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Anna Maria Rao
Alfred Cobban
storico della
Rivoluzione
L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.
www.einaudi.it
Lo storico inglese Alfred Cobban (1901-1968) viene generalmente considerato
l'iniziatore della cosiddetta storiografia "revisionista" della
Rivoluzione francese per il breve saggio pubblicato nel 1955, The Myth
of the French Revolution, testo della prolusione inaugurale della nuova
cattedra di storia francese dell'University College di Londra - dove insegnò
dal 1937 al 1967 - tenuta il 6 maggio 1954, sostanzialmente ripreso e
sviluppato in The Social interpretation of the French Revolution, pubblicato
nel 1964.
Le tesi di fondo che vi venivano esposte erano ugualmente presenti in
altri suoi studi, accompagnate spesso da giudizi anche più netti
e discutibili, come nella generale Histoiy of Modern France (1957-65).
Ma il contributo di Cobban al dibattito sulla Rivoluzione è rimasto
legato soprattutto ai due testi del 1955 e del 1964, come avrebbe notato
egli stesso tracciando nella rivista "History", che dirigeva
dal 1957, una sorta di bilancio delle critiche suscitate: " In una
storia generale, anche quando appaiono delle interpretazioni non ortodosse,
è solo qua e là, all'interno di un più ampio quadro
costituito in massima parte da una storia necessariamente "accettata"
... Allarme e indignazione si sono scatenati solo quando ho isolato dei
punti di vista specifici nella mia lezione su The Myth of the French Revolution
e nella mia Social Interpretation. Presentati in tutta la loro nudità,
sono allora apparsi scioccanti, ma non c'era altra via, credo, di avere
un impatto diretto sulla rigida ortodossia in cui la storia della Rivoluzione
si era andata cristallizzando" (Cobban 1967).
A dare risonanza alle sue tesi era stato in effetti il loro carattere
provocatorio, esplicitato fin dal titolo di quello che era costruito come
un vero e proprio pamphlet: il " mito della Rivoluzione francese",
un " mito " in senso platonico, come puro nome non corrispondente
ad alcuna realtà concreta, che solo per delicatezza verso l'ambasciatore
francese presente alla sua lezione Cobban si limitava a riferire non alla
Rivoluzione stessa, che pure era stato tentato di abolire, ma alla sua
interpretazione corrente. Una provocazione che non era occasionale nel
clima politico e storiografico di quegli anni, né rispetto alle
preoccupazioni storiche e ideologiche di Cobban:
specialista di storia della Francia dei secoli XVIII e XIX, prima del
1954 si era impegnato soprattutto in studi del pensiero politico e delle
istituzioni del periodo, con un significativo spostamento, tra il 1939
e il 1945, verso temi più attuali e scottanti come le origini storiche
e le basi teoriche delle dittature, la "crisi della civiltà",
l'autodeterminazione delle nazioni, per poi affrontare fra il 1946 e il
1951 terni più direttamente attinenti alle idee e alle guerre del
periodo rivoluzionario.
La storiografia inglese era allora in piena polemica antimarxista a proposito
delle origini sociali della rivoluzione inglese. Nel 1952, la rivista
americana " Science and Society " apriva il dibattito sulla
transizione dal feudalesimo al capitalismo che avrebbe per più
di un decennio impegnato soprattutto gli storici marxisti. Negli stessi
anni la storiografia francese contestava l'adozione del concetto di "borghesia",
e più in generale di "classe", nello studio della monarchia
assoluta e delle rivolte contadine in Francia nella prima metà
del Seicento, impegnandosi in vivaci polemiche con gli storici sovietici
in occasione del X Congresso internazionale di scienze storiche svoltosi
a Roma nel 1955. La contrapposizione di blocchi mondiali negli anni della
guerra fredda sembrava insomma ripercuotersi immediatamente sui piano
storiografico in una offensiva generalizzata e genericamente antimarxista
contro chiunque adottasse categorie come "classe" e "lotta
di classi", denunciate come dogmatiche o anacronistiche. Alle preoccupazioni
politiche e ideologiche sollevate dal trauma bellico e dal totalitarismo
si aggiungevano motivazioni più direttamente attinenti allo statuto
e ai metodi della storia, al confronto sempre più serrato fra storia
e scienze sociali, alla crescente insoddisfazione verso la tradizionale
dicotomia fra astratte teorizzazioni generalizzanti da un lato, e dall'altro
un metodo empirico di mera raccolta e ordinamento difatti e documenti.
