Anna Maria Rao
Alfred Cobban
storico della Rivoluzione


L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.

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Lo storico inglese Alfred Cobban (1901-1968) viene generalmente considerato l'iniziatore della cosiddetta storiografia "revisionista" della Rivoluzione francese per il breve saggio pubblicato nel 1955, The Myth of the French Revolution, testo della prolusione inaugurale della nuova cattedra di storia francese dell'University College di Londra - dove insegnò dal 1937 al 1967 - tenuta il 6 maggio 1954, sostanzialmente ripreso e sviluppato in The Social interpretation of the French Revolution, pubblicato nel 1964.
Le tesi di fondo che vi venivano esposte erano ugualmente presenti in altri suoi studi, accompagnate spesso da giudizi anche più netti e discutibili, come nella generale Histoiy of Modern France (1957-65). Ma il contributo di Cobban al dibattito sulla Rivoluzione è rimasto legato soprattutto ai due testi del 1955 e del 1964, come avrebbe notato egli stesso tracciando nella rivista "History", che dirigeva dal 1957, una sorta di bilancio delle critiche suscitate: " In una storia generale, anche quando appaiono delle interpretazioni non ortodosse, è solo qua e là, all'interno di un più ampio quadro costituito in massima parte da una storia necessariamente "accettata" ... Allarme e indignazione si sono scatenati solo quando ho isolato dei punti di vista specifici nella mia lezione su The Myth of the French Revolution e nella mia Social Interpretation. Presentati in tutta la loro nudità, sono allora apparsi scioccanti, ma non c'era altra via, credo, di avere un impatto diretto sulla rigida ortodossia in cui la storia della Rivoluzione si era andata cristallizzando" (Cobban 1967).
A dare risonanza alle sue tesi era stato in effetti il loro carattere provocatorio, esplicitato fin dal titolo di quello che era costruito come un vero e proprio pamphlet: il " mito della Rivoluzione francese", un " mito " in senso platonico, come puro nome non corrispondente ad alcuna realtà concreta, che solo per delicatezza verso l'ambasciatore francese presente alla sua lezione Cobban si limitava a riferire non alla Rivoluzione stessa, che pure era stato tentato di abolire, ma alla sua interpretazione corrente. Una provocazione che non era occasionale nel clima politico e storiografico di quegli anni, né rispetto alle preoccupazioni storiche e ideologiche di Cobban:
specialista di storia della Francia dei secoli XVIII e XIX, prima del 1954 si era impegnato soprattutto in studi del pensiero politico e delle istituzioni del periodo, con un significativo spostamento, tra il 1939 e il 1945, verso temi più attuali e scottanti come le origini storiche e le basi teoriche delle dittature, la "crisi della civiltà", l'autodeterminazione delle nazioni, per poi affrontare fra il 1946 e il 1951 terni più direttamente attinenti alle idee e alle guerre del periodo rivoluzionario.
La storiografia inglese era allora in piena polemica antimarxista a proposito delle origini sociali della rivoluzione inglese. Nel 1952, la rivista americana " Science and Society " apriva il dibattito sulla transizione dal feudalesimo al capitalismo che avrebbe per più di un decennio impegnato soprattutto gli storici marxisti. Negli stessi anni la storiografia francese contestava l'adozione del concetto di "borghesia", e più in generale di "classe", nello studio della monarchia assoluta e delle rivolte contadine in Francia nella prima metà del Seicento, impegnandosi in vivaci polemiche con gli storici sovietici in occasione del X Congresso internazionale di scienze storiche svoltosi a Roma nel 1955. La contrapposizione di blocchi mondiali negli anni della guerra fredda sembrava insomma ripercuotersi immediatamente sui piano storiografico in una offensiva generalizzata e genericamente antimarxista contro chiunque adottasse categorie come "classe" e "lotta di classi", denunciate come dogmatiche o anacronistiche. Alle preoccupazioni politiche e ideologiche sollevate dal trauma bellico e dal totalitarismo si aggiungevano motivazioni più direttamente attinenti allo statuto e ai metodi della storia, al confronto sempre più serrato fra storia e scienze sociali, alla crescente insoddisfazione verso la tradizionale dicotomia fra astratte teorizzazioni generalizzanti da un lato, e dall'altro un metodo empirico di mera raccolta e ordinamento difatti e documenti.
