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Giovanni Carpinell
Pierre Gaxotte
storico della Rivoluzione
L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.
www.einaudi.it
Lorenese, figlio di un notaio, Pierre Gaxotte (1893-1982) avrebbe potuto
alla maniera di suo padre diventare un repubblicano moderato, magari con
quella nota di fervore nazionalista che l'appartenenza regionale e il
sostegno al deputato di Bar-le-Duc, André Maginot, ugualmente potevano
implicare. Dopo il suo arrivo a Parigi, nel 1914, il giovane Gaxotte fu
invece attratto dal nazionalismo reazionario e monarchico dell'Action
francaise. A Parigi, fu allievo dell'Ecole Normale Supérieure e
si formò come storico fino all'agrégation, conseguita nel
1920; fu per un certo periodo anche segretario di Maurras. A lungo poi
Gaxotte mantenne dei legami con l'Action francaise. Amico dell'editore
Fayard, al servizio di questi svolse funzioni di responsabile per il settore
della stampa periodica e curò una collana di storia. Dal 1930 al
1940 ebbe un ruolo centrale nella direzione di un settimanale fascisteggiante,
"Je Suis Partout ". Dopo il 1945, collaborò al "Figaro"
e, come aveva già fatto prima della guerra, affiancò all'attività
giornalistica la composizione di sintesi storiche. Nel 1953 fu eletto
all'Académie francaise.
Quella sulla Rivoluzione francese fu la prima delle sintesi storiche pubblicate
da Gaxotte. Il libro uscì nel 1928, con una dedica a Georges Dumézil.
E stato poi oggetto di regolari ristampe. Nel 1947 e nel 1970 ci furono
delle edizioni rivedute, ma la linea interpretativa originariamente adottata
rimase la stessa. Gaxotte dava una forma divulgativa aggiornata e in fin
dei conti omogenea alle tesi della scuola reazionaria sulla storia della
Rivoluzione. Anche nell'ultima edizione il libro continua poi a recare
le tracce del periodo in cui è apparso per la prima volta: per
più di un aspetto fa pensare a realtà della Terza Repubblica
e soprattutto a un quadro storico dominato sullo sfondo dall'ancora recente
novità della Rivoluzione bolscevica. Danton si trova a rappresentare
"un tipo moderno di politicante scaltro, scettico e gaudente, che
ama il potere e se ne sa servire". La Gironda è assimilata
al radicalismo parlamentare. Al giacobino del 1793 è attribuita
la qualifica di "socialista"; ma la Montagna sarebbe andata
a poco a poco verso il "comunismo dittatoriale" sotto l'influenza
degli Enragés.
Lo scivolamento a sinistra non si è fermato alla "Rivoluzione
"borghese""; ancora nell'edizione del 1947 si menzionava
a questo punto la " Rivoluzione "proletaria" " come
ulteriore stadio pure raggiunto; del resto il capitolo XII, che tratta
della situazione generale sotto il potere giacobino, si intitola semplicemente:
Il terrore comunista. Le difficoltà economiche del paese dopo Termidoro
sono messe totalmente sul conto del regime precedente: "Il comunismo
aveva lasciato dietro di sé solo rovine".
La Révolution francaise di Gaxotte non ha un apparato di note e
non si basa in alcun modo sulla consultazione di fonti inedite. Numerosi
sono tuttavia gli autori citati direttamente nel corso dell'esposizione,
e i più citati non sono necessariamente poi quelli più seguiti
sulle questioni di fondo. Mathiez è nominato otto volte, più
di Bainville (2) e Cochin (3) messi insieme; nell'edizione del 1947 era
tenuto presente Labrousse; nel 1970 sono stati accolti elementi ricavati
dai lavori di G. Lefebvre, Soboul e Cobb. Il debito di Gaxotte verso Cochin
in particolare è molto più ampio di quello che il numero
dei rimandi espliciti fa apparire. Lo stesso Maurras non è mai
neppure menzionato: eppure la sua influenza resta chiaramente sensibile
su vari punti; essa è assai probabile perfino nel ricorso - che
in apparenza ha un tutt'altro colore - a una precisa citazione di Jaurès.