In questo clima, molto sommariamente evocato, si colloca il testo del
1934 di Cobban, che si assumeva così per la Rivoluzione francese
il compito di revisione antimarxista che altri si attribuivano in altri
campi storiografici, come la rivoluzione inglese o la Fronda francese.
Né si trattava di un compito soltanto storiografico: proprio le
implicazioni ideologiche di ogni storia della Rivoluzione francese, -
spiegava Cobban nel Mito, -continuamente intrecciata alle credenze e alle
aspirazioni dell'umanità, e l'importanza del suo significato nella
visione del mondo contemporaneo, rendevano necessario chiarire che cosa
ci fosse dietro il nome " rivoluzione". L'interlocutore polemico
non veniva in realtà esplicitato, né Cobban faceva riferimento
al marxismo, ma genericamente alla " teoria corrente" della
Rivoluzione francese, contrapponendo in maniera impersonale storici influenzati
dalla filosofia della storia e dal suo " determinismo", e storici
"seri", interessati alla meccanica del processo storico. Il
bersaglio dichiarato stava nel luogo comune della Rivoluzione francese
come sostituzione di un ordine borghese-capitalistico a quello feudale:
formula unica, e quindi mitica, che aveva la sua sola ragìon d'essere
in una filosofia della storia inevitabilmente tesa a considerare il processo
storico come predeterminato da grandi forze impersonali. Null'altro che
un mito era infatti il feudalesimo, che nella Francia del XVIII secolo
non esisteva più, a meno di non intendere con questo termine la
semplice sopravvivenza degli antiquati diritti signorili. Un mito era
anche la borghesia, intesa come classe di mercanti, banchieri, industriali
e capitalisti, poiché questi non ebbero alcuna parte in una rivoluzione
che fu anzi fatta anche contro di loro.
Chi fossero gli storici " deterministi " responsabili di questi
" miti", Cobban lo diceva altrove in quegli anni, in particolare
in Historians and the Causes of the French Revolution, risalente al 1946,
ma rivisto nel 1958 e ristampato nel 1963, e in Historians of the French
Revolution, del 1956: qui la tesi della rivoluzione antifeudale da parte
di una borghesia di ricchi capitalisti e finanzieri veniva addebitata
all'ispirazione marxista di Jaurès, spinto ad usare " parole
grosse come borghesia e feudalesimo " dalla convinzione che l'essenza
della storia fosse nel gioco degli interessi economici e delle forze sociali;
di Mathiez, seguace di Jaurès, ma " con una più dogmatica
devozione alla concezione materialistica della storia"; di Labrousse,
caduto anch'egli nello schematismo dell'" ascesa della borghesia",
nonostante la revisione delle tesi di Jaurès e di Mathiez operata
con il suo studio dell'economia francese settecentesca; e infine, di Lefebvre,
ancora fortemente condizionato dalla " storiografia deduttiva del
XIX secolo" e dalla filosofia della storia di Marx, nonostante il
contributo innovativo dei suoi studi, cui del resto Cobban stesso largamente
attingeva.
Ancora più esplicito sarebbe stato nella Social Interpretation:
titolo che avrebbe ingenerato non pochi equivoci, poiché per "interpretazione
sociale" Cobban intendeva la propria, e non, come alcuni avrebbero
creduto e si poteva credere, quella dei suoi interlocutori polemici. Questi
ultimi erano designati soprattutto in Georges Lefebvre e Albert Soboul,
accomunati da una fede marxista che dava "troppo senso" alla
storia, e che, nel caso di Soboul, scambiava "le teorie per fatti".
Più che sul marxismo, tuttavia, la condanna gravava ora sul marxismo-leninismo,
che aveva fatto prevalere l'interesse per la storia politica su quella
sociale della Rivoluzione francese, vista come prova generale del rapporto
fra avanguardie rivoluzionarie e masse con cui aveva dovuto fare i conti
Lenin: era il caso appunto dei sanculotti studiati da Soboul. Contro questa
interpretazione "politica", dava ora una patente di serietà
all'interpretazione sociale di Jaurès, Mathiez, Labrousse, e del
primo Lefebvre: " Fino alla fine degli anni '30, tutti gli storici
seri della Rivoluzione erano influenzati dal marxismo, anche quando non
seguivano dogmaticamente una rigorosa interpretazione marxista. A partire
dalla seconda guerra mondiale la sua influenza è stata largamente
sostituita da quella del marxismo-leninismo. Ciò ha comportato
un deciso riorientamento del pensiero storico, spostando l'accento dallo
sviluppo economico e dai fatti della situazione sociale alla lotta politica
per il potere" (Cobban 1966).
