|
Madeleine Rebérioux
Jean Jaurès
storico della
Rivoluzione
L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.
http://www.einaudi.it
Il 10 febbraio 1900, quando per le strade di Parigi gli strilloni invitarono
gli sfaccendati a comprare per un soldo il primo fascicolo di La Constituante
di Jean Jaurès (1859-1914), segnò gli inizi di una grande
impresa. Un'impresa editoriale; un'impresa socialista; e, in ultima istanza,
un'impresa storiografica. Tre imprese inscindibili la cui conoscenza,
anche rapida, è indispensabile a ogni riflessione sull'opera magistrale
di Jean Jaurès.
Innanzitutto, si è detto, un'impresa editoriale. La casa editrice
Jules Rouff, installata al Cloitre Saint-Honoré, aveva adottato
da poco il sistema della pubblicazione a fascicoli, inaugurato allora
e controllato, in Europa, da un editore tedesco, Eichler. Dalle vecchie
dispense ai nuovi fascicoli, il numero delle pagine era aumentato - 28
per il testo di Jaurès -, le copertine erano migliorate e il ritmo
della pubblicazione, divenuta generalmente bisettimanale, si era fatto
più rapido. Ma l'obiettivo restava lo stesso: la diffusione negli
ambienti popolari, in quel nuovo pubblico, o meglio, in quel pubblico
allargato, che si lasciava attirare dai prezzi bassi oltre che dalle ormai
indispensabili illustrazioni, e veniva mobiitato dai manifesti, che annunciavano
l'opera d'imminente uscita perfino sui muri dei vespasiani, e dai richiami
degli strilloni. Il "romanzo popolare" aveva lanciato questo
tipo di pubblicazione. Ma non ne aveva mai avuto l'esclusiva:
sempre a dispense, per esempio, Maurice Lachàtre aveva pubblicato
la prima traduzione francese, ad opera di Joseph Roy, del libro I del
Capitale. Lo stesso Jules Rouff, schierato a sinistra e dreyfusardo, aveva
già pubblicato in quella forma L 'Histoire de France di Michelet
e le opere di Victor Hugo; in quell'inizio del 1900 Rouff lanciava anche
un saggio sulla prostituzione
- ancora uno - scritto da un ex commissario di polizia, Goron, e intitolato
L 'Amour à Paris. Si trattava, insomma, di una tecnica editoriale
buona per tutti gli usi, e ben collaudata. La vendita per la strada era
inoltre preceduta di poco dall'invio a un certo numero di sottoscrittori
contattati in anticipo, come lo storico Aulard che aveva ricevuto sin
dalla fine di gennaio le prime 56 pagine del testo di Jaurès. Venivano
poi messe in vendita, rilegate in volume, le pagine che potevano costituire
un libro a sé: il primo volume, un massiccio in-quarto di circa
730 pagine interamente dedicato alla Costituente, uscf nel dicembre del
1901 con una copertina rosso cupo come i primi manifesti. Il tomo II,
La Législative, fu messo in vendita nel 1902. I tomi III e IV,
intitolati La Convention, nell'aprile e nel dicembre 1903. In totale,
erano quasi duemila pagine. Il costo-dei quattro volumi ammontava a quaranta
franchi, un po' meno della metà dello stipendio mensile di un maestro
agli inizi della carriera. In una forma o nell'altra, l'opera nel suo
complesso era certo accessibile, anche se evidentemente non per i più
indigenti, e comunque a prezzo di un vero e proprio sacrificio.
Il fatto è che si trattava anche di un'impresa socialista che mirava
ad utilizzare le forme moderne, capitalistiche, della diffusione a beneficio
di un iniziativa militante. Il socialismo è figlio, tra le altre
cose, della modernità, e nulla era più estraneo a Jaurès
del rimpianto nostalgico per i tempi andati e delle lacrime versate su
una presunta età dell'oro precapitalistica, insomma di quel ch'egli
definiva - imputandolo d'altronde a Rousseau e, in epoca rivoluzionaria,
a Robespierre - il "pessimismo economico". L'opera, che cominciava
ad uscire nel 1900, era così evidentemente socialista che Jaurès
aveva tenuto ad accostare questo aggettivo alla parola Storia, anche a
costo di moltiplicare i malintesi o le critiche più severe; tanto
più che essa veniva soltanto tre anni dopo l'Introduction aux études
historiques, il manuale ben presto celebre, in cui Langlois e Seignobos
avevano formulato le regole di quello che definivano " il metodo
" ed esaltato la sua neutralità. Che voleva dunque dire l'autore?