In questo clima, molto sommariamente evocato, si colloca il testo del 1934 di Cobban, che si assumeva così per la Rivoluzione francese il compito di revisione antimarxista che altri si attribuivano in altri campi storiografici, come la rivoluzione inglese o la Fronda francese. Né si trattava di un compito soltanto storiografico: proprio le implicazioni ideologiche di ogni storia della Rivoluzione francese, - spiegava Cobban nel Mito, -continuamente intrecciata alle credenze e alle aspirazioni dell'umanità, e l'importanza del suo significato nella visione del mondo contemporaneo, rendevano necessario chiarire che cosa ci fosse dietro il nome " rivoluzione". L'interlocutore polemico non veniva in realtà esplicitato, né Cobban faceva riferimento al marxismo, ma genericamente alla " teoria corrente" della Rivoluzione francese, contrapponendo in maniera impersonale storici influenzati dalla filosofia della storia e dal suo " determinismo", e storici "seri", interessati alla meccanica del processo storico. Il bersaglio dichiarato stava nel luogo comune della Rivoluzione francese come sostituzione di un ordine borghese-capitalistico a quello feudale: formula unica, e quindi mitica, che aveva la sua sola ragìon d'essere in una filosofia della storia inevitabilmente tesa a considerare il processo storico come predeterminato da grandi forze impersonali. Null'altro che un mito era infatti il feudalesimo, che nella Francia del XVIII secolo non esisteva più, a meno di non intendere con questo termine la semplice sopravvivenza degli antiquati diritti signorili. Un mito era anche la borghesia, intesa come classe di mercanti, banchieri, industriali e capitalisti, poiché questi non ebbero alcuna parte in una rivoluzione che fu anzi fatta anche contro di loro.
Chi fossero gli storici " deterministi " responsabili di questi " miti", Cobban lo diceva altrove in quegli anni, in particolare in Historians and the Causes of the French Revolution, risalente al 1946, ma rivisto nel 1958 e ristampato nel 1963, e in Historians of the French Revolution, del 1956: qui la tesi della rivoluzione antifeudale da parte di una borghesia di ricchi capitalisti e finanzieri veniva addebitata all'ispirazione marxista di Jaurès, spinto ad usare " parole grosse come borghesia e feudalesimo " dalla convinzione che l'essenza della storia fosse nel gioco degli interessi economici e delle forze sociali; di Mathiez, seguace di Jaurès, ma " con una più dogmatica devozione alla concezione materialistica della storia"; di Labrousse, caduto anch'egli nello schematismo dell'" ascesa della borghesia", nonostante la revisione delle tesi di Jaurès e di Mathiez operata con il suo studio dell'economia francese settecentesca; e infine, di Lefebvre, ancora fortemente condizionato dalla " storiografia deduttiva del XIX secolo" e dalla filosofia della storia di Marx, nonostante il contributo innovativo dei suoi studi, cui del resto Cobban stesso largamente attingeva.
Ancora più esplicito sarebbe stato nella Social Interpretation: titolo che avrebbe ingenerato non pochi equivoci, poiché per "interpretazione sociale" Cobban intendeva la propria, e non, come alcuni avrebbero creduto e si poteva credere, quella dei suoi interlocutori polemici. Questi ultimi erano designati soprattutto in Georges Lefebvre e Albert Soboul, accomunati da una fede marxista che dava "troppo senso" alla storia, e che, nel caso di Soboul, scambiava "le teorie per fatti". Più che sul marxismo, tuttavia, la condanna gravava ora sul marxismo-leninismo, che aveva fatto prevalere l'interesse per la storia politica su quella sociale della Rivoluzione francese, vista come prova generale del rapporto fra avanguardie rivoluzionarie e masse con cui aveva dovuto fare i conti Lenin: era il caso appunto dei sanculotti studiati da Soboul. Contro questa interpretazione "politica", dava ora una patente di serietà all'interpretazione sociale di Jaurès, Mathiez, Labrousse, e del primo Lefebvre: " Fino alla fine degli anni '30, tutti gli storici seri della Rivoluzione erano influenzati dal marxismo, anche quando non seguivano dogmaticamente una rigorosa interpretazione marxista. A partire dalla seconda guerra mondiale la sua influenza è stata largamente sostituita da quella del marxismo-leninismo. Ciò ha comportato un deciso riorientamento del pensiero storico, spostando l'accento dallo sviluppo economico e dai fatti della situazione sociale alla lotta politica per il potere" (Cobban 1966).
