|
Bruno Bongiovanni
Francois Furet
storico della Rivoluzione
L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.
www.einaudi.it
La Rivoluzione francese ha avuto spesso a che fare con la teoria delle
élites. Un sommovimento che, nei suoi documenti e nel suo dettato
costituzionale, pretende di istituire la trasparenza dell'universalità
non può non sollecitare, negli osservatori che si ispirano ad un
metodo di analisi "realistico", la tentazione neomachiavellica
di scavare dietro la magniloquente parvenza delle affermazioni dottrinali
per giungere al cuore della fenomenologia politica. La "legge ferrea
dell'oligarchia", sistemazione operata da Michels della teoria della
classe politica di Gaetano Mosca, non ha dunque perso l'occasione di misurarsi
con l'89 e con le sue conseguenze: si pensi agli scritti dello stesso
Mosca, debitore nei confronti di Taine, e di quelli di Guglielmo Ferrero.
La storiografia "marxista", d'altra parte, codificando nel XX
secolo la natura borghese della Rivoluzione francese, ha evidenziato,
non senza alcune difficoltà di ordine teorico, che la storia è
il teatro delle lotte tra le classi e che l'impalcatura statale è
in qualche misura il riflesso sovrastrutturale degli interessi storici
della classe di volta in volta dominante. Le élite della storiografia
"marxista" (anche essa "realistica" davanti all'unanimismo
liberale) sono innanzitutto sociali, sono cioè cospicue e variegate
minoranze che la successione storica dei rapporti di produzione nel corso
del tempo favorisce o fa declinare: così era per l'aristocrazia,
così è per la borghesia. A ciò si aggiunga che la
storiografia "marxista" per eccellenza, quella che ha prodotto
i risultati più importanti e talora irreversibili sul piano della
ricerca e della ricostruzione, vale a dire la storiografia francese dei
Mathiez, Lefebvre e Soboul, ha un netto e fiero partito preso a favore
della marmorea tradizione giacobina: la Rivoluzione francese non è
cioè solo l'evento sociale che permette di leggere gran parte della
storia del mondo contemporaneo, è anche un evento grandiosamente
patriottico e nazionale che fa della vicenda rivoluzionaria francese una
sorta di paradigma politico privilegiato. Il "marxismo " di
Lenin e la sua valutazione del giacobinismo non possono che confortare
una simile tesi.
La polemica contro la Rivoluzione francese come rivoluzione borghese può
essere fatta cominciare con gli studi di Alfred Cobban negli anni cinquanta
e con quelli di George Taylor negli anni sessanta: si dissolve, almeno
nel breve periodo della surenchère rivoluzionaria, il grande rilievo
attribuito alle classi e compaiono nuovamente, come alla fine del XIX
secolo nella teoria politica, le élite. E questo l'inizio della
storiografia cosiddetta " revisionista ", un termine usato per
troppe cose senza alcun rapporto tra loro, dal lessico delle relazioni
internazionali alla Bernstein-Debatte, dalla Rivoluzione francese al genocidio
nei lager nazisti: per quel che riguarda
la Rivoluzione, l'esponente più noto del "revisionismo"
storiografico è appunto Francois Furet, studioso nato nel 1927,
con un passato "marxista" negli anni della guerra fredda e con
un curriculum attento alle tematiche (soprattutto la lunga durata e il
concetto di mentalità, oltre il più spericolato "inconscio
collettivo") della storiografia delle "Annales", al cui
interno Furet ha affrontato, cosa inconsueta per la scuola di Bloch e
di Febvre, la storia delle idee e la storia politica.
Nel 1965-66 esce un libro destinato, anche per il brillante taglio narrativo,
a notevole fortuna: si tratta della Révolution Francaise di Furet
e di Denis Richet. La Rivoluzione vi figura come un evento messo in moto
da un'élite che attraversa i tre ordini della società (tra
i quali non vi è dunque rivoluzionario conflitto di classe, ma
osmosi riformatrice in taluni settori di essi), un'élite i cui
primi vagiti si potevano già udire nel '500 e che nel secolo delle
Lumières si è a lungo addestrata per cogliere i maturi frutti
politici del grandioso lavoro modernizzatore: è indubbio, però,
che il Terzo Stato ne rappresenta il cuore, tanto è vero che l'abate
Sieyès e il conte di Mirabeau si fecero eleggere entrambi nel Terzo.