Per prima cosa, e in modo perfettamente chiaro, come egli stesso aveva
spiegato nelle pagine introduttive, intendeva dire che bisognava procedere
"dalla Rivoluzione borghese al periodo preparatorio della Rivoluzione
proletaria". Ed effettivamente l'impresa editoriale di cui Jules
Rouff, nel giugno nel 1898, aveva affidato a Jaurès la direzione,
non si limita alla Rivoluzione francese. Il titolo " Storia socialista"
copre in totale, dal 1789 al 1900, dodici volumi. L'ultimo, dovuto a John
Labusquière, si conclude, sulle estreme propaggini del xix secolo,
con il Congresso internazionale di Parigi e... con un disegno a tutta
pagina la cui didascalia recita: "Jean Jaurès nel 1900, mentre
prepara la pubblicazione della Histoire socialiste". Storia socialista,
dunque, perché la Rivoluzione francese, "fatto immenso e di
ammirevole fecondità" su cui si aprono questo racconto e questa
analisi, non è considerata come "un fatto definitivo di cui
in seguito la storia non deve far altro che sviluppare le conseguenze
" - l'avvento della borghesia, la proclamazione dei diritti dell'uomo
e del cittadino, la laicità, ecc. - ma come un fatto "che
ha preparato indirettamente l'avvento del proletariato" e del socialismo.
Si trattava certamente di una grande novità. Si pensi a Thiers,
a Mignet, ai seguaci di quella storiografia liberale in cui i "figli
della Rivoluzione " minacciata dal risorgere dell'Antico Regime poterono
un tempo tutti insieme riconoscersi; si pensi ancora a Michelet che vide
nella Rivoluzione francese la nascita di un personaggio immortale, il
Popolo; oppure a Edgar Quinet e a Jules Ferry, su questo punto suo discepolo,
che ravvisarono nel 1793 il Terrore, e nel Terrore il ritorno all'assolutismo,
all'Antico Regime, a ciò che oggi si chiama, per una strana aberrazione,
totalitarismo. Agli occhi di Jaurès, dunque, la storia della Rivoluzione
francese, questo momento grandiosio, tragico e fecondo, non può
essere separata da quella dell'Ottocento: quest'ultimo infatti non si
è limitato a dispiegarne meccanicamente gli effetti, ma ha sviluppato
quelle forze politiche e sociali a cui la Rivoluzione, bene o male, aveva
aperto la strada.
E in nome di queste forze, eterogenee, disunite, ma destinate per Jaurès
a unirsi, che egli accettò di dirigere l'Histoire socialiste, vale
a dire, di interrogare quel lungo XIX secolo che comincia nel 1789. Lo
spiega molto bene in una delle "osservazioni " - la più
ricca, la più lunga - aggiunte al volume La Constituante: "
E proprio dal punto di vista della sua concezione generale della società
e della vita - scrive - che lo storico osserva gli avvenimenti ".
E aggiunge: " Perché dunque dei socialisti, studiando l'evoluzione
politica e sociale dopo il 1789, non avrebbero dovuto render noto, sin
dal titolo stesso della loro opera, che tutto quel movimento storico lo
vedevano alla luce della meta a cui loro pareva dovesse necessariamente
approdare? " Che cosa possiamo immaginare di più moderno di
questo riconoscere l'inserimento dello storico nella sua opera, di questo
proclamare il suo diritto, o meglio, il suo dovere, di enunciare egli
stesso il luogo da cui parla, il momento in cui agisce, e le certezze
che lo sostengono? La storia è la storia, senza dubbio, e cioè
il risultato di uno sforzo che mira "a dare innanzitutto un'idea
esatta degli uomini e delle cose". Ma così come sono gli uomini
a fare la storia (nel senso originario della parola), sono anche gli uomini
a scriverla e, scrivendola, a interrogarla e a stabilirne in certo modo
la trama. Questa convinzione antipositivistica, da nessuno era stata formulata
prima di Jaurès così compiutamente, e tanto meno da uno
storico.
Questo diritto, d'altronde, Jaurès non lo reclama soltanto per
sé. L'intero collettivo editoriale dell'Histoire socialiste ha
questo stesso sguardo sul passato, questa stessa visione del passato.