A questa nuova versione "politica", Cobban contrapponeva la necessità di fare storia sociale, recependone la crescente importanza nella storiografia del tempo: una storia sociale intesa però in maniera al tempo stesso indefinita e restrittiva, negando il contributo della sociologia, in quanto portatrice di formule e schemi troppo generali. Se infatti, nel 1966, recensendo la Vandea di Tilly, Cobban auspicava un superamento delle barriere accademiche tra storia e sociologia, al Tilly rimproverava tuttavia la mancanza di senso del tempo, l'eccesso di teorizzazione, la tendenza a riecheggiare l'interpretazione marxista della rivoluzione come vittoria capitalistica sul regime feudale. La sociologia, come il marxismo, era una filosofia della storia, e non offriva quindi " alcun ausilio, se non degli schemi logori e stereotipati, al nostro bisogno di un qualche elemento teoretico nella storia". Ne scaturiva una proposta di storia sociale genericamente intesa come " storia dei modelli mutevoli in cui cade la vita dell'uomo in quanto animale sociale" (Cobban 1968), fondata su un vago appello alla "complessità" della struttura sociale di Antico Regime, e sul richiamo all'analisi delle forze sociali quale era stata auspicata da Tocqueville e da Taine. Fra l'"ingenuità" della storia narrativa, che accettava acriticamente il vocabolario sociale di antico regime, e l'eccesso di "senso " della filosofia della storia e del marxismo, che vi sovrapponevano un linguaggio improprio, Cobban proponeva dunque una storia " analitica", tale da individuare i " fatti" sociali che quel vocabolario designava: terminologia a sua volta rivelatrice dell'empirismo di fondo del suo approccio. Solo l'analisi empirica delle componenti sociali consentiva di sostituire delle " distinzioni e classificazioni sociali basate sulla realtà storica " ai " clichés sociologici tradizionali", alle " grandi classi-carrozzone ".
L'analisi di Cobban, fondata prevalentemente sulle espressioni e le richieste dei cahiers de doléances, non andava in realtà molto al di là di quanto aveva già affermato nel Mito, del quale sviluppava più ampiamente il nucleo interpretativo. Nonostante gli intenti prevalentemente distruttivi, alieni dal volere " semplicemente rimpiazzare un dogma con un altro", Cobban aveva naturalmente anch'egli la sua interpretazione da contrapporre alla formula unica della rivoluzione borghese antifeudale, che giudicava sostanzialmente condivisa dalla "grande scuola di storici francesi" nel suo insieme, pur riconoscendo a Lefebvre il merito di aver reso impossibile con i suoi studi di parlare della Rivoluzione come di una singola entità da approvare o da condannare in blocco. La Rivoluzione francese non era infatti una entità personificata, ma una teoria, anzi un insieme di teorie rivali; non era un blocco indivisibile - una rivoluzione - ma una serie di rivoluzioni; non era insomma che un nome, dato ad una lunga serie di eventi: l'ultima Fronda dei nobili e dei parlamenti, la rivoluzione del Terzo Stato, la rivolta contadina, l'insurrezione repubblicana, la rivolta dei sanculotti, il 9 termidoro e i vari colpi di Stato del Direttorio fino al 18 brumaio. Incominciata come rivoluzione aristocratica, non certo come rivoluzione borghese, la Rivoluzione aveva trovato nel 1789, i suoi principali sostenitori - come risultava dall'analisi dei membri dell'Assemblea costituente - nei funzionari, detentori di cariche venali dell'amministrazione centrale e periferica dello Stato, che grazie all'abolizione con indennizzo delle stesse cariche venali decisa dall'Assemblea recuperarono capitale libero da reinvestire nell'acquisto dei Beni nazionali.
