, sorelle e fratelli; bambini, mariti, mogli, muoiono coperti gli uni del sangue degli altri". Ma il radicalismo giacobino era visto da lui anche come il prodotto della necessità di salvare il paese dalla invasione degli eserciti europei, e le guerre rivoluzionarie e napoleoniche erano considerate apportatrici di gloria alla Francia. Tra i più importanti effetti dell'opera dei filosofi e della Rivoluzione, Chateaubriand indicava quello che gli appariva come un declino inarrestabile del Cristianesimo.
L'ambivalenza e incertezza di giudizio sulla Rivoluzione si chiarisce ulteriormente su un piano più generale. Istituendo, secondo un procedimento in voga nel Settecento, un raffronto fra la Rivoluzione dell'89 e le cinque rivoluzioni che identificava nel mondo antico e le sette nel mondo moderno, Chateaubriand scopre che "l'uomo, debole nei suoi mezzi e nel suo spirito, non fa che ripetersi senza posa: percorre sempre lo stesso cerchio, cercando invano di sortirne ", che non c'è dunque nulla di nuovo nella storia, concludendo che le pretese novità introdotte dalla Rivoluzione francese erano già presenti nelle rivoluzioni precedenti, e che le sue conseguenze non potranno consolidarsi. D'altra parte però egli scorge, come causa profonda dei turbamenti degli Stati, delle continue rivoluzioni presso tutti i popoli, una vaga inquietudine nel cuore dell'uomo, forse derivante dalla coscienza di un'altra vita o dalla segreta aspirazione verso la divinità, insomma, una sorta di spinta alla rivoluzione nell'intimo stesso dell'uomo.
Come la Rivoluzione era praticamente inevitabile, così la forza delle cose porterà al ristabilimento in Francia della monarchia, ma di una monarchia che Chateaubriand sembra voler modellare su quella inglese, di tipo costituzionale-parlamentare, secondo l'ispirazione dei pubblicisti e storici monarchiens Mallet du Pan e Mounier, oltre che di Montlosier, cui egli fa riferimento nell'Essai. Perché, prendendo le distanze da coloro che rifiutano di capire e vorrebbero riportare indietro il paese, egli avverte che la Rivoluzione, di cui percepisce vagamente e polemicamente il carattere borghese, non ha soddisfatto e realizzato un'aspirazione di libertà, d'indipendenza individuale, che è tuttavia incoercibile, e deve evidentemente trovare adeguate e nuove forme di espressione politica. E questo il punto fondamentale, oltre alla mancanza di sistematicità, che segna fin dal 1797, al di là di un indubbio apparentamento e di alcuni specifici motivi di convergenza, la differenziazione e il distacco dell'Essai di Chateaubriand dalla pubblicistica controrivoluzionaria di tipo tradizionalistico, tesa se mai nei suoi maggiori rappresentanti a prospettare la restaurazione di una più o meno mitica monarchia feudale precedente i tempi dell'assolutismo. -
Negli anni successivi i giudizi di Chateaubriand nei confronti della Rivoluzione conobbero, nei divesi scritti, ivi compresi i romanzi, correzioni e modificazioni anche profonde, mantenendo tuttavia alcuni elementi di continuità. Nello stesso 1797, in risposta a critiche di recensori inglesi dell'Essai, era costretto ad affermare che " nessuno più di me è convinto che la Rivoluzione è stata realizzata con mezzi esecrabili, cosa che ho ripetuto dalla prima all'ultima pagina del mio libro!" Nel 1802 forte appare su di lui l'influenza di de Bonald, del quale accoglie ora pienamente, recensendone la Législation primitive, il principio che l'uomo non può attingere con la propria ragione le verità necessarie alla sua esistenza, ma deve riceverle dalla tradizione: una tradizione che per l'autore del Génie du christianisme (1802), che ha ripudiato lo scetticismo dell'Essai, si manifesta ormai anche attraverso il Cattolicesimo. Rientrato in Francia nel 1800 in seguito a un' amnistia concessa agli emigrati, Chateaubriand, dopo un avvio nella carriera diplomatica, si andò allontanando sempre più dal regime napoleonico.
Alla Restaurazione il suo atteggiamento politico, in cui le aspirazioni di libertà e di progresso risultavano rafforzate, probabilmente per la consuetudine di idee con Ballanche e per l'influenza della lettura di Vico e di Montesquieu, forse anche di Herder, si manifestò nella tendenza a conciliare la fedeltà al vecchio trono dei Borboni con alcune esigenze politiche scaturite dalla Rivoluzione. L'adesione a queste esigenze continuò tuttavia ad andare di pari passo con un'aspra polemica contro quelli che Chateaubriand considerava i principi più caratteristici della stessa Rivoluzione. Nello scritto De Buonaparte et des Bourbons, del 30 marzo 1814, ancora sotto l'influenza degli scrittori tradizionalisti e in particolare di de Bonald, Chateaubriand imputava alla Rivoluzione di aver imposto la rinuncia "all'esperienza e ai costumi dei nostri padri ... per fondare su una ragione incerta una società senza passato e senza avvenire", ma ribadiva che in essa vi era una spinta alla libertà, che la libertà non poteva essere incolpata dei misfatti che erano stati commessi in suo nome, e che in ogni caso i delitti della Rivoluzione erano stati il frutto delle passioni, che provocano disordine, ma non distruzione nella società, come aveva fatto invece il dispotismo napoleonico. Ancora una volta, accettando l'evoluzione delle cose, egli considerava che " Non si può fare come se ciò che è non fosse accaduto, e invece esistesse ciò che non è".