Sono tutti socialisti. Hanno tutti in comune, all'orizzonte del loro pensiero,
nella loro pratica quotidiana, il calore che emana dal lavoro collettivo.
Per Jaurès, e per coloro che sono stati i suoi collaboratori affezionati
e entusiasti durante la redazione della Constituante o della Convention,
come Gabriel Deville o Gustave Rouarnet, il socialismo non si oppone all'individuo
ma all'individualismo. Ai radicali la mediocre vanagloria individualistica;
ai gruppi di studi sociali, ai sindacati, ai socialisti, la partecipazione
ad un'impresa comune. Jaurès vedeva in questo, d'altronde, una
strada verso il sole radioso dell'unità socialista; un modo per
dire che cosa, al di là delle loro divisioni, permetteva ai membri
delle diverse "sette" (termine che usava da parecchio tempo)
di far propri i colori del socialismo, di adottarne le speranze. Certo,
dovette rìcredersi; quel che ancora pareva possibile nel 1898-99
- quando il popolo socialista aveva come prima preoccupazione le minacce
che gli antidreyfusardi e l'apparato dello Stato a loro favorevole facevano
pesare sull'avvenire della Repubblica - sfumò nel nulla insieme
al millerandismo a cui Jaurès aveva dato, senza beneficiarne, la
sua benedizione. Appena contattato, Guesde, portavoce del Partito operaio
francese, tenne a dichiararsi "estraneo" all'impresa, tanto
che non figurò nemmeno nel primo organigramma. E nello staff definitivo
non comparve nessun militante del Partito operaio socialista rivoluzionario,
l'organizzazione a cui Allemane aveva legato il suo nome; nemmeno l'amico
Lucien Herr, che pur aveva accettato, con Charles Andler, di redigere
le pagine dedicate al Secondo Impero. In compenso Louis Dubreuilh, seguace
fedele di Edouard Vaillant, il comunardo, accettò - gesto simbolico
- di redigere il volume sulla Comune. Nonostante questo apporto, lo staff
in definitiva si ridusse al gruppo, un po' di destra a dire il vero, dei
socialisti indipendenti, dai quali fu necessario escludere in extremis,
a causa dell'evoluzione inaccettabile delle loro posizioni, Millerand
e Gérault-Richard. Un'équipe ristretta, dunque, e tuttavia
un'équipe che, se dobbiamo credere a quanto afferma Jaurès
nella sua prefazione al volume dedicato al Consolato e all'Impero, giunse
a mettere in luce "le stesse preoccupazioni dominanti".
Possiamo credergli. E quindi fondamentale precisare la natura di queste
"preoccupazioni dominanti", così come le ha affermate
Jaurès, e domandarsi se la lettura che oggi è possibile
tentare della Constituante, della Législative e della Convention,
cioè dei suoi tre volumi, vi si riferisce, direttamente o indirettamente.
Jaurès torna sul suo obiettivo a più riprese, in modo quasi
tormentoso: impossibile dunque non prenderne atto, o non farne il punto
di partenza, quando ci si occupa delle sue interpretazioni. Leggiamo dunque,
semplicemente, quel che egli stesso scrive. Alla fine della Constituante:
"La vita economica e sociale della Rivoluzione non è (ancora)
stata messa pienamente in luce. ... Molti testi ben noti ... assumono
un significato del tutto nuovo e rivelano fatti insospettati, se li si
legge tenendo conto delle questioni economiche". Alla fine della
Convention: " Tengo a riaffermare qui che mi sono sforzato di trarre
il maggior partito possibile dai documenti relativi alla vita economica
della Rivoluzione". E, nella prefazione del Consulat: "Far emergere
tutto il valore dei fenomeni economici". Era soltanto un modo per
giustificarsi davanti a tutti i socialisti, da Lafargue a Deville?