Spinti alla rivoluzione non da rivendicazioni economiche, ma da aspirazioni di carriera gravemente lese dal monopolio delle principali cariche civili ed ecclesiastiche da parte degli ordini privilegiati, questi uomini non avevano alcun intento antifeudale e furono costretti ad abolire i diritti signorili dalla pressione contadina, che a sua volta si esaurì del tutto dopo il 1789. Il preteso fronte antifeudale borghese-contadino, affermato da Soboul sviluppando le tesi di Lefebvre, non aveva nessun riscontro reale, poiché la società francese settecentesca, tutt'altro che feudale, aveva anzi visto un processo di "borghesizzazione" della nobiltà, sia per il diretto inserimento della nobiltà stessa nel mondo degli affari e della finanza, sia per l'inserimento borghese nei feudi: la cosiddetta " reazione feudale " settecentesca, la tendenza cioè a rinvigorire i diritti signorili, andava quindi più correttamente vista come una "reazione borghese", come l' "applicazione di nuove tecniche d'affari a rapporti di vecchio tipo". Contro questi nuovi signori di origine borghese, non contro il feudalesimo, si era indirizzata la rivolta dei contadini, "espressione del fondamentale e secolare conflitto tra campagna e città". Portando all'estremo, senza dimostrarla, l'ipotesi cautamente avanzata da Lefebvre che sotto la copertura dei diritti feudali si fosse realizzata una parziale penetrazione del capitalismo nelle campagne, Cobban rovesciava così lo schema della rivoluzione antifeudale in quello di una rivoluzione anticapitalistica. Le "proteste degli strati inferiori, e perciò più scontenti, della città e della campagna, non erano tanto contro la sopravvivenza di un antico ordine feudale della società quanto contro un nuovo ordine capitalistico". Al nuovo ordine capitalistico rappresentato dalla borghesia in ascesa del mondo degli affari, si oppose anche la borghesia in declino degli uffici e delle libere professioni: fu quest'ultima a fornire i ranghi dei rivoluzionari, che condussero la loro lotta politica contro il monopolio nobiliare del potere. "Una classe di funzionari e di uomini delle professioni si spostò dai posti minori a quelli maggiori nel governo e esautorò i favoriti di una Corte ormai logora: questo fu il significato della rivoluzione borghese. I contadini si liberarono dagli obblighi signorili: fu questo il significato dell'abolizione del feudalesimo".
Riportata al concreto svolgersi degli eventi, la Rivoluzione non aveva quindi nessuna forza motrice nascosta, né cause generali profonde: bisognava anzi riconoscere il "ruolo del caso nelle grandi crisi della storia". Né aveva avuto conseguenze decisive sul piano del mutamento economico, che ne era anzi stato frenato. La Rivoluzione, infatti, "fu in gran parte contro e non a favore del nascente potere del capitalismo " e raggiunse i suoi scopi, poiché "i proprietari di campagna, e gli uomini di legge, i rentiers e i possidenti delle città, vinsero nella loro resistenza alle nuove tendenze economiche". Lungi dall'aprire la via al capitalismo industriale, la Rivoluzione portò al potere una classe dirigente di proprietari terrieri fortemente conservatrice, contribuendo in tal modo all'" arretratezza economica della Francia nel secolo seguente". Una rivoluzione, dunque, soprattutto politica, non leggibile in termini di conflitto economico e sociale, da ricondurre sotto il segno della continuità anziché della rottura, il cui effetto principale fu di consolidare il potere di una classe di governo, e di proseguire le riforme già iniziate da Luigi XVI, semplicemente sostituendo "il diritto divino del re col diritto divino del popolo", per poi ritrovare in Napoleone l'uomo capace di impersonare degnamente il ruolo di monarca assoluto creato da Luigi XIV, come ancora più drasticamente Cobban ribadiva nella History of Modern France: " La logica dell'assolutismo borbonico finì col trionfare sulle idee liberali dell'Assemblea costituente, e la monarchia per diritto divino trovò con Bonaparte la sua continuità storica nella sovranità della forza". Il termine stesso di "rivoluzione", nella Social Interpretation, finiva con l'essere completamente svuotato, praticamente annullato in una continuità secolare, nella quale l'interpretazione della Rivoluzione francese era fondamentale "per comprendere sia l'era di mutamenti sociali che la precedette, sia il periodo - durato ormai quasi due secoli -di rivoluzione che la segui".