Questa élite sembrerebbe già essere pienamente egemone ed
infatti l'Antico Regime è già moribondo o morto nel 1787:
la monarchia, dal canto suo, non è più assoluta di fatto,
ma solo di diritto. Le Lumières, del resto, hanno avuto una grandissima
importanza: hanno unificato l'élite su basi culturali e creato,
intorno alle battaglie di tale élite, una potente macchina di consenso.
Il signilicato vero di tutto il processo, in ultima analisi, è
solidamente inscritto nella lunga spinta liberale che si è avuta
tra il 1750 ed il 1850: il Terrore, questa nuova e furibonda Saint-Barthélemy,
è, dentro questo processo, una semplice parentesi, uno slittamento
(dérapage). Una domanda sorge ora spontanea:
perché è stata necessaria una rivoluzione se l'avversario
era già in stato comatoso? Furet e Richet non rispondono esplicitamente,
ma, contro ogni interpretazione unitaria, sostengono che le rivoluzioni,
nell'89, furono essenzialmente tre. Vi è la rivoluzione degli avvocati
e degli intellettuali che fa del Terzo Stato l'Assemblea Nazionale, creando
e imponendo una nuova sovranità: è questa la rivoluzione
"riformista" di Sieyès e grazie a essa la nazione sostituisce
il diritto divino. Viene poi destituito Necker ed inizia la rivoluzione
"parigina", necessaria perché ciò che resta dell'Antico
Regime - più forma che sostanza - non vuole riconoscere politicamente
e giuridicamente la nuova sovranità: è questa l'ora degli
artigiani del Faubourg Saint-Antoine e della caduta della Bastiglia. La
borghesia cittadina si sostituisce all'autorità regia e fonda la
democrazia municipale attraverso una rivoluzione decentratrice che non
è condotta dalla nobiltà e dai suoi Stati provinciali, ma
dall'élite cittadina e dai suoi comuni. Si afferma il
programma di Montesquieu, ma senza moderazione, senza rispetto per la
tradizione e grazie ad un soggetto sociale assai diverso dall'aristocrazia
illuminata. La terza rivoluzione si ha quando la marea contadina, sino
a dilagare in modo incontenibile, chiede insistentemente udienza alle
élite che sinora hanno controllato la Rivoluzione. E la fine effettiva
del feudalesimo: la proprietà sostituisce il privilegio ed i diritti
dell'uomo vengono solennemente proclamati. A ben vedere, lo slittamento
comincia già nell'89. Le forze popolari sfuggono al controllo delle
élite e impongono soluzioni sempre più avanzate. Lo stesso
decentramento, grande patrimonio liberale, favorisce la "generale
anarchia urbana". La Costituente non può che fallire. Per
molteplici ragioni: la situazione finanziaria, i complotti contro-rivoluzionari,
la Costituzione civile del clero, le divisioni interne alle élite,
la fuga del re, la guerra, la mobilitazione, la situazione finanziaria
ulteriormente aggravata dalla guerra. Nasce il patriottismo ed è
una seconda rivoluzione: emergono i sanculotti ed il 10 agosto 1792, con
la presa delle Tuileries, si ha la costituzione della Comune insurrezionale
di Parigi. E a questo punto che si ha anche lo "slittamento"
vero e proprio, la Rivoluzione che esce dai propri binari. Che accade?