A questa nuova versione "politica", Cobban contrapponeva la
necessità di fare storia sociale, recependone la crescente importanza
nella storiografia del tempo: una storia sociale intesa però in
maniera al tempo stesso indefinita e restrittiva, negando il contributo
della sociologia, in quanto portatrice di formule e schemi troppo generali.
Se infatti, nel 1966, recensendo la Vandea di Tilly, Cobban auspicava
un superamento delle barriere accademiche tra storia e sociologia, al
Tilly rimproverava tuttavia la mancanza di senso del tempo, l'eccesso
di teorizzazione, la tendenza a riecheggiare l'interpretazione marxista
della rivoluzione come vittoria capitalistica sul regime feudale. La sociologia,
come il marxismo, era una filosofia della storia, e non offriva quindi
" alcun ausilio, se non degli schemi logori e stereotipati, al nostro
bisogno di un qualche elemento teoretico nella storia". Ne scaturiva
una proposta di storia sociale genericamente intesa come " storia
dei modelli mutevoli in cui cade la vita dell'uomo in quanto animale sociale"
(Cobban 1968), fondata su un vago appello alla "complessità"
della struttura sociale di Antico Regime, e sul richiamo all'analisi delle
forze sociali quale era stata auspicata da Tocqueville e da Taine. Fra
l'"ingenuità" della storia narrativa, che accettava acriticamente
il vocabolario sociale di antico regime, e l'eccesso di "senso "
della filosofia della storia e del marxismo, che vi sovrapponevano un
linguaggio improprio, Cobban proponeva dunque una storia " analitica",
tale da individuare i " fatti" sociali che quel vocabolario
designava: terminologia a sua volta rivelatrice dell'empirismo di fondo
del suo approccio. Solo l'analisi empirica delle componenti sociali consentiva
di sostituire delle " distinzioni e classificazioni sociali basate
sulla realtà storica " ai " clichés sociologici
tradizionali", alle " grandi classi-carrozzone ".
L'analisi di Cobban, fondata prevalentemente sulle espressioni e le richieste
dei cahiers de doléances, non andava in realtà molto al
di là di quanto aveva già affermato nel Mito, del quale
sviluppava più ampiamente il nucleo interpretativo. Nonostante
gli intenti prevalentemente distruttivi, alieni dal volere " semplicemente
rimpiazzare un dogma con un altro", Cobban aveva naturalmente anch'egli
la sua interpretazione da contrapporre alla formula unica della rivoluzione
borghese antifeudale, che giudicava sostanzialmente condivisa dalla "grande
scuola di storici francesi" nel suo insieme, pur riconoscendo a Lefebvre
il merito di aver reso impossibile con i suoi studi di parlare della Rivoluzione
come di una singola entità da approvare o da condannare in blocco.
La Rivoluzione francese non era infatti una entità personificata,
ma una teoria, anzi un insieme di teorie rivali; non era un blocco indivisibile
- una rivoluzione - ma una serie di rivoluzioni; non era insomma che un
nome, dato ad una lunga serie di eventi: l'ultima Fronda dei nobili e
dei parlamenti, la rivoluzione del Terzo Stato, la rivolta contadina,
l'insurrezione repubblicana, la rivolta dei sanculotti, il 9 termidoro
e i vari colpi di Stato del Direttorio fino al 18 brumaio. Incominciata
come rivoluzione aristocratica, non certo come rivoluzione borghese, la
Rivoluzione aveva trovato nel 1789, i suoi principali sostenitori - come
risultava dall'analisi dei membri dell'Assemblea costituente - nei funzionari,
detentori di cariche venali dell'amministrazione centrale e periferica
dello Stato, che grazie all'abolizione con indennizzo delle stesse cariche
venali decisa dall'Assemblea recuperarono capitale libero da reinvestire
nell'acquisto dei Beni nazionali.