Storico delle idee e delle tradizioni politiche, interessato, come diceva nel 1954, più "a quello che succedeva nelle teste della gente, che a quello che entrava nelle loro tasche", continuo e deciso assertore del carattere eminentemente politico della Rivoluzione francese, nelle sue origini, nel suo svolgersi, nei suoi sbocchi, l'interpretazione di Cobban, tutt'altro che sociale, avrebbe tuttavia effettivamente contribuito a promuovere ricerche sui caratteri della società francese del Settecento, nel tentativo di rispondere su una più solida base documentaria agli interrogativi da lui sollevati. E l'esigenza da lui avanzata di approfondire lo studio di una realtà, come quella settecentesca, tutt'altro che nota nelle sue linee di fondo, e in parte sacrificata proprio dall'attenzione ai suoi esiti rivoluzionari, era certamente la più fondata e degna di essere raccolta.
Al contrario, proprio sul terreno della storia della Rivoluzione, le sue tesi avrebbero avuto scarsa efficacia pratica, portando il dibattito su un piano prevalentemente terminologico anziché di ricerca concreta, per le loro ambiguità di fondo: prima fra tutte, l'identificazione tra borghesia e capitalismo, in nome di una ortodossia marxista alla quale tipicamente facevano appello le polemiche antimarxiste. Conosciuto in Francia soprattutto per le critiche avanzate al Mito da Lefebvre nel 1956, e per quelle di Jacques Godechot del 1966 alla Social Interpretation, tradotta in francese solo nel 1984, sostanzialmente trascurato dalla storiografia "classica" in Francia, criticato anche duramente fra gli storici inglesi e americani, Cobban è stato a volte visto - e apprezzato - in Italia come il precursore della storiografia "revisionista" francese. Ma è difficile dire in che misura Cobban vi abbia direttamente contribuito, al di là delle frequenti convergenze di giudizio, raggiungibili attraverso percorsi paralleli: la divaricazione fra idee e raggruppamenti politici da un lato, e forze sociali dall'altro; tra rivoluzione politica da un lato, e continuità sociale, economica, amministrativa dall'altro; il primato di una lotta per il potere politico vista come totalmente separata ed autonoma da interessi sociali e materiali.
Convergenze non casuali in una riflessione sulla Rivoluzione francese ispirata da motivazioni ideologiche sostanzialmente affini. L'approccio neoliberale di Cobban partiva da un'opzione di fondo, certamente vissuta con una più drammatica urgenza negli anni dell'immediato dopoguerra, contro la rivoluzione in generale, in quanto ricorso alla violenza di cui l'esempio francese mostrava per giunta tutta l'inutilità. Un'opzione in primo luogo ideologica e morale, in quanto tale pienamente legittima, ma che si traduceva in una tipica storiografia a tesi. Consapevole del fatto che non si trattava, sul piano storiografico, di "giudicare buona o cattiva" la Rivoluzione, Cobban non aveva in realtà dubbi né riserve nel giudicarla cattiva. E l'opzione antirivoluzionaria di fondo chiarisce anche una delle sue proposte interpretative generalmente ritenute più deboli e contraddittorie rispetto all'impianto generale della Social Intetpretation: quella della rivoluzione come opposizione tra ricchi e poveri, che, riproponendo apparentemente un criterio di distinzione sociale ancora più vago e generico di quelli da lui respinti, ha spesso disorientato anche i suoi estimatori.
Questo spunto interpretativo è molto più coerente e comprensibile se si guarda non tanto alla diatriba su "borghesia" e "feudalesimo", ma al problema del rapporto fra Illuminismo e Rivoluzione, che costituisce nella riflessione di Cobban un nodo forse anche più importante e significativo, presente tanto nel Mito e nella Social Interpretation quanto in altri studi. Contro le posizioni diffuse nella storiografia ottocentesca, nelle sue componenti liberali come in quelle controrivoluzionarie, Cobban negava decisamente un rapporto di filiazione diretta fra Illuminismo e Rivoluzione. Se era vero, infatti, che l'età rivoluzionaria era "una creatura del XVIII secolo", i rivoluzionari non raccoglievano tanto le idee dell'età dei Lumi -un'età dei Lumi vista tutta all'insegna del razionalismo e dell'umanitarismo - ma la ventata di irrazionalismo dell'ultimo quarto del secolo, in cui romanticismo e ripresa religiosa crearono nuove condizioni politiche, dando "un contenuto emozionale ed una unità organica all'idea di popolo, rendendo così possibile il sorgere di ciò che potrebbe agevolmente chiamarsi pensiero totalitario". Esplicito era qui il riferimento alle tesi di Talmon, ed ai "regimi totalitari" del mondo contemporaneo, affermatisi "con successo in paesi con forti ortodossie religiose, come l'Italia, la Germania e la Russia" (Cobban 1965). La Rivoluzione segnava quindi una rottura col mondo dei Lumi, ed esprimeva il passaggio dal sentimento umanitario al terrore, dall'ecumenismo al nazionalismo, dall'individualismo al collettivismo, dalla pace alla guerra. Anche l'idea rivoluzionaria di sovranità popolare non derivava dal pensiero dei Lumi - qualunque teoria di una sovranità assoluta era incompatibile con il liberalismo politico dell'Illuminismo -, ma dalla monarchia assoluta: scopo dei leader del Terzo Stato nella loro scalata al potere era il trasferimento della sovranità dalla monarchia al popolo. Abbandonando il mondo dei Lumi, i rivoluzionari ne abbandonarono anche l'ispirazione umanitaria: le classi abbienti, impaurite dal crescere della disoccupazione, dell'accattonaggio, della criminalità, stroncarono con la loro rivoluzione " il tentativo di un miglior trattamento per gli strati più poveri della società, sia rurale, che urbana" delineatosi "negli ultimi anni dell'Antico Regime".
Questo dunque era il senso della rivoluzione come antagonismo tra poveri e ricchi: un senso ancora una volta politico e ideologico, non sociale, che alla visione della rivoluzione "conservatrice " aggiungeva quella di una rivoluzione retrograda rispetto alle conquiste dei Lumi, a tutto svantaggio della popolazione più povera, colpita dall'inflazione e dalla mancanza di beni di prima necessità. In questa visione, le masse non potevano avere e non ebbero alcun ruolo attivo, ma erano solo strumento di "rivoluzionari di professione", come Cobban definiva i sanculotti: di qui il giudizio sul carattere fortuito dell'alleanza fra la Montagna e le masse, che "produsse solo una deviazione temporanea della corrente principale della Rivoluzione del Terzo Stato " - quella cioè liberale -' anche se Cobban condivideva l'idea di Taine che il Terrore non fosse "un'aberrazione accidentale, ma un elemento essenziale e inseparabile " della Rivoluzione. E nella History of Modem France, apparentemente più neutrale per la sua impostazione manualistica, Cobban spingeva l'evidente ossessione antileninista al punto da affermare puramente e semplicemente: "In tutta la storia della Rivoluzione è difficile trovare creature spregevoli come i capi dei sanculotti". Giudizi che in parte, o in forma diversa, sarebbero ritornati in successivi "revisori", come in Furet, ugualmente preoccupati più dal concetto di rivoluzione che dalla storia della Rivoluzione francese.
La contrapposizione tra ricchi e poveri, tra rivoluzionari di professione e masse designava così una rivoluzione fatta contro le masse, contro l'umanitarismo dei lumi, contro gli interessi della Francia tutta e il suo futuro, insomma una tragedia, e una tragedia non inevitabile: "La Rivoluzione produsse ... un nuovo mondo di interessi acquisiti, ancora più sacri e inviolabili di prima ... Non inaugurò, anzi mise fine a una grande era di trasformazione sociale". "La Rivoluzione, pur realizzando alcune grandi speranze del secolo XVIII, a molte di più doveva essere fatale. La tragedia della Rivoluzione francese non sta nell'aver portato a maturazione i semi della discordia, ma nell'aver frustrato tante nobili aspirazioni palesemente realizzabili ".
Non si farà torto all'interezza della personalità di Cobban e al senso complessivo della sua interpretazione della Rivoluzione francese, se si ricorderà lo storico inglese anche per la veemente passionalità di questi giudizi, e non solo per le capacità critiche e di aderenza alla realtà dei fatti contro gli apriorismi storiografici per le quali viene prevalentemente ricordato.

 


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