La cosa è tutt'altro che sicura. Per accertarsi del contrario,
basta vederlo, sin dal 1901, sollecitare Aulard a unire "i suoi sforzi
ai nostri per ottenere che lo Stato, i ministeri, la Société
de l'Histoire de la Révolution francaise e la Città di Parigi
procedano finalmente alla pubblicazione dei documenti d'ordine economico
che concernono la Rivoluzione". Torna alla carica nel 1903, questa
volta in veste ufficiale, dal momento che per un anno - non di più
- è vicepresidente della Camera. A questo titolo difende, davanti
ai deputati, il 27 novembre 1903, il progetto di risoluzione da cui sarebbe
nata la Commission d'histoire économique de la Révolution
francaise: riesce così a far riconoscere la necessità dell'ordinamento
e della pubblicazione dei "documenti d'archivio" relativi alla
storia della Rivoluzione e anche (un vero miracolo, in un ambiente piuttosto
taccagno) lo stanziamento di una somma di 50000 franchi necessaria all'attuazione
del progetto. Jaurès persegue questa impresa con innegabile ostinazione,
che egli giustifica spiegando che soltanto così sarà possibile
conoscere "la sostanza" della Rivoluzione. Il metodo suggerito
era per lui una antica consuetudine: già nel 1891 il movimento
produttivo, l'andamento dei prezzi e quello dei salari, occupavano molto
spazio nel primo ampio testo dedicato da Jaurès alla "questione
sociale" e rimasto inedito.
A dire il vero, è la vulgata, l'abc del socialismo, la pietra di
paragone che permette di distinguere la concezione che i socialisti hanno
della storia da quella che hanno i repubblicani, anche i repubblicani
"buoni", i migliori:
come quell'Alphonse Aulard, radicale, che tiene corsi sulla storia della
Rivoluzione, alla Sorbona, sin dal 1886 e di cui Jaurès attende
con ansia il giudizio. Un giudizio che sarà, come e noto, globalmente
favorevole:
un'"opera magistrale". Resta da determinare quel che si intende
per " vita economica". Su questo punto Jaurès è
in perfetto accordo con Marx: l'economia non ha senso, né realtà,
se non in rapporto con la società. Vita economica e vita sociale
formano un unico blocco. Una formula enigmatica? Forse, finché
non viene chiarito il termine medio: agli occhi di Jaurès questo
e dato dalle forme della proprietà. A questa convinzione era giunto
molto presto: forse l'aveva già acquisita a 27 anni, nel 1886,
data a cui egli fa risalire la sua adesione, non certo al socialismo organizzato,
quanto al collettivismo. E se non aveva mai preso sul serio il pensiero
dei radicali, nemmeno quando partecipava, non senza entusiasmo, al blocco
delle Sinistre, era perché la loro pretesa di considerare eterna
la proprietà individuale gli pareva "un'autentica caduta intellettuale".
Questo è il solido fondamento della sua certezza militante più
intensa, quella che lo aiutò a vivere e a morire: il proletariato,
divenuto nel corso del XIX secolo l'agente essenziale della "rivoluzione
della proprietà", quella che schiuderà agli uomini,
finalmente riconciliati tra loro e nel loro intimo, "la magnifica
promessa dei giorni felici".
Era necessario dare questa definizione del socialismo di Jaurès
per chiarire il senso del primo livello, costitutivo, della sua interpretazione
della Rivoluzione. E proprio al suo socialismo che dobbiamo l'entusiasmo
che ispira a Jaurès la lettura di un grande misconosciuto, il dauphinois
Barnave; Jaurès trascrive infatti intere pagine della sua Introduction
à la Révolution francaise (di cui nel 1989 è finalmente
uscita l'edizione critica). Sempre al socialismo dobbiamo l'orientamento,
così nuovo a quel tempo, dello studio di Jaurès sulle cause
della Rivoluzione: la rivoluzione della proprietà borghese in tutte
le sue forme; della "grande e formidabile unità della classe
produttiva", cioè del Terzo Stato. Alla "rivoluzione
della miseria" cara, si può dire, a Michelet e ai manuali
di storia per le scuole elementari, Jaurès sostituisce la tesi
non di una rivoluzione della prosperità, ma del movimento di produzione
e di attività che spinge avanti la borghesia e le conferisce il
" diritto " di parlare nel 1789 a nome della nazione. La Rivoluzione,
nella sua sostanza effettiva, ha rappresentato soltanto l'avvento politico
della classe borghese: l'essenziale è detto già dal primo
paragrafo dell'introduzione. I " metafisici della borghesia"
hanno immediatamente utllizzato la consapevolezza della loro forza - nonché,
aggiunge Jaurès, l'assenza nel proletariato di una consapevolezza
analoga - per "introdurre surrettiziamente la proprietà borghese
tra i diritti naturali e insopprimibili"; per annoverare la proprietà
privata tra i diritti dell'"uomo", e minacciarne così
la dimensione universale. Nell'esaminare l'elemento economico e quello
sociale, strettamente articolati intorno alle redistribuzioni della proprietà,
Jaurès non si limita solo alle cause della Rivoluzione. Egli procede,
nella sua esposizione essenzialmente cronologica - e come storico non
potrebbe fare altrimenti - attraverso una serie di ampi quadri sincronici
imperniati sulla situazione economica della società: il 1792, con
l'avvento della Gironda e la guerra, e la primavera del 1793, quando l'intera
questione sociale viene portata davanti alla Convenzione e viene il momento
delle garanzie stabili che, contro la miseria, bisogna offrire a tutti.