Ci si allontana da una qualsivoglia certezza legale: la pressione popolare
sulla rappresentanza nazionale devia la Rivoluzione. Ecco dunque chiarito
il mistero dello "slittamento": è causato dall'irruzione
della "massa", dall'irruzione di ciò che disorganicamente
e disordinatamente si contrappone alle élite, che è altro
da esse. I sanculotti stessi sono condizionati dalle mentalità
del passato che riemergono in questi momenti di anarchia: essi, come i
loro antenati urbani e rurali, vogliono l'eguaglianza (o meglio, una non
eccessiva ricchezza altrui) e la vendetta sociale. La ghigliottina rappresenta
al meglio il loro elementare programma politico. Il 2 giugno 1793 si ha
la loro rivoluzione e si ha anche, come aveva già intuito Michelet,
un colpo durissimo per il parlamentarismo: il 2 giugno è la prova
generale di Fruttidoro e di Brumaio. Finisce con i Girondini " l'era
della speranza felice": comincia con i Montagnardi "l'ora del
dolore e della morte". Trionfa la "forza delle cose" di
Saint-Just e i Giacobini non sono più un'élite modernizzatrice,
ma un gruppo politico, abile sì nella manovra parlamentare, ma
prigioniero delle arcaiche passioni del popolo. La Rivoluzione non è
più veramente tale: è una caotica rivolta. Il Terrore, paradossalmente,
è l'ultima forma possibile di ordine, è l'unico mezzo idoneo
a canalizzare l'autodistruttiva anarchia popolare. Il grande Terrore,
quello esercitato dopo il 22 pratile, fa sparire di fatto le società
popolari, isola lo stesso Comitato di salute pubblica e annienta progressivamente
l'autonomia delle oscure forze della miseria e dell'ira: l'esercito rivoluzionario
vince, la patria non è più in pericolo, la dittatura di
Robespierre non ha più ragione di esistere e cade con pochi rimpianti.
Termidoro è arrivato. E evidente - al di là del ricorso
ai grandi classici come Lamartine, Michelet e Jaurès - che Furet
e Richet fanno propria ed utilizzano in modo assai personale l'autonomia
delle forze popolari rintracciata negli studi di Lefebvre, che ha esplorato
la mentalità rivoluzionaria e l'anticapitalismo nella rivoluzione
borghese; negli studi di Guérin, che ha visto la rivoluzione permanente
nell'89-'94 e in quelli di Soboul, senza i quali si saprebbe assai meno
sui sanculotti. E precisamente questa autonomia ciò che "slitta"
e che provoca la deviazione: il dérapage, tuttavia, sussiste solo
in rapporto al programma illuministico e riformatore delle élite
e non in rapporto alla meccanica e alla dinamica del processo rivoluzionario.
All'interno di questo regna una continuità "a scatti",
un succedersi movimentato e drammatico di cause ed effetti che è
perfettamente individuato da Furet e Richet. Le "classi" aurorali
(il Vorproletariat) di Lefebvre, Guérin e Soboul si apparentano
alle "masse" di Taine e alla "folla" di Le Bon, ma
continuano a procedere nel loro movimento "in permanenza".
Nel 1971 Furet interviene nuovamente, sulle "Annales", con un
saggio dal titolo Le catéchisme révolutionnaire, una risposta
alle critiche suscitate dal libro che aveva scritto con Richet. La storiografia
neogiacobina viene ora sottoposta ad un attacco frontale e tutti i suoi
punti deboli vengono spietatamente presi di mira: l'89 non è, per
Furet, animato da un integralismo " borghese", il giacobino
non può essere considerato la forma finalmente trovata del rivoluzionario
perennis, la monarchia assoluta, soprattutto, non è il comitato
di affari dell'aristocrazia. Marx stesso viene ampiamente utilizzato per
mettere in difficoltà gli epigoni della storiografia "marxista"
neogiacobina, sempre pronta ad accusare gli avversari di spirito antinazionale
e definita da Furet una vulgata " lénino-populiste".
Il fatto è che dopo il '17 si è installato un télescopage
permanente tra l'89 e la rivoluzione d'Ottobre nella coscienza dei rivoluzionari
russi (ivi compresi i critici come Trockij, che non esiteranno a parlare
di Termidoro) e poi, da Mathiez a Soboul, nella pratica storiografica
francese. Domina, secondo Furet, la tirannia di un sociologismo scolastico
che non solo vede lotta di classe tra borghesi ed aristocratici (parzialmente
unificati, invece, in un'élite riformatrice), ma addirittura un'inspiegabile
lotta di classe "interborghese " tra Girondini e Montagnardi.
