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Anna Maria Rao
Jacques Godechot
storico della
Rivoluzione
L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.
Jacques Godechot, nato nel 1907 a Lunéville, in Lorena, dal 1945
professore alla Facoltà di Lettere di Tolosa, di cui è stato
decano dal 1961 al 1971, presidente della Société d'études
robespierristes e della Commission internationale d'histoire de la Révolution
francaise, è fra i maggiori storici viventi della Rivoluzione francese.
Nelle controversie interpretative sulla Rivoluzione, il suo nome è
inevitabilmente associato a quello di Robert Palmer nella tesi della "rivoluzione
occidentale" o "atlantica" che insieme sostennero a Roma
nel 1955, al X Congresso internazionale di scienze storiche.
Come egli stesso avrebbe ricordato nel 1974, rievocando il clima politico
e storiografico di vent'anni prima, lo storico francese era arrivato per
altre vie a conclusioni analoghe a quelle del collega americano. La preparazione
della tesi di dottorato su Les commissaires aux armées sous le
Directoire, sotto la direzione di Albert Mathiez, pubblicata a Parigi
nel 1937 e nel 1941, e la relativa documentazione raccolta nei vari archivi
europei, in particolare sui rapporti tra i rappresentanti civili e militari
francesi e le popolazioni locali, lo avevano portato a ritenere "che
la rivoluzione non fosse un fenomeno unicamente francese ma molto più
vasto", e che "i movimenti rivoluzionari nella maggior parte
dei paesi europei alla fine del XVIII secolo non fossero conseguenza soltanto
dell'"influenza" delle idee francesi e dell'esempio francese,
ma fossero dovuti a delle cause locali, e ad altre più generali,
comuni a tutta l'Europa occidentale, in particolare la crisi del regime
feudale" (Godechot 1974). Professore di storia dell'Atlantico alla
Scuola Navale di Brest dal 1935, finché non ne fu revocato dal
governo di Vichy, a spingerlo ulteriormente a sottolineare il legame fra
tutti i movimenti rivoluzionari degli ultimi decenni del XVIII secolo
fu la redazione, durante la guerra, dell'Histoire de l'Atlantique, pubblicata
nel 1947.
Nella relazione del 1955, che avrebbe fermamente difeso da qualunque sospetto
di strumentalizzazione ideologica a favore della Nato, era proprio Godechot
a porre l'accento sui rapporti che univano strettamente le due rive dell'Atlantico
in una stessa "civiltà atlantica". La Rivoluzione francese,
ribadiva nel 1956, non era quindi "che un aspetto d'una rivoluzione
occidentale, o più esattamente atlantica, che cominciò nelle
colonie inglesi d'America poco dopo il 1763 e, prima di raggiungere la
Francia tra il 1787 e il 1789, si sviluppò nelle rivoluzioni della
Svizzera, dei Paesi Bassi e dell'Irlanda. Dalla Francia essa ritornò
ai Paesi Bassi, guadagnò la Germania renana, la Svizzera, l'Italia,
Malta, il Mediterraneo orientale e l'Egitto" (Godechot 1956). A questo
fenomeno dedicava appunto il vasto affresco della Grande Nation, mettendo
in rilievo l'insieme delle condizioni di breve e lungo periodo e degli
sviluppi locali che avevano consentito "l'espansione rivoluzionaria
della Francia nel mondo" fra il 1789 e il 1799. Un lavoro che rinnovava
in maniera radicale la visione delle relazioni internazionali del periodo,
fino ad allora prevalentemente confinata sui più tradizionale terreno
diplomatico e dinastico, apportando nuovi importanti contributi alla stessa
storia interna della Francia rivoluzionaria: dalla considerazione dei
rapporti fra poteri civili e militari, alle contraddizioni sociali e politiche
fra programma di "liberazione" dei popoli, difesa interna, e
costi della guerra. Altrettanto fruttuosa sul piano della ricerca sarebbe
stata la sua attenzione alle differenze politiche interne al fronte rivoluzionario,
soprattutto fuori di Francia, un fronte il più delle volte lontano
da una organica e unitaria adesione a principi "democratici ",
percorso anzi da distinzioni e conflitti tra "liberali " e "
democratici", moderati e estremisti.
Come Palmer, Godechot avrebbe ripetutamente insistito sulla necessità
di vedere il "caso" francese non "come un fenomeno particolare,
isolato, nazionale, ma come un episodio, il più importante senza
dubbio, di una grande rivoluzione " occidentale o atlantica, e di
chiedersi se " queste "rivoluzioni a catena", che hanno
interessato quasi esclusivamente i paesi dell'Occidente, meglio ancora,
i paesi situati sulle rive dell'Atlantico, fra il 1770 e il 1848, non
siano manifestazioni di una sola ed unica rivoluzione, la rivoluzione
"liberale" o "borghese", le cui cause profonde e generali
furono le stesse in tutti i paesi variando solamente in funzione delle
particolari condizioni incontrate nell'uno o nell'altro" (Godechot
1963). Dalle posizioni dello storico americano riteneva invece di doversi
dissociare per quanto riguardava l'individuazione di queste cause generali,
che per Godechot risiedevano in maniera preponderante in fattori sociali
ed economici, più che politici e ideologici.