Negli anni successivi la posizione di Chateaubriand nei riguardi della eredità rivoluzionaria nella società francese si precisava e si approfondiva, in stretto nesso con l'evolversi del suo orientamento politico, specialmente dopo che, nel settembre 1816, Luigi XVIII aveva sciolto la Camera introuvable, dove avevano la maggioranza gli ultraroyalistes, e avviato una politica moderata e di consolidamento del regime della Carta del 1814. Fra il 1814 e il settembre 1816 Chateaubriand è favorevole a una politica controrivoluzionaria come quella voluta dagli ultras, ma anche a un regime fondato sulle prerogative del Parlamento e sulle libertà previste dalla Carta. Matura così il suo relativo distacco, teorico e politico, dai pensatori tradizionalisti, da de Bonald, da de Maistre e anche da Lamennais. Dopo il settembre 1816, comunque, si schiera decisamente all'opposizione dei governi ispirati dal partito "costituzionale" e dai "dottrinari".
Nello scritto De la monarchie selon la Charte (1816) egli rimprovera ai ministeri che si sono succeduti dagli inizi della Restaurazione di aver guidato la Francia nel senso degli interessi rivoluzionari, di non aver distinto fra la necessaria conservazione degli interessi materiali della Rivoluzione, come il possesso dei Beni nazionali e i diritti politici sviluppati dalla Rivoluzione e consacrati dalla Carta, e la necessaria lotta contro gli interessi morali di essa, cioè le dottrine antireligiose e antisociali dalla stessa proclamate. Contro queste dottrine e contro il partito democratico degli "indipendenti", che ai suoi occhi ne è il vero ispiratore, Chateaubriand conduce la sua tenace battaglia, in specie dalle colonne del giornale "Le Conservateur", da lui fondato nel 1818. Sono le dottrine che si traducono nel proposito di eliminare l'influenza della religione cattolica dallo Stato e dalla società; che si traducono nella spinta verso una eguaglianza assoluta e livellatrice, nemica dell'autentica libertà e anticamera del dispotismo.
E proprio l'eguaglianza assoluta, sottolinea Chateaubriand riprendendo direttamente la polemica dell'Essai, che è stata e forma ancora il vero carattere della Rivoluzione francese. Di una rivoluzione che egli vede raddrizzare la testa in molti luoghi d'Europa, e contro cui, divenuto nel 1823 ministro degli Esteri nel governo Villèle, avrebbe fatto prevalere una politica di repressione con la spedizione in Spagna. Ma della quale si sforza anche di ridimensionare il pericolo, affermando che è un mito la grandezza militare della Rivoluzione e dell'Impero, come è un mito la sua grandezza politica, in quanto essa ha rovesciato una feudalità che non esisteva più e ha distrutto l'antica costituzione della monarchia francese, da secoli incrinata dall'assolutismo dei Valois e poi dalla corruzione della Reggenza e dalla filosofia illuministica.
L'aristocratico Chateaubriand coglie ora in modo più netto di quanto non avesse fatto in passato il carattere borghese della Rivoluzione, associa
alla sopravvivenza dello spirito rivoluzionario la " morale degli interessi", l'affarismo finanziario e il carrierismo che vede prevalere nella società della Restaurazione, sostiene che in questa morale si traduce un individualismo che non ammette limiti, foriero di un nuovo sistema di feudalità. Nega che questa morale sia la morale della libertà. Insomma, nega il nesso fra avvento della borghesia e avvento della libertà. Al tempo stesso rifiuta però la possibilità di ripristino della vecchia feudalità, di ritorno all'antica costituzione monarchica, tanto più all'assolutismo.
La battaglia politica di Chateaubriand continuò dopo l'arrivo al potere, fra il 1821 e il 1822, degli ultraroyalistes, una battaglia condizionata anche dagli umori personali, dal desiderio di affermazione e di prestigio dello scrittore. Nel 1824 ruppe per motivi in gran parte personali con il presidente del Consiglio e con il re e, dimessosi da ministro degli Esteri, passò di nuovo all'opposizione, guidando, dalle colonne del "Journal des Débats " il gruppo monarchico della cosiddetta défection. Il disegno politico che, pur fra le incertezze proprie della sua natura, Chateaubriand propugna, anche qui riallacciandosi alla prospettiva accennata fin dall'Essai, e facendo anche oggetto di successive riflessioni l'esperienza direttamente avuta della repubblica degli Stati Uniti, si propone al tempo stesso di conservare il nucleo positivo della Rivoluzione e di far argine alle sue dottrine distruttrici. Un disegno che si traduce in un regime monarchico sostenuto dalla religione e in cui sono insieme previsti, non senza contraddizioni, un potere eminente e irresponsabile del re, un ampio potere del Parlamento, una Camera dei pari ereditaria come salvaguardia del principio aristocratico contro i pericoli democratici, l'allargamento del suffragio elettorale e le varie libertà, specie quella di stampa. Un tentativo di rinnovare in senso rappresentativo e popolare, in funzione antiborghese e controrivoluzionaria, la vecchia monarchia francese, sempre facendo leva sull'aristocrazia, ma sostituendo nuovi istituti di limitazione e di controllo del potere regio a quelli antichi. Dopo il 1824, la sua battaglia e il suo disegno politico acquistano accenti sempre più liberali: la Société des amis de la liberté de la presse da lui fondata nel 1827, doveva unire l'opposizione di destra e quella di sinistra al governo.