Nel 1978 Furet pubblica un libro destinato a sollevare non poche polemiche,
Penser la Révolution francaise. La critica contro la storiografia
neogiacobina si fa più serrata. La Rivoluzione dell'89 è
per Furet da tempo conclusa: l'hanno conclusa, con saggezza e moderazione,
riprendendo cioè il difficile lavoro delle élite illuministiche
e dei costituenti, Jules Ferry e i padri fondatori della Terza Repubblica,
vale a dire gli uomini della democrazia liberale e del laicismo. Quel
che ancora è rimasto dello spirito rivoluzionario si inserisce
nella logica oratoria ed epicizzante della commemorazione: dal Danton
di Aulard si è giunti al Robespierre di Mathiez, sino a che i comunisti,
in era staliniana, si sono appropriati del grande mito celebrativo. L'opera
di Michelet, che pure era stata spesso utilizzata nel volume del '65,
viene sostituita da quella di Tocqueville. La Rivoluzione è ora
vista alla luce della centralizzazione amministrativa e del trionfo progressivo
e "democratico" dell'eguaglianza dei cittadini davanti alla
legge. Se tutto il processo centralizzatore-egualitario comincia dunque
con Richelieue attraversa imperterrito l'89, il '93, il '99, il '15, il
30, il '48, che ci sta a fare la Rivoluzione? La risposta ora non fa più
riferimento al dérapage sociale delle masse messe in moto e rese
rivoluzionarie dall'energia cinetica delle riforme, ma fa riferimento
a ciò che Marx definiva "l'illusione della politica".
Che è successo? A un certo punto si è autonomizzata la "parola"
democratica e si è avuta la surenchère dell'idea sulla storia
reale. Nella Francia senza Stato dell' 87 si è insinuato, nel '93,
uno Stato parzialmente illusorio sempre più lontano dalla Francia.
Il dérapage non c'è più: se c'è, non ha a
che fare con l'esprit des institutions, ma con la poussée de l'idéologie.
Ed è così che, accanto a Tocqueville, si fa avanti anche
lo storico clericalmonarchico Augustin Cochin, il quale, all'inizio del
Novecento, in linea con le interpretazioni di Barruel e di Bonald, ha
visto nella Rivoluzione la rottura del tessuto politico, la vacanza dell'essenza
del potere e la sostituzione di esso con l'antropomorfosi istituzionalizzata
del libero pensiero e della parola democratica. La storia reale, dunque,
non conosce " slittamenti " dentro la lunga durata delle istituzioni:
la Rivoluzione, invece, che pure ha fornito un sostegno potentissimo alla
continuità, è il prodotto di una storia in qualche misura
"immaginaria", è il prodotto cioè della nascita
della moderna pubblica opinione.
Negli studi successivi, Furét continuerà ad interrogarsi,
mentre si approssima la scadenza del bicentenario del 1989, sulle ragioni
per cui un complesso patrimonio rivoluzionario è diventato un patrimonio
nazionale da celebrare. Si cercano ancora le risposte nella vicenda storiografica.
Dopo Michelet e Marx, dopo Tocqueville e Cochin, è la volta di
Quinet, letto in opposizione a Louis Blanc e come precursore di Ferry:
i dispotismi succedutisi all'89, per Quinet, non sono altro che un ritorno
dell'esprit autoritario e clericale dell'Antico Regime. Il dérapage
non esiste proprio più: ciò che non è continuità
istituzionale con il passato, ciò che non è mito di fondazione
e superfetazione parossistica dell'illusione politica, è eterno
ritorno di ciò che si contrappone all'ipotesi riformatrice delle
Lumières e delle élite che tentarono di realizzarne i valori.
I muscolosi argomenti del nazionalmarxismo neogiacobino sono stati messi
in seria difficoltà, ma le enigmatiche differenze storiche sono
state spesso risolte in lancinanti determinazioni puramente mentali o
in turbinose e pur rassicuranti identità.
|