Spinti alla rivoluzione non da rivendicazioni economiche, ma da aspirazioni
di carriera gravemente lese dal monopolio delle principali cariche civili
ed ecclesiastiche da parte degli ordini privilegiati, questi uomini non
avevano alcun intento antifeudale e furono costretti ad abolire i diritti
signorili dalla pressione contadina, che a sua volta si esaurì
del tutto dopo il 1789. Il preteso fronte antifeudale borghese-contadino,
affermato da Soboul sviluppando le tesi di Lefebvre, non aveva nessun
riscontro reale, poiché la società francese settecentesca,
tutt'altro che feudale, aveva anzi visto un processo di "borghesizzazione"
della nobiltà, sia per il diretto inserimento della nobiltà
stessa nel mondo degli affari e della finanza, sia per l'inserimento borghese
nei feudi: la cosiddetta " reazione feudale " settecentesca,
la tendenza cioè a rinvigorire i diritti signorili, andava quindi
più correttamente vista come una "reazione borghese",
come l' "applicazione di nuove tecniche d'affari a rapporti di vecchio
tipo". Contro questi nuovi signori di origine borghese, non contro
il feudalesimo, si era indirizzata la rivolta dei contadini, "espressione
del fondamentale e secolare conflitto tra campagna e città".
Portando all'estremo, senza dimostrarla, l'ipotesi cautamente avanzata
da Lefebvre che sotto la copertura dei diritti feudali si fosse realizzata
una parziale penetrazione del capitalismo nelle campagne, Cobban rovesciava
così lo schema della rivoluzione antifeudale in quello di una rivoluzione
anticapitalistica. Le "proteste degli strati inferiori, e perciò
più scontenti, della città e della campagna, non erano tanto
contro la sopravvivenza di un antico ordine feudale della società
quanto contro un nuovo ordine capitalistico". Al nuovo ordine capitalistico
rappresentato dalla borghesia in ascesa del mondo degli affari, si oppose
anche la borghesia in declino degli uffici e delle libere professioni:
fu quest'ultima a fornire i ranghi dei rivoluzionari, che condussero la
loro lotta politica contro il monopolio nobiliare del potere. "Una
classe di funzionari e di uomini delle professioni si spostò dai
posti minori a quelli maggiori nel governo e esautorò i favoriti
di una Corte ormai logora: questo fu il significato della rivoluzione
borghese. I contadini si liberarono dagli obblighi signorili: fu questo
il significato dell'abolizione del feudalesimo".
Riportata al concreto svolgersi degli eventi, la Rivoluzione non aveva
quindi nessuna forza motrice nascosta, né cause generali profonde:
bisognava anzi riconoscere il "ruolo del caso nelle grandi crisi
della storia". Né aveva avuto conseguenze decisive sul piano
del mutamento economico, che ne era anzi stato frenato. La Rivoluzione,
infatti, "fu in gran parte contro e non a favore del nascente potere
del capitalismo " e raggiunse i suoi scopi, poiché "i
proprietari di campagna, e gli uomini di legge, i rentiers e i possidenti
delle città, vinsero nella loro resistenza alle nuove tendenze
economiche". Lungi dall'aprire la via al capitalismo industriale,
la Rivoluzione portò al potere una classe dirigente di proprietari
terrieri fortemente conservatrice, contribuendo in tal modo all'"
arretratezza economica della Francia nel secolo seguente". Una rivoluzione,
dunque, soprattutto politica, non leggibile in termini di conflitto economico
e sociale, da ricondurre sotto il segno della continuità anziché
della rottura, il cui effetto principale fu di consolidare il potere di
una classe di governo, e di proseguire le riforme già iniziate
da Luigi XVI, semplicemente sostituendo "il diritto divino del re
col diritto divino del popolo", per poi ritrovare in Napoleone l'uomo
capace di impersonare degnamente il ruolo di monarca assoluto creato da
Luigi XIV, come ancora più drasticamente Cobban ribadiva nella
History of Modern France: " La logica dell'assolutismo borbonico
finì col trionfare sulle idee liberali dell'Assemblea costituente,
e la monarchia per diritto divino trovò con Bonaparte la sua continuità
storica nella sovranità della forza". Il termine stesso di
"rivoluzione", nella Social Interpretation, finiva con l'essere
completamente svuotato, praticamente annullato in una continuità
secolare, nella quale l'interpretazione della Rivoluzione francese era
fondamentale "per comprendere sia l'era di mutamenti sociali che
la precedette, sia il periodo - durato ormai quasi due secoli -di rivoluzione
che la segui".