Se è vero che la Costituente è arrivata a collocare la proprietà
ai primi posti tra i diritti dell'uomo, restano ancora da analizzarne
le forme. Sulla proprietà Jaurès proietta, in permanenza,
le luci più crude, più forti: non v'è nulla di astratto
in essa, anzi niente è più concreto, e questa concretezza
è l'essenza stessa della storia. Nella Constituante, Jaurès
analizza le forme "innumerevoli" della proprietà e le
diverse fonti della ricchezza borghese: dalle vecchie forme di proprietà
che fanno della borghesia l'erede dell'Antico Regime; alla proprietà
degli immobili urbani; alle strutture d'affari in cui il commercio con
le colonie si rivela particolarmente fruttuoso; alle forme nuove nate
dall'industrializzazione. Con la stessa attenzione egli affronta il problema
dei Beni nazionali, un terreno già sommariamente dissodato. La
forza del suo modo di procedere sta nel suggerire di moltiplicare gli
studi locali precisi, come quelli di Rouvière sul Gard che cita
a titolo di esempio: un modo di uscire da Parigi e di interessarsi alla
Francia intera, allora massicciamente rurale. Le ipotesi che gli vengono
suggerite da questo enorme trasferimento di proprietà non sono
state smentite dal gran numero di studi minuziosi ch'egli ha contribuito
a far sorgere: i "coltivatori", classe già agiata, ne
hanno beneficiato in misura prioritaria, ma anche i contadini, quelli
che erano riusciti a metter da parte qualche soldo, hanno potuto farsi
acquirenti di minuscoli lotti ai quali la povertà li ha resi ancor
più fortemente attaccati. Costituiscono, questi "piccoli proprietari",
il nerbo di quel che Jaurès chiama, nel suo Midi, la "democrazia
rurale".
Insomma, è proprio il substrato proprietario che Jaurès
ha posto alla base, se non al centro, della sua interpretazione sociale
della Rivoluzione. Da quel momento in poi, il suo pensiero può
dispiegarsi compiutamente: collettivista nelle finalità, e storico,
profondamente, nel suo modo di procedere. La storia, sì, solida
e magistrale, di un filosofo. Questo è ciò che legittima
nello stesso tempo la formula da lui resa celebre ("La Rivoluzione
è un grande dramma i cui personaggi essenziali sono le classi",
quelle classi che, come vedremo, sono presenti sul suo orizzonte senza
chiuderlo completamente), e l'attenzione costante che egli rivolge, nei
volumi da lui diretti, all'evoluzione della borghesia e ai modi di vita,
ai modi di presenza al mondo di una popolazione contadina appassionatamente
innamorata della terra.
Più che un " tableau économique", dunque,
un tentativo di delineare il movimento economico e sociale, non soltanto
dall'89 al '94, dagli Stati generali al Termidoro, ma dall'89 al 1900,
e di leggere ad un tempo le impossibilità e i prodromi del socialismo
nelle lotte, nelle divisioni e nell'opera dei grandi antenati. Di conseguenza,
è di ben scarsa utilità interrogarsi sull'ortodossia del
marxismo che Jaurès applica nella Histoire socialiste de la Révolution
francaise. Il marxismo di Marx non è mai appartenuto alla specie
cosiddetta volgare, vale a dire al piatto economicismo. La stessa lotta
di classe, Marx non è mai andato a cercarla nelle pieghe della
storia, e nei periodi nei quali essa non si mostrava in modo evidente:
Jaurès non è quindi infedele a Marx per aver suggerito che
la lotta tra la Gironda e la Montagna non rimanda ad un conflitto di classe,
e per aver ravvisato in essa, piuttosto, una successione di "lotte
di partito", di conflitti tra " interessi d'orgoglio e di dominio
che si disputano la superficie della storia determinandovi vasti sommovimenti".