Fra gli storici i cui giudizi sono apertamente ripresi e condivisi, ai
primi posti occorre mettere Taine e Albert Sorel; fra i politici e gli
osservatori dell'epoca, Malouet, Mallet du Pan e Rivarol.
Dell'Antico Regime, Gaxotte offre un'immagine globalmente positiva; l'edificio,
che "cinquanta generazioni" avevano costruito in "oltre
quindici secoli", dava un'idea di agiatezza ("était cossu").
Il capitolo sugli avvenimenti che vanno dalle elezioni per gli Stati generali
all'ottobre 1789 ha un titolo eloquente, che ricorda l'interpretazione
di Taine: L'anarchia. Scomparso Mirabeau, che del resto appare come un
profeta inascoltato, la Rivoluzione procede di aberrazione in aberrazione.
Avanza guidata dalla formula: niente nemici a sinistra. Ad ogni tappa,
la tendenza politica dominante si illude di rappresentare il punto finale
di arrivo. Ma la Rivoluzione non si ferma prima di aver sviluppato i suoi
principi fino alle loro estreme conseguenze. Alla fine, " stretta
da difficoltà insormontabili ... ucciderà se stessa uccidendo
Robespierre".
Ai maggiori personaggi sono consacrati nel libro dei ritratti variamente
lunghi. Il più lungo è proprio quello di Robespierre, e
trabocca di velenosa perfidia. Quanto a Marat, se nell'edizione del 1970
non è più " sifilitico fino al midollo", ha però
sempre un gusto esasperato "della battaglia e del crimine".
Il rivoluzionario che in assoluto ha diritto al trattamento migliore è
Carnot, la cui figura è tutta proiettata sullo sfondo dell'Antico
Regime: "Quarantenne, figlio di un notaio, cavaliere dell'ordine
militare di San Luigi, usciva dal corpo degli ingegneri militari, che
rappresentava l'élite intellettuale del vecchio esercito".
Il collega di Robespierre svanisce dietro l'erede di Vauban, realmente
evocato poco dopo.
Nell'economia generale dell'opera, gli anni che vanno dalla caduta di
Robespierre all'ascesa di Bonaparte al potere occupano uno spazio molto
ridotto (circa un sesto del totale). Alla fine Gaxotte sembra ridurre
la Rivoluzione e la stessa età napoleonica a un'inutile peripezia
sulla via della Restaurazione: "I dottrinari del 1789 avevano voluto
rigenerare l'umanità e ricostruire il mondo. Per sfuggire ai Borboni,
i dottrinari del 1799 erano ridotti a consegnarsi a una sciabola".
Sono le ultime parole del libro. Ma Gaxotte, prima, ha mostrato di capire
anche le ragioni reali della scelta compiuta dai " dottrinari "
del 1799: Bonaparte " salvò della Rivoluzione tutto ciò
che di essa poteva essere salvato: la mistica, il personale, la politica
estera, il cosmopolitismo, l'organizzazione sociale".
Il libro ha avuto una grande diffusione in passato e continua a trovare
lettori ancor oggi. E scritto in uno stile chiaro, elegante, a tratti
anche vigoroso. Gaxotte guarda alla Rivoluzione con gli occhi di un avversario
che si vuole lucido, ma che tuttavia rimane legato a tutta una serie di
mitologie prodotte dalla sua parte politica. Nelle sue scelte positive,
si muove fra il dispotismo illuminato e l'accettazione di una rappresentanza
nazionale cònsultiva secondo il programma che attribuisce a Mirabeau.
Ostile agli aristocratici emigrati, mostra poi di apprezzare l'azione
svolta sotto il Direttorio dall'ispiratore del nuovo stato maggiore monarchico,
d'André, che "aveva cercato di por fine alla Rivoluzione per
vie pacifiche e costituzionali" e "non c'era riuscito per l'eterna
debolezza dei moderati, sempre divisi, sempre timidi, sempre rivali".
Nei suoi giudizi negativi, Gaxotte tende a riflettere, anche con l'aiuto
di testimoni a lui vicini per sensibilità politica, l'atteggiamento
di un saggio rentier che ha dovuto subire gli avvenimenti. E, nel riflettere
questo tipo di atteggiamento, trova molte volte un tono persuasivo di
sincerità.
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