Madeleine Rebérioux
Jean Jaurès
storico della Rivoluzione

L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.
http://www.einaudi.it


Il 10 febbraio 1900, quando per le strade di Parigi gli strilloni invitarono gli sfaccendati a comprare per un soldo il primo fascicolo di La Constituante di Jean Jaurès (1859-1914), segnò gli inizi di una grande impresa. Un'impresa editoriale; un'impresa socialista; e, in ultima istanza, un'impresa storiografica. Tre imprese inscindibili la cui conoscenza, anche rapida, è indispensabile a ogni riflessione sull'opera magistrale di Jean Jaurès.
Innanzitutto, si è detto, un'impresa editoriale. La casa editrice Jules Rouff, installata al Cloitre Saint-Honoré, aveva adottato da poco il sistema della pubblicazione a fascicoli, inaugurato allora e controllato, in Europa, da un editore tedesco, Eichler. Dalle vecchie dispense ai nuovi fascicoli, il numero delle pagine era aumentato - 28 per il testo di Jaurès -, le copertine erano migliorate e il ritmo della pubblicazione, divenuta generalmente bisettimanale, si era fatto più rapido. Ma l'obiettivo restava lo stesso: la diffusione negli ambienti popolari, in quel nuovo pubblico, o meglio, in quel pubblico allargato, che si lasciava attirare dai prezzi bassi oltre che dalle ormai indispensabili illustrazioni, e veniva mobiitato dai manifesti, che annunciavano l'opera d'imminente uscita perfino sui muri dei vespasiani, e dai richiami degli strilloni. Il "romanzo popolare" aveva lanciato questo tipo di pubblicazione. Ma non ne aveva mai avuto l'esclusiva:
sempre a dispense, per esempio, Maurice Lachàtre aveva pubblicato la prima traduzione francese, ad opera di Joseph Roy, del libro I del Capitale. Lo stesso Jules Rouff, schierato a sinistra e dreyfusardo, aveva già pubblicato in quella forma L 'Histoire de France di Michelet e le opere di Victor Hugo; in quell'inizio del 1900 Rouff lanciava anche un saggio sulla prostituzione
- ancora uno - scritto da un ex commissario di polizia, Goron, e intitolato L 'Amour à Paris. Si trattava, insomma, di una tecnica editoriale buona per tutti gli usi, e ben collaudata. La vendita per la strada era inoltre preceduta di poco dall'invio a un certo numero di sottoscrittori contattati in anticipo, come lo storico Aulard che aveva ricevuto sin dalla fine di gennaio le prime 56 pagine del testo di Jaurès. Venivano poi messe in vendita, rilegate in volume, le pagine che potevano costituire un libro a sé: il primo volume, un massiccio in-quarto di circa 730 pagine interamente dedicato alla Costituente, uscf nel dicembre del 1901 con una copertina rosso cupo come i primi manifesti. Il tomo II, La Législative, fu messo in vendita nel 1902. I tomi III e IV, intitolati La Convention, nell'aprile e nel dicembre 1903. In totale, erano quasi duemila pagine. Il costo-dei quattro volumi ammontava a quaranta franchi, un po' meno della metà dello stipendio mensile di un maestro agli inizi della carriera. In una forma o nell'altra, l'opera nel suo complesso era certo accessibile, anche se evidentemente non per i più indigenti, e comunque a prezzo di un vero e proprio sacrificio.