Che "il sordo conflitto delle classi" si sia ben presto intrecciato
alle lotte politiche, è cosa certa. Ma rifiutando di vedere "nel
conflitto terribile della Gironda e della Montagna l'espressione di profonde
correnti di classe", e sottolineando il fatto che nella storia non
ci sono soltanto conflitti su base economica, ma anche raggruppamenti
determinati dalla passione e dalla sete di potere, Jaurès ha largamente
anticipato le analisi recenti sui sanculotti parigini e sull'origine sociale
dei Montagnardi e dei Girondini.
A questo punto abbiamo il diritto - ed anche il dovere - di interrogarci
sul posto che occupa nel sistema interpretativo di Jaurès la dimensione
del politico. Che egli riconosca al politico, in rapporto all'istanza
econornico-sociale, una reale autonomia, è assolutamente certo.
Conviene però rintracciarne, in qualche modo, i diversi registri.
Vediamo ad esempio come funziona il meccanismo causale. Jaurès
rifiuta di attenersi all'" essenziale", o meglio, di interpretare
il " secondario" come un semplice relais dell'essenziale. E
piuttosto un'occasione: nel 1789 le "risorse profonde della Rivoluzione
" prendono forma soltanto grazie al " deficit intollerabile
del bilancio"; collocata in seconda posizione, la malattia finanziaria
dell'Antico Regime non è analizzata come una pura e semplice ridondanza
di strutture economiche e sociali delle quali, d'altronde, mette in luce
l'instabilità e il rinnovamento. Più illuminante ancora,
più ricca soprattutto, perché corrispondente a un problema
centrale delle lotte di Jaurès, è l'analisi da lui condotta
sulle cause della guerra. Cause economiche? No, in verità, cause
politiche. La Gìronda ha scelto la guerra, l'ha voluta come "manovra
di politica interna", come un sistema per sottomettere definitivamente
il re alla Rivoluzione oppure per rovesciarlo allo scopo di rilanciare
un processo rivoluzionario un po' stanco. Questa scelta politica, questa
scelta dettata dalle circostanze, che non è affatto scritta nelle
strutture, mette in moto secondo Jaurès una nuova logica della
Rivoluzione, una sorta di meccanismo spietato che trascende il momento
che l'ha visto nascere. Questo primo errore politico della Gironda, in
cui essa si rinchiude esasperando le passioni, aggredendo Parigi e gli
uomini della Montagna, la condurrà entro un anno alla rovina. Una
rovina ineluttabile: la sua distruzione diviene " sotto tutti i punti
di vista una necessità imprescindibile " per la vittoria della
Francia e della Repubblica. E ritroveremo la stessa logica all'opera contro
le fazioni, contro Hébert, contro Danton, a causa dell'incapacità
dei rivoluzionari di trovare " il centro d'azione comune che avrebbe
loro permesso di coordinare tutti gli sforzi".
Questa lezione politica, di portata generale, non impedisce affatto a
Jaurès di scorgere, e di analizzare, il movimento che trascina
con sé la Rivoluzione. Ad ogni tappa egli la vede incarnarsi in
un uomo nuovo, forse in precedenza fragile, e forse più tardi criticabile,
ma in contatto, per un certo periodo, con il complesso delle forze rivoluzionarie.
Nell'89 si trattò di Mirabeau, il primo eroe in cui si sia riconosciuta
la nazione: un'eloquenza tutta repubblicana, un senso eccezionale della
responsabilità politica; ma finì nel tradimento. Poi Condorcet,
l'uomo dai saldi principi, l'amico dei negri, il difensore delle donne,
il promotore dell'istruzione pubblica; ma finì nell'esitazione
tattica. Poi Danton, il Danton della patria in pericolo e dell'appello
all'audacia; ma finì nell'affarismo. Ed infine, al sole del giugno
'93, quel Robespierre a cui Jaurès aveva rimproverato a più
riprese i suoi indugi, e a fianco del quale viene ora a " sedersi
fra i Giacobini". Robespierre è divenuto infatti "una
causa": fuori di lui, il resto non è che setta, e per qualche
mese egli rappresenta la Rivoluzione nella sua unità, nella sua
totalità. Tutto questo avrà termine col Termidoro. Così
procede, secondo Jaurès, la querelle degli eroi: certo è
stupefacente che né Aulard il dantonista, né Mathiez il
robespierrista - per citare soltanto due dei suoi contemporanei - siano
stati capaci di una visione così profondamente storica; ma non
sorprende affatto che Jaurès ne abbia avvertito l'urgenza.