Storico delle idee e delle tradizioni politiche, interessato, come diceva
nel 1954, più "a quello che succedeva nelle teste della gente,
che a quello che entrava nelle loro tasche", continuo e deciso assertore
del carattere eminentemente politico della Rivoluzione francese, nelle
sue origini, nel suo svolgersi, nei suoi sbocchi, l'interpretazione di
Cobban, tutt'altro che sociale, avrebbe tuttavia effettivamente contribuito
a promuovere ricerche sui caratteri della società francese del
Settecento, nel tentativo di rispondere su una più solida base
documentaria agli interrogativi da lui sollevati. E l'esigenza da lui
avanzata di approfondire lo studio di una realtà, come quella settecentesca,
tutt'altro che nota nelle sue linee di fondo, e in parte sacrificata proprio
dall'attenzione ai suoi esiti rivoluzionari, era certamente la più
fondata e degna di essere raccolta.
Al contrario, proprio sul terreno della storia della Rivoluzione, le sue
tesi avrebbero avuto scarsa efficacia pratica, portando il dibattito su
un piano prevalentemente terminologico anziché di ricerca concreta,
per le loro ambiguità di fondo: prima fra tutte, l'identificazione
tra borghesia e capitalismo, in nome di una ortodossia marxista alla quale
tipicamente facevano appello le polemiche antimarxiste. Conosciuto in
Francia soprattutto per le critiche avanzate al Mito da Lefebvre nel 1956,
e per quelle di Jacques Godechot del 1966 alla Social Interpretation,
tradotta in francese solo nel 1984, sostanzialmente trascurato dalla storiografia
"classica" in Francia, criticato anche duramente fra gli storici
inglesi e americani, Cobban è stato a volte visto - e apprezzato
- in Italia come il precursore della storiografia "revisionista"
francese. Ma è difficile dire in che misura Cobban vi abbia direttamente
contribuito, al di là delle frequenti convergenze di giudizio,
raggiungibili attraverso percorsi paralleli: la divaricazione fra idee
e raggruppamenti politici da un lato, e forze sociali dall'altro; tra
rivoluzione politica da un lato, e continuità sociale, economica,
amministrativa dall'altro; il primato di una lotta per il potere politico
vista come totalmente separata ed autonoma da interessi sociali e materiali.
Convergenze non casuali in una riflessione sulla Rivoluzione francese
ispirata da motivazioni ideologiche sostanzialmente affini. L'approccio
neoliberale di Cobban partiva da un'opzione di fondo, certamente vissuta
con una più drammatica urgenza negli anni dell'immediato dopoguerra,
contro la rivoluzione in generale, in quanto ricorso alla violenza di
cui l'esempio francese mostrava per giunta tutta l'inutilità. Un'opzione
in primo luogo ideologica e morale, in quanto tale pienamente legittima,
ma che si traduceva in una tipica storiografia a tesi. Consapevole del
fatto che non si trattava, sul piano storiografico, di "giudicare
buona o cattiva" la Rivoluzione, Cobban non aveva in realtà
dubbi né riserve nel giudicarla cattiva. E l'opzione antirivoluzionaria
di fondo chiarisce anche una delle sue proposte interpretative generalmente
ritenute più deboli e contraddittorie rispetto all'impianto generale
della Social Intetpretation: quella della rivoluzione come opposizione
tra ricchi e poveri, che, riproponendo apparentemente un criterio di distinzione
sociale ancora più vago e generico di quelli da lui respinti, ha
spesso disorientato anche i suoi estimatori.