Il fatto è che si trattava anche di un'impresa socialista che mirava ad utilizzare le forme moderne, capitalistiche, della diffusione a beneficio di un iniziativa militante. Il socialismo è figlio, tra le altre cose, della modernità, e nulla era più estraneo a Jaurès del rimpianto nostalgico per i tempi andati e delle lacrime versate su una presunta età dell'oro precapitalistica, insomma di quel ch'egli definiva - imputandolo d'altronde a Rousseau e, in epoca rivoluzionaria, a Robespierre - il "pessimismo economico". L'opera, che cominciava ad uscire nel 1900, era così evidentemente socialista che Jaurès aveva tenuto ad accostare questo aggettivo alla parola Storia, anche a costo di moltiplicare i malintesi o le critiche più severe; tanto più che essa veniva soltanto tre anni dopo l'Introduction aux études historiques, il manuale ben presto celebre, in cui Langlois e Seignobos avevano formulato le regole di quello che definivano " il metodo " ed esaltato la sua neutralità. Che voleva dunque dire l'autore? Per prima cosa, e in modo perfettamente chiaro, come egli stesso aveva spiegato nelle pagine introduttive, intendeva dire che bisognava procedere "dalla Rivoluzione borghese al periodo preparatorio della Rivoluzione proletaria". Ed effettivamente l'impresa editoriale di cui Jules Rouff, nel giugno nel 1898, aveva affidato a Jaurès la direzione, non si limita alla Rivoluzione francese. Il titolo " Storia socialista" copre in totale, dal 1789 al 1900, dodici volumi. L'ultimo, dovuto a John Labusquière, si conclude, sulle estreme propaggini del xix secolo, con il Congresso internazionale di Parigi e... con un disegno a tutta pagina la cui didascalia recita: "Jean Jaurès nel 1900, mentre prepara la pubblicazione della Histoire socialiste". Storia socialista, dunque, perché la Rivoluzione francese, "fatto immenso e di ammirevole fecondità" su cui si aprono questo racconto e questa analisi, non è considerata come "un fatto definitivo di cui in seguito la storia non deve far altro che sviluppare le conseguenze " - l'avvento della borghesia, la proclamazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, la laicità, ecc. - ma come un fatto "che ha preparato indirettamente l'avvento del proletariato" e del socialismo. Si trattava certamente di una grande novità. Si pensi a Thiers, a Mignet, ai seguaci di quella storiografia liberale in cui i "figli della Rivoluzione " minacciata dal risorgere dell'Antico Regime poterono un tempo tutti insieme riconoscersi; si pensi ancora a Michelet che vide nella Rivoluzione francese la nascita di un personaggio immortale, il Popolo; oppure a Edgar Quinet e a Jules Ferry, su questo punto suo discepolo, che ravvisarono nel 1793 il Terrore, e nel Terrore il ritorno all'assolutismo, all'Antico Regime, a ciò che oggi si chiama, per una strana aberrazione, totalitarismo. Agli occhi di Jaurès, dunque, la storia della Rivoluzione francese, questo momento grandiosio, tragico e fecondo, non può essere separata da quella dell'Ottocento: quest'ultimo infatti non si è limitato a dispiegarne meccanicamente gli effetti, ma ha sviluppato quelle forze politiche e sociali a cui la Rivoluzione, bene o male, aveva aperto la strada.
E in nome di queste forze, eterogenee, disunite, ma destinate per Jaurès a unirsi, che egli accettò di dirigere l'Histoire socialiste, vale a dire, di interrogare quel lungo XIX secolo che comincia nel 1789. Lo spiega molto bene in una delle "osservazioni " - la più ricca, la più lunga - aggiunte al volume La Constituante: " E proprio dal punto di vista della sua concezione generale della società e della vita - scrive - che lo storico osserva gli avvenimenti ". E aggiunge: " Perché dunque dei socialisti, studiando l'evoluzione politica e sociale dopo il 1789, non avrebbero dovuto render noto, sin dal titolo stesso della loro opera, che tutto quel movimento storico lo vedevano alla luce della meta a cui loro pareva dovesse necessariamente approdare? " Che cosa possiamo immaginare di più moderno di questo riconoscere l'inserimento dello storico nella sua opera, di questo proclamare il suo diritto, o meglio, il suo dovere, di enunciare egli stesso il luogo da cui parla, il momento in cui agisce, e le certezze che lo sostengono? La storia è la storia, senza dubbio, e cioè il risultato di uno sforzo che mira "a dare innanzitutto un'idea esatta degli uomini e delle cose". Ma così come sono gli uomini a fare la storia (nel senso originario della parola), sono anche gli uomini a scriverla e, scrivendola, a interrogarla e a stabilirne in certo modo la trama. Questa convinzione antipositivistica, da nessuno era stata formulata prima di Jaurès così compiutamente, e tanto meno da uno storico.