Fondamentali considerava in tal senso gli studi di Ernest Labrousse e
di Georges Lefebvre, che evidenziavano il carattere generale in Europa
della crisi economica di fine secolo, mentre le ricerche di demografia
storica moltiplicatesi dopo il 1950 lo portavano a sottolineare il ruolo
sostanziale che l'evoluzione demografica aveva svolto nelle origini non
solo della crisi economica ma anche di quella politica, traducendosi da
un lato in una accresciuta pressione sulle terre e sugli impieghi, e in
un diffuso disagio sociale per le classi più povere, dall'altro
in un aumento del numero dei giovani che avrebbe fatto della Rivoluzione
una frattura anche generazionale. "La Francia, nel 1789, è
dominata dalla gioventù: è questa gioventù che fa
la Rivoluzione. I più celebri tra i deputati alla Costituente hanno
meno di quarant'anni; Saint-Just, il famoso convenzionale, ne ha venticinque"
(Godechot 1956).
Ma soprattutto, rimproverando al Palmer una scarsa attenzione alle strutture
sociali ed economiche dei paesi della "rivoluzione democratica",
alle origini sociali delle forze democratiche, e ai fondamenti economici
dell'aristocrazia occidentale, di cui aveva invece giustamente sottolineato
il peso politico, Godechot riteneva che non fosse stato soltanto "l'amore
della libertà e dell'uguaglianza" di cui scriveva il collega
americano a sollevare i popoli, ma in primo luogo "la volontà
di distruggere il sistema feudale, che costituiva in qualche modo l'armatura
dell'Antico Regime". Altrettanto deciso era sul carattere complessivo
degli effetti delle rivoluzioni succedutesi tra il 1763 e il 1848, da
quella americana del 1763-83 a quelle ginevrine del 1766 e 1781, dalla
rivoluzione irlandese del 1782-84 a quella delle Province Unite del 1783-87,
del Belgio e di Liegi nel 1787-90, a quella francese, fino a quelle dell'America
spagnola a partire dal 1810: scaturite da ragioni generalmente sociali
ed economiche, tutte queste " rivoluzioni politiche ... provocarono
una profonda rivoluzione economica, industriale, agricola, sociale".
Secondo Godechot, solidale in questo con la tesi "classica"
della rivoluzione borghese antifeudale, la "civiltà occidentale"
alla fine del XVIII secolo era "caratterizzata dallo sviluppo della
borghesia", e la crisi dell'Antico Regime in tutta l'Europa occidentale
era innanzitutto una crisi della feudalità. Ripetuta a volte in
maniera schematica, e irrigidita dalla polemica "anti-revisionista",
che lo vide intervenire molto duramente nel 1966 sulla "Revue historique"
a proposito della presunta "interpretazione sociale" di Cobban,
e più tardi contro le posizioni di Furet, la tesi del carattere
generalmente antifeudale della Rivoluzione, e in particolare delle lotte
sociali in Francia dal 1789 al 1793, avrebbe stimolato Godechot a promuovere,
ben al di là delle controversie terminologiche, ricerche concrete
sul tema, sia sul piano regionale sia su un piano comparativo, come nell'importante
convegno organizzato a Tolosa nel 1968 sull'"abolizione della feudalità
nel mondo occidentale".
Spesso assimilato per questo agli storici marxisti della Rivoluzione francese,
Godechot si è esplicitamente dichiarato estraneo a qualunque scuola
o partito politico, non riconoscendo altro maestro al di fuori di Mathiez,
e proclamandosi "indipendente" rispetto sia alla storiografia
marxista sia a quella neoliberale. In effetti, al di là delle affermazioni
sulla priorità dei fattori economici e sociali, la sua inesauribile
ed inesausta attività di ricerca sul periodo rivoluzionario, saldamente
fondata su un'erudizione vista come l'unico mezzo per sottrarsi al peso
dell'inevitabile contemporaneità della storia, ha fornito e continua
a fornire contributi preziosi non solo in ambiti di storia sociale, ma
anche e soprattutto su temi politici, istituzionali e culturali: dalla
storia delle istituzioni, appunto, cui ha dedicato nel 1951 uno dei pochi
studi d'insieme ancora oggi disponibili, alla storia della stampa periodica
e delle associazioni politiche, a quella del pensiero rivoluzionario e
controrivoluzionario, spaziando dal più lungo periodo fra crisi
dell'Antico Regime e età napoleonica al tempo breve dell'avvenimento,
come la presa della Bastiglia, colto in tutte le sue implicazioni reali
e simboliche, dalla ricostruzione biografica all'edizione di fonti, memorie
e documenti, dai rapporti fra Europa e America alla più minuta
indagine di taglio regionale.
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