Questo spunto interpretativo è molto più coerente e comprensibile
se si guarda non tanto alla diatriba su "borghesia" e "feudalesimo",
ma al problema del rapporto fra Illuminismo e Rivoluzione, che costituisce
nella riflessione di Cobban un nodo forse anche più importante
e significativo, presente tanto nel Mito e nella Social Interpretation
quanto in altri studi. Contro le posizioni diffuse nella storiografia
ottocentesca, nelle sue componenti liberali come in quelle controrivoluzionarie,
Cobban negava decisamente un rapporto di filiazione diretta fra Illuminismo
e Rivoluzione. Se era vero, infatti, che l'età rivoluzionaria era
"una creatura del XVIII secolo", i rivoluzionari non raccoglievano
tanto le idee dell'età dei Lumi -un'età dei Lumi vista tutta
all'insegna del razionalismo e dell'umanitarismo - ma la ventata di irrazionalismo
dell'ultimo quarto del secolo, in cui romanticismo e ripresa religiosa
crearono nuove condizioni politiche, dando "un contenuto emozionale
ed una unità organica all'idea di popolo, rendendo così
possibile il sorgere di ciò che potrebbe agevolmente chiamarsi
pensiero totalitario". Esplicito era qui il riferimento alle tesi
di Talmon, ed ai "regimi totalitari" del mondo contemporaneo,
affermatisi "con successo in paesi con forti ortodossie religiose,
come l'Italia, la Germania e la Russia" (Cobban 1965). La Rivoluzione
segnava quindi una rottura col mondo dei Lumi, ed esprimeva il passaggio
dal sentimento umanitario al terrore, dall'ecumenismo al nazionalismo,
dall'individualismo al collettivismo, dalla pace alla guerra. Anche l'idea
rivoluzionaria di sovranità popolare non derivava dal pensiero
dei Lumi - qualunque teoria di una sovranità assoluta era incompatibile
con il liberalismo politico dell'Illuminismo -, ma dalla monarchia assoluta:
scopo dei leader del Terzo Stato nella loro scalata al potere era il trasferimento
della sovranità dalla monarchia al popolo. Abbandonando il mondo
dei Lumi, i rivoluzionari ne abbandonarono anche l'ispirazione umanitaria:
le classi abbienti, impaurite dal crescere della disoccupazione, dell'accattonaggio,
della criminalità, stroncarono con la loro rivoluzione " il
tentativo di un miglior trattamento per gli strati più poveri della
società, sia rurale, che urbana" delineatosi "negli ultimi
anni dell'Antico Regime".
Questo dunque era il senso della rivoluzione come antagonismo tra poveri
e ricchi: un senso ancora una volta politico e ideologico, non sociale,
che alla visione della rivoluzione "conservatrice " aggiungeva
quella di una rivoluzione retrograda rispetto alle conquiste dei Lumi,
a tutto svantaggio della popolazione più povera, colpita dall'inflazione
e dalla mancanza di beni di prima necessità. In questa visione,
le masse non potevano avere e non ebbero alcun ruolo attivo, ma erano
solo strumento di "rivoluzionari di professione", come Cobban
definiva i sanculotti: di qui il giudizio sul carattere fortuito dell'alleanza
fra la Montagna e le masse, che "produsse solo una deviazione temporanea
della corrente principale della Rivoluzione del Terzo Stato " - quella
cioè liberale -' anche se Cobban condivideva l'idea di Taine che
il Terrore non fosse "un'aberrazione accidentale, ma un elemento
essenziale e inseparabile " della Rivoluzione. E nella History of
Modem France, apparentemente più neutrale per la sua impostazione
manualistica, Cobban spingeva l'evidente ossessione antileninista al punto
da affermare puramente e semplicemente: "In tutta la storia della
Rivoluzione è difficile trovare creature spregevoli come i capi
dei sanculotti". Giudizi che in parte, o in forma diversa, sarebbero
ritornati in successivi "revisori", come in Furet, ugualmente
preoccupati più dal concetto di rivoluzione che dalla storia della
Rivoluzione francese.
La contrapposizione tra ricchi e poveri, tra rivoluzionari di professione
e masse designava così una rivoluzione fatta contro le masse, contro
l'umanitarismo dei lumi, contro gli interessi della Francia tutta e il
suo futuro, insomma una tragedia, e una tragedia non inevitabile: "La
Rivoluzione produsse ... un nuovo mondo di interessi acquisiti, ancora
più sacri e inviolabili di prima ... Non inaugurò, anzi
mise fine a una grande era di trasformazione sociale". "La Rivoluzione,
pur realizzando alcune grandi speranze del secolo XVIII, a molte di più
doveva essere fatale. La tragedia della Rivoluzione francese non sta nell'aver
portato a maturazione i semi della discordia, ma nell'aver frustrato tante
nobili aspirazioni palesemente realizzabili ".
Non si farà torto all'interezza della personalità di Cobban
e al senso complessivo della sua interpretazione della Rivoluzione francese,
se si ricorderà lo storico inglese anche per la veemente passionalità
di questi giudizi, e non solo per le capacità critiche e di aderenza
alla realtà dei fatti contro gli apriorismi storiografici per le
quali viene prevalentemente ricordato.
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