Questo diritto, d'altronde, Jaurès non lo reclama soltanto per sé. L'intero collettivo editoriale dell'Histoire socialiste ha questo stesso sguardo sul passato, questa stessa visione del passato. Sono tutti socialisti. Hanno tutti in comune, all'orizzonte del loro pensiero, nella loro pratica quotidiana, il calore che emana dal lavoro collettivo. Per Jaurès, e per coloro che sono stati i suoi collaboratori affezionati e entusiasti durante la redazione della Constituante o della Convention, come Gabriel Deville o Gustave Rouarnet, il socialismo non si oppone all'individuo ma all'individualismo. Ai radicali la mediocre vanagloria individualistica; ai gruppi di studi sociali, ai sindacati, ai socialisti, la partecipazione ad un'impresa comune. Jaurès vedeva in questo, d'altronde, una strada verso il sole radioso dell'unità socialista; un modo per dire che cosa, al di là delle loro divisioni, permetteva ai membri delle diverse "sette" (termine che usava da parecchio tempo) di far propri i colori del socialismo, di adottarne le speranze. Certo, dovette rìcredersi; quel che ancora pareva possibile nel 1898-99 - quando il popolo socialista aveva come prima preoccupazione le minacce che gli antidreyfusardi e l'apparato dello Stato a loro favorevole facevano pesare sull'avvenire della Repubblica - sfumò nel nulla insieme al millerandismo a cui Jaurès aveva dato, senza beneficiarne, la sua benedizione. Appena contattato, Guesde, portavoce del Partito operaio francese, tenne a dichiararsi "estraneo" all'impresa, tanto che non figurò nemmeno nel primo organigramma. E nello staff definitivo non comparve nessun militante del Partito operaio socialista rivoluzionario, l'organizzazione a cui Allemane aveva legato il suo nome; nemmeno l'amico Lucien Herr, che pur aveva accettato, con Charles Andler, di redigere le pagine dedicate al Secondo Impero. In compenso Louis Dubreuilh, seguace fedele di Edouard Vaillant, il comunardo, accettò - gesto simbolico - di redigere il volume sulla Comune. Nonostante questo apporto, lo staff in definitiva si ridusse al gruppo, un po' di destra a dire il vero, dei socialisti indipendenti, dai quali fu necessario escludere in extremis, a causa dell'evoluzione inaccettabile delle loro posizioni, Millerand e Gérault-Richard. Un'équipe ristretta, dunque, e tuttavia un'équipe che, se dobbiamo credere a quanto afferma Jaurès nella sua prefazione al volume dedicato al Consolato e all'Impero, giunse a mettere in luce "le stesse preoccupazioni dominanti".
Possiamo credergli. E quindi fondamentale precisare la natura di queste "preoccupazioni dominanti", così come le ha affermate Jaurès, e domandarsi se la lettura che oggi è possibile tentare della Constituante, della Législative e della Convention, cioè dei suoi tre volumi, vi si riferisce, direttamente o indirettamente.
Jaurès torna sul suo obiettivo a più riprese, in modo quasi tormentoso: impossibile dunque non prenderne atto, o non farne il punto di partenza, quando ci si occupa delle sue interpretazioni. Leggiamo dunque, semplicemente, quel che egli stesso scrive. Alla fine della Constituante: "La vita economica e sociale della Rivoluzione non è (ancora) stata messa pienamente in luce. ... Molti testi ben noti ... assumono un significato del tutto nuovo e rivelano fatti insospettati, se li si legge tenendo conto delle questioni economiche". Alla fine della Convention: " Tengo a riaffermare qui che mi sono sforzato di trarre il maggior partito possibile dai documenti relativi alla vita economica della Rivoluzione". E, nella prefazione del Consulat: "Far emergere tutto il valore dei fenomeni economici". Era soltanto un modo per giustificarsi davanti a tutti i socialisti, da Lafargue a Deville?
La cosa è tutt'altro che sicura. Per accertarsi del contrario, basta vederlo, sin dal 1901, sollecitare Aulard a unire "i suoi sforzi ai nostri per ottenere che lo Stato, i ministeri, la Société de l'Histoire de la Révolution francaise e la Città di Parigi procedano finalmente alla pubblicazione dei documenti d'ordine economico che concernono la Rivoluzione". Torna alla carica nel 1903, questa volta in veste ufficiale, dal momento che per un anno - non di più - è vicepresidente della Camera. A questo titolo difende, davanti ai deputati, il 27 novembre 1903, il progetto di risoluzione da cui sarebbe nata la Commission d'histoire économique de la Révolution francaise: riesce così a far riconoscere la necessità dell'ordinamento e della pubblicazione dei "documenti d'archivio" relativi alla storia della Rivoluzione e anche (un vero miracolo, in un ambiente piuttosto taccagno) lo stanziamento di una somma di 50000 franchi necessaria all'attuazione del progetto. Jaurès persegue questa impresa con innegabile ostinazione, che egli giustifica spiegando che soltanto così sarà possibile conoscere "la sostanza" della Rivoluzione. Il metodo suggerito era per lui una antica consuetudine: già nel 1891 il movimento produttivo, l'andamento dei prezzi e quello dei salari, occupavano molto spazio nel primo ampio testo dedicato da Jaurès alla "questione sociale" e rimasto inedito.
A dire il vero, è la vulgata, l'abc del socialismo, la pietra di paragone che permette di distinguere la concezione che i socialisti hanno della storia da quella che hanno i repubblicani, anche i repubblicani "buoni", i migliori:
come quell'Alphonse Aulard, radicale, che tiene corsi sulla storia della Rivoluzione, alla Sorbona, sin dal 1886 e di cui Jaurès attende con ansia il giudizio. Un giudizio che sarà, come e noto, globalmente favorevole:
un'"opera magistrale". Resta da determinare quel che si intende per " vita economica". Su questo punto Jaurès è in perfetto accordo con Marx: l'economia non ha senso, né realtà, se non in rapporto con la società. Vita economica e vita sociale formano un unico blocco. Una formula enigmatica? Forse, finché non viene chiarito il termine medio: agli occhi di Jaurès questo e dato dalle forme della proprietà. A questa convinzione era giunto molto presto: forse l'aveva già acquisita a 27 anni, nel 1886, data a cui egli fa risalire la sua adesione, non certo al socialismo organizzato, quanto al collettivismo. E se non aveva mai preso sul serio il pensiero dei radicali, nemmeno quando partecipava, non senza entusiasmo, al blocco delle Sinistre, era perché la loro pretesa di considerare eterna la proprietà individuale gli pareva "un'autentica caduta intellettuale". Questo è il solido fondamento della sua certezza militante più intensa, quella che lo aiutò a vivere e a morire: il proletariato, divenuto nel corso del XIX secolo l'agente essenziale della "rivoluzione della proprietà", quella che schiuderà agli uomini, finalmente riconciliati tra loro e nel loro intimo, "la magnifica promessa dei giorni felici".
Era necessario dare questa definizione del socialismo di Jaurès per chiarire il senso del primo livello, costitutivo, della sua interpretazione della Rivoluzione. E proprio al suo socialismo che dobbiamo l'entusiasmo che ispira a Jaurès la lettura di un grande misconosciuto, il dauphinois Barnave; Jaurès trascrive infatti intere pagine della sua Introduction à la Révolution francaise (di cui nel 1989 è finalmente uscita l'edizione critica). Sempre al socialismo dobbiamo l'orientamento, così nuovo a quel tempo, dello studio di Jaurès sulle cause della Rivoluzione: la rivoluzione della proprietà borghese in tutte le sue forme; della "grande e formidabile unità della classe produttiva", cioè del Terzo Stato. Alla "rivoluzione della miseria" cara, si può dire, a Michelet e ai manuali di storia per le scuole elementari, Jaurès sostituisce la tesi non di una rivoluzione della prosperità, ma del movimento di produzione e di attività che spinge avanti la borghesia e le conferisce il " diritto " di parlare nel 1789 a nome della nazione. La Rivoluzione, nella sua sostanza effettiva, ha rappresentato soltanto l'avvento politico della classe borghese: l'essenziale è detto già dal primo paragrafo dell'introduzione. I " metafisici della borghesia" hanno immediatamente utllizzato la consapevolezza della loro forza - nonché, aggiunge Jaurès, l'assenza nel proletariato di una consapevolezza analoga - per "introdurre surrettiziamente la proprietà borghese tra i diritti naturali e insopprimibili"; per annoverare la proprietà privata tra i diritti dell'"uomo", e minacciarne così la dimensione universale. Nell'esaminare l'elemento economico e quello sociale, strettamente articolati intorno alle redistribuzioni della proprietà, Jaurès non si limita solo alle cause della Rivoluzione. Egli procede, nella sua esposizione essenzialmente cronologica - e come storico non potrebbe fare altrimenti - attraverso una serie di ampi quadri sincronici imperniati sulla situazione economica della società: il 1792, con l'avvento della Gironda e la guerra, e la primavera del 1793, quando l'intera questione sociale viene portata davanti alla Convenzione e viene il momento delle garanzie stabili che, contro la miseria, bisogna offrire a tutti.
Se è vero che la Costituente è arrivata a collocare la proprietà ai primi posti tra i diritti dell'uomo, restano ancora da analizzarne le forme. Sulla proprietà Jaurès proietta, in permanenza, le luci più crude, più forti: non v'è nulla di astratto in essa, anzi niente è più concreto, e questa concretezza è l'essenza stessa della storia. Nella Constituante, Jaurès analizza le forme "innumerevoli" della proprietà e le diverse fonti della ricchezza borghese: dalle vecchie forme di proprietà che fanno della borghesia l'erede dell'Antico Regime; alla proprietà degli immobili urbani; alle strutture d'affari in cui il commercio con le colonie si rivela particolarmente fruttuoso; alle forme nuove nate dall'industrializzazione. Con la stessa attenzione egli affronta il problema dei Beni nazionali, un terreno già sommariamente dissodato. La forza del suo modo di procedere sta nel suggerire di moltiplicare gli studi locali precisi, come quelli di Rouvière sul Gard che cita a titolo di esempio: un modo di uscire da Parigi e di interessarsi alla Francia intera, allora massicciamente rurale. Le ipotesi che gli vengono suggerite da questo enorme trasferimento di proprietà non sono state smentite dal gran numero di studi minuziosi ch'egli ha contribuito a far sorgere: i "coltivatori", classe già agiata, ne hanno beneficiato in misura prioritaria, ma anche i contadini, quelli che erano riusciti a metter da parte qualche soldo, hanno potuto farsi acquirenti di minuscoli lotti ai quali la povertà li ha resi ancor più fortemente attaccati. Costituiscono, questi "piccoli proprietari", il nerbo di quel che Jaurès chiama, nel suo Midi, la "democrazia rurale".
Insomma, è proprio il substrato proprietario che Jaurès ha posto alla base, se non al centro, della sua interpretazione sociale della Rivoluzione. Da quel momento in poi, il suo pensiero può dispiegarsi compiutamente: collettivista nelle finalità, e storico, profondamente, nel suo modo di procedere. La storia, sì, solida e magistrale, di un filosofo. Questo è ciò che legittima nello stesso tempo la formula da lui resa celebre ("La Rivoluzione è un grande dramma i cui personaggi essenziali sono le classi", quelle classi che, come vedremo, sono presenti sul suo orizzonte senza chiuderlo completamente), e l'attenzione costante che egli rivolge, nei volumi da lui diretti, all'evoluzione della borghesia e ai modi di vita, ai modi di presenza al mondo di una popolazione contadina appassionatamente innamorata della terra.
Più che un " tableau économique", dunque, un tentativo di delineare il movimento economico e sociale, non soltanto dall'89 al '94, dagli Stati generali al Termidoro, ma dall'89 al 1900, e di leggere ad un tempo le impossibilità e i prodromi del socialismo nelle lotte, nelle divisioni e nell'opera dei grandi antenati. Di conseguenza, è di ben scarsa utilità interrogarsi sull'ortodossia del marxismo che Jaurès applica nella Histoire socialiste de la Révolution francaise. Il marxismo di Marx non è mai appartenuto alla specie cosiddetta volgare, vale a dire al piatto economicismo. La stessa lotta di classe, Marx non è mai andato a cercarla nelle pieghe della storia, e nei periodi nei quali essa non si mostrava in modo evidente: Jaurès non è quindi infedele a Marx per aver suggerito che la lotta tra la Gironda e la Montagna non rimanda ad un conflitto di classe, e per aver ravvisato in essa, piuttosto, una successione di "lotte di partito", di conflitti tra " interessi d'orgoglio e di dominio che si disputano la superficie della storia determinandovi vasti sommovimenti". Che "il sordo conflitto delle classi" si sia ben presto intrecciato alle lotte politiche, è cosa certa. Ma rifiutando di vedere "nel conflitto terribile della Gironda e della Montagna l'espressione di profonde correnti di classe", e sottolineando il fatto che nella storia non ci sono soltanto conflitti su base economica, ma anche raggruppamenti determinati dalla passione e dalla sete di potere, Jaurès ha largamente anticipato le analisi recenti sui sanculotti parigini e sull'origine sociale dei Montagnardi e dei Girondini.
A questo punto abbiamo il diritto - ed anche il dovere - di interrogarci sul posto che occupa nel sistema interpretativo di Jaurès la dimensione del politico. Che egli riconosca al politico, in rapporto all'istanza econornico-sociale, una reale autonomia, è assolutamente certo. Conviene però rintracciarne, in qualche modo, i diversi registri. Vediamo ad esempio come funziona il meccanismo causale. Jaurès rifiuta di attenersi all'" essenziale", o meglio, di interpretare il " secondario" come un semplice relais dell'essenziale. E piuttosto un'occasione: nel 1789 le "risorse profonde della Rivoluzione " prendono forma soltanto grazie al " deficit intollerabile del bilancio"; collocata in seconda posizione, la malattia finanziaria dell'Antico Regime non è analizzata come una pura e semplice ridondanza di strutture economiche e sociali delle quali, d'altronde, mette in luce l'instabilità e il rinnovamento. Più illuminante ancora, più ricca soprattutto, perché corrispondente a un problema centrale delle lotte di Jaurès, è l'analisi da lui condotta sulle cause della guerra. Cause economiche? No, in verità, cause politiche. La Gìronda ha scelto la guerra, l'ha voluta come "manovra di politica interna", come un sistema per sottomettere definitivamente il re alla Rivoluzione oppure per rovesciarlo allo scopo di rilanciare un processo rivoluzionario un po' stanco. Questa scelta politica, questa scelta dettata dalle circostanze, che non è affatto scritta nelle strutture, mette in moto secondo Jaurès una nuova logica della Rivoluzione, una sorta di meccanismo spietato che trascende il momento che l'ha visto nascere. Questo primo errore politico della Gironda, in cui essa si rinchiude esasperando le passioni, aggredendo Parigi e gli uomini della Montagna, la condurrà entro un anno alla rovina. Una rovina ineluttabile: la sua distruzione diviene " sotto tutti i punti di vista una necessità imprescindibile " per la vittoria della Francia e della Repubblica. E ritroveremo la stessa logica all'opera contro le fazioni, contro Hébert, contro Danton, a causa dell'incapacità dei rivoluzionari di trovare " il centro d'azione comune che avrebbe loro permesso di coordinare tutti gli sforzi".
Questa lezione politica, di portata generale, non impedisce affatto a Jaurès di scorgere, e di analizzare, il movimento che trascina con sé la Rivoluzione. Ad ogni tappa egli la vede incarnarsi in un uomo nuovo, forse in precedenza fragile, e forse più tardi criticabile, ma in contatto, per un certo periodo, con il complesso delle forze rivoluzionarie. Nell'89 si trattò di Mirabeau, il primo eroe in cui si sia riconosciuta la nazione: un'eloquenza tutta repubblicana, un senso eccezionale della responsabilità politica; ma finì nel tradimento. Poi Condorcet, l'uomo dai saldi principi, l'amico dei negri, il difensore delle donne, il promotore dell'istruzione pubblica; ma finì nell'esitazione tattica. Poi Danton, il Danton della patria in pericolo e dell'appello all'audacia; ma finì nell'affarismo. Ed infine, al sole del giugno '93, quel Robespierre a cui Jaurès aveva rimproverato a più riprese i suoi indugi, e a fianco del quale viene ora a " sedersi fra i Giacobini". Robespierre è divenuto infatti "una causa": fuori di lui, il resto non è che setta, e per qualche mese egli rappresenta la Rivoluzione nella sua unità, nella sua totalità. Tutto questo avrà termine col Termidoro. Così procede, secondo Jaurès, la querelle degli eroi: certo è stupefacente che né Aulard il dantonista, né Mathiez il robespierrista - per citare soltanto due dei suoi contemporanei - siano stati capaci di una visione così profondamente storica; ma non sorprende affatto che Jaurès ne abbia avvertito l'urgenza.
Per quanto ricca e varia ci appaia questa visione della politica, del politico, unita a (e distinta da) quella dell'economico e del sociale, è opportuno ampliarla ulteriormente. Invocando come numi tutelari non solo Marx, ma anche Michelet e Plutarco, in una triade inconsueta, Jaurès ci invita ad una lettura della Rivoluzione che è ancora oggi, sotto diversi aspetti, moderna. Storia delle mentalità, come si diceva qualche tempo fa? Storia culturale, come oggi si dice? Jaurès ha scritto: " Storia delle prime manifestazioni dello spirito libero". Ma, dicendo questo, non ha detto tutto.
Quando Jaurès sottolinea il ruolo delle " nuove idee " nella Rivoluzione, non è per limitarsi ad analizzare ancora una volta (cosa che d'altronde fa, anche se brevemente) il ruolo dello " spirito filosofico " nelle origini dell' '89. Egli si colloca in effetti sulla linea degli amanti dell'ideale, anarchici e socialisti, la cui memoria nelle organizzazioni operaie non si è ancora persa. E si fonda sulla concezione della storia che nel 1894 aveva sviluppato, in una celebre controversia al Quartiere latino, con Paul Lafargue. Esiste un'essenza umana anteriore alla storia, preesistente in ciascuno di noi, in ogni momento, all'homo faber: l'uomo lotta, nella storia, per la realizzazione delle esigenze e delle aspirazioni di cui questa essenza è portatrice e che sono invece alienate dalla società. Jaurès vede dunque la Rivoluzione francese come un grande momento - il più grande - nel quale emersero queste aspirazioni, di cui le strutture sociali e le passioni politiche allora non permisero la vittoria. Ecco quindi qual è il fattore mentale che si fa coscienza anticipatrice, di cui Jaurès cerca con passione le tracce in Gustave Rouarnet, come in Gabriel Deville; nelle pagine che dedica al parroco di Mauchamps, Dolivier, e al lionese L'Ange. Egli va alla ricerca delle "idee nuove" sulla questione cruciale della proprietà seguendo il deputato della Meuse, Harmand, e Bilaud-Varenne, rappresentante di Parigi; cercandole anche nel Catechismo di Boissel, e nel progetto di Dichiarazione dei diritti di Robespierre. Di queste pagine, nelle quali si esprime l'antica diffidenza davanti ai ricchi, ma anche la speranza di un mondo nuovo, egli non intende fare l'apologia; rifiuta però di leggerle come semplici testimonianze di un'ideologia retrograda. Nel momento in cui la vendita dei Beni nazionali e la mobilitazione dei sanculotti dànno un briciolo d'influenza, e la possibilità di parlare, a quanti furono costretti da sempre al silenzio, Jaurès scopre in queste proposte, più eterogenee che contraddittorie, "una sorta di ambiguo tesoro al quale possono attingere i veri radicali e i socialisti". Messianiche o premature, queste idee contribuiscono alla formazione di un patrimonio di cui i socialisti jauressiani, ma non solo loro, potranno giovarsi.
Non sarebbe giusto, tuttavia, credere che Jaurès abbia contrapposto in modo radicale da un lato le " idee nuove", critiche nei confronti dell'assolutizzazione della proprietà privata, e dall'altro la novità, a esse precedente, costituita dall'affermazione della proprietà borghese. Su questo tema, come in altri, Jaurès non limita la sua interpretazione della Rivoluzione all'affermazione parallela del potere borghese e delle idee anticipatrici del socialismo. Ai suoi occhi la mediazione passa attraverso il carattere, universale nei principi e democratico in pratica, della Rivoluzione francese. L'opera della borghesia non si limita alla difesa dei suoi interessi di classe:
l'universalismo a cui si ispira la Dichiarazione dei diritti parla pur sempre a favore del suffragio universale e contro una concezione meschina della proprietà, anche se la vendita dei Beni nazionali metterà in ridicolo queste affermazioni. Gli ideali democratici continuano però a lavorare nella storia: i decreti di ventoso e più tardi il progetto babuvista ce ne offrono la testimonianza. E questa testimonianza non è limitata alla Francia: nelle pagine abbondanti e, ai suoi tempi, nuovissime, che Jaurès dedica all'influenza delle idee rivoluzionarie in Germania, in Inghilterra e in Svizzera -purtroppo non in Italia - egli si sforza di dimostrare, da Godwin a Forster e ai Giacobini di Magonza, l'influenza contraddittoria del progetto universalistico e delle pratiche della Francia rivoluzionaria sui popoli vicini. E la democrazia compatibile con la pena di morte? Jaurès, accanito avversario della morte data dallo Stato, non lo crede. Però non è abbastanza fariseo, oppure è troppo fedele al suo ruolo di storico per condannare quel Terrore che la Montagna si è trovata costretta ad applicare in nome delle sue certezze. Ma i massacri collettivi, gli assassini popolari, benché li possa comprendere, non li sopporta. Non tutte le violenze sono eguali. E questo il senso della condanna, morale e politica insieme, dunque civica, che, come Plutarco quando narra le vite degli uomini illustri, egli pronuncia sui massacri di settembre: quel gesto "nasce dalla paura e dalla cieca ferocia che la paura suscita. Per questo è vile; ed è anche sciocco, perché ha fatto alla Rivoluzione nel mondo, nella storia, infinitamente più male di quanto ne avrebbero potuto fare, anche se fossero stati sguinzagliati per Parigi, i prigionieri giustiziati".
Con i massacri, con lo stesso Terrore, ecco finalmente Jaurès di fronte alla violenza. Che essa sia stata necessaria, che la congiuntura l'abbia resa indispensabile, ammettiamolo pure. Di fronte al suo dispiegarsi Jaurès prende atto della logica implacabile delle circostanze. Non sarà lui, lo dice esplicitamente, a seguire Edgar Quinet nel processo intentato nel 1839 alla Rivoluzione, processo di cui una recente polemica ha richiamato alla memoria i termini. Ma non può neppure tacere sul velo che la pratica della morte stende sulla Rivoluzione. Che si tratti di uno stadio primitivo dell'umanità, di una forma di alienazione storica, Babeuf l'aveva detto sin dal luglio dell'89, e Jaurès lo ripete: "Ricordatevi, proletari, che la crudeltà è un residuo di schiavitù ". Ma la compagnia della morte lo ossessiona, come ha ossessionato a suo tempo i rivoluzionari. La morte che finisce per offrire l'unica risposta "all'impazienza degli animi e alla fretta delle cose". La morte che "dando all'uomo l'illusione del sacrificio totale lo distoglie e lo dispensa da sacrifici più profondi", quelli che la lotta politica e sociale impone e che la trasformazione del mondo richiede. Jaurès ci invita infine ad una meditazione sulla necessità dimostrata e la difficoltà vissuta di cambiare il mondo, sul dinamismo e la melanconia della Rivoluzione francese, da grande socialista qual è, da filosofo divenuto grande storico. L'ottimismo che egli aveva ereditato dal xix secolo e dalla sua tempra robusta si colora così di un'inquietudine appena percepibile che può parere un annuncio delle tragedie del XX



www.lastoria.org
home page