A questo atteggiamento politico, che riflette la sua aspirazione a seguire il movimento del secolo, fa riscontro una nuova riflessione sulla Rivoluzione, che è consegnata nelle note apposte a margine, neI 1826, alla riedizione dell'Essai, nei primi due tomi delle sue OEuvres complètes. Una riflessione che se da un lato attenua o smorza certe originarie compromissioni dello scrittore con lo spirito illuministico e irreligioso, da un altro lato offre una
valutazione meno negativa e ambivalente, più organica della Rivoluzione, rispetto a quella dell'Essai. Così, nelle note del 1826 viene sostanzialmentte
rigettata l'impostazione comparatistica dell'opera, viene esplicitamente superata l'idea che la Rivoluzione non ha portato nulla di nuovo e di duraturo. Si sottolinea che l'opera dei filosofi enciclopedisti non ne è stata la sola causa, ma solo una grande causa, perché "La Rivoluzione francese non viene affatto da questo o quell'uomo, da questo o quel libro: essa viene dalle cose". Chateaubriand attenua le responsabilità dell'aristocrazia nello scatenarsi della Rivoluzione, giustificando la sua opposizione al potere monarchico con la difesa della libertà, di cui essa è il naturale supporto; non ritiene più impossibile, come un tempo, lo stabilirsi dopo la Rivoluzione di una repubblica rappresentativa, pur preferendo egli la monarchia rappresentativa. Fa in parte ammenda della infatuazione mostrata nell'Essai per la teoria della sovranità del popolo, sottolineando che la libertà non deriva da questo principio, ma dal diritto di natura, o piuttosto dal diritto divino. Per questo essa trova il suo solo ancoraggio nella religione cristiana e cattolica, e nella monarchia legittima.
Dopo aver sostenuto il ministero moderato Martignac, Chateaubriand contrastò invece quello Polignac, criticò le ordinanze che provocarono la rivoluzione di Luglio, e plaudi alla rivolta del popolo di Parigi in difesa delle libertà della Carta. Non aderì tuttavia al nuovo regime della monarchia di Luglio, sia per un sentimento di fedeltà alla branche ainée della dinastia borbonica, sia perché vi vide continuato e anzi accentuato quel sistema di chiusa oligarchia finanziaria borghese che aveva combattuto durante la Restaurazione. Negli scritti successivi al 1830, in particolare negli Etudes historiques (1831) e nei Mémoires d'outre tombe, che sarebbero stati pubblicati postumi, la visione che Chateaubriand ha della Rivoluzione dell'89 e del mondo che essa ha generato attraverso la Restaurazione e la monarchia di Luglio appare ancora più disincantata e lucida: la Rivoluzione ha fondato irreversibilmente la libertà moderna in Francia; la Restaurazione è fallita nel compito di unire la tradizione con questa libertà; analogo è stato il fallimento della rivoluzione di Luglio, che ha fatto prevalere una società moralmente ed economicamente contrapposta alla società precedente il 1789; è una società sprovvista di ogni valore, che ha fatto scoprire la troppo grande ineguaglianza delle condizioni delle classi inferiori, che ha fatto cioè emergere nuove contraddizioni e che sprofonderà sotto di esse. Per Chateaubriand le grandi idee cui resta fedele, il progresso e la libertà che ne è lo strumento, cioè il nucleo fecondo della Rivoluzione dell'89, non s'identificano con il mondo in cui vive.
Nei primi anni della monarchia di Luglio lo scrittore, pur ormai allontanatosi dalla vita politica attiva, continuò a propugnare la necessità di un regime monarchico legittimista, rappresentato da Enrico V di Borbone, come garanzia di un sistema di libertà, di ordine, di riaffermazione del cri-
stianesimo. Ma nel 1844, nel periodo di governo di Guizot e dell'enrichissez-vous, nello scritto Vie de Rancé, sembra aver perso ogni fiducia nell'avvenire del mondo, nello sviluppo della libertà, che gli appare sopraffatta dall'avvento della democrazia. Morì nel 1848, dopo le giornate di giugno. Al di là dell'esito di questa parabola personale, la prospettiva aperta da Chateaubriand di un tradizionalismo liberale avrebbe tuttavia esercitato la sua influenza sulle successive trasformazioni culturali e politiche della destra legittimista francese fra Ottocento e Novecento.

 

 


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