Per quanto ricca e varia ci appaia questa visione della politica, del
politico, unita a (e distinta da) quella dell'economico e del sociale,
è opportuno ampliarla ulteriormente. Invocando come numi tutelari
non solo Marx, ma anche Michelet e Plutarco, in una triade inconsueta,
Jaurès ci invita ad una lettura della Rivoluzione che è
ancora oggi, sotto diversi aspetti, moderna. Storia delle mentalità,
come si diceva qualche tempo fa? Storia culturale, come oggi si dice?
Jaurès ha scritto: " Storia delle prime manifestazioni dello
spirito libero". Ma, dicendo questo, non ha detto tutto.
Quando Jaurès sottolinea il ruolo delle " nuove idee "
nella Rivoluzione, non è per limitarsi ad analizzare ancora una
volta (cosa che d'altronde fa, anche se brevemente) il ruolo dello "
spirito filosofico " nelle origini dell' '89. Egli si colloca in
effetti sulla linea degli amanti dell'ideale, anarchici e socialisti,
la cui memoria nelle organizzazioni operaie non si è ancora persa.
E si fonda sulla concezione della storia che nel 1894 aveva sviluppato,
in una celebre controversia al Quartiere latino, con Paul Lafargue. Esiste
un'essenza umana anteriore alla storia, preesistente in ciascuno di noi,
in ogni momento, all'homo faber: l'uomo lotta, nella storia, per la realizzazione
delle esigenze e delle aspirazioni di cui questa essenza è portatrice
e che sono invece alienate dalla società. Jaurès vede dunque
la Rivoluzione francese come un grande momento - il più grande
- nel quale emersero queste aspirazioni, di cui le strutture sociali e
le passioni politiche allora non permisero la vittoria. Ecco quindi qual
è il fattore mentale che si fa coscienza anticipatrice, di cui
Jaurès cerca con passione le tracce in Gustave Rouarnet, come in
Gabriel Deville; nelle pagine che dedica al parroco di Mauchamps, Dolivier,
e al lionese L'Ange. Egli va alla ricerca delle "idee nuove"
sulla questione cruciale della proprietà seguendo il deputato della
Meuse, Harmand, e Bilaud-Varenne, rappresentante di Parigi; cercandole
anche nel Catechismo di Boissel, e nel progetto di Dichiarazione dei diritti
di Robespierre. Di queste pagine, nelle quali si esprime l'antica diffidenza
davanti ai ricchi, ma anche la speranza di un mondo nuovo, egli non intende
fare l'apologia; rifiuta però di leggerle come semplici testimonianze
di un'ideologia retrograda. Nel momento in cui la vendita dei Beni nazionali
e la mobilitazione dei sanculotti dànno un briciolo d'influenza,
e la possibilità di parlare, a quanti furono costretti da sempre
al silenzio, Jaurès scopre in queste proposte, più eterogenee
che contraddittorie, "una sorta di ambiguo tesoro al quale possono
attingere i veri radicali e i socialisti". Messianiche o premature,
queste idee contribuiscono alla formazione di un patrimonio di cui i socialisti
jauressiani, ma non solo loro, potranno giovarsi.
Non sarebbe giusto, tuttavia, credere che Jaurès abbia contrapposto
in modo radicale da un lato le " idee nuove", critiche nei confronti
dell'assolutizzazione della proprietà privata, e dall'altro la
novità, a esse precedente, costituita dall'affermazione della proprietà
borghese. Su questo tema, come in altri, Jaurès non limita la sua
interpretazione della Rivoluzione all'affermazione parallela del potere
borghese e delle idee anticipatrici del socialismo. Ai suoi occhi la mediazione
passa attraverso il carattere, universale nei principi e democratico in
pratica, della Rivoluzione francese. L'opera della borghesia non si limita
alla difesa dei suoi interessi di classe:
l'universalismo a cui si ispira la Dichiarazione dei diritti parla pur
sempre a favore del suffragio universale e contro una concezione meschina
della proprietà, anche se la vendita dei Beni nazionali metterà
in ridicolo queste affermazioni. Gli ideali democratici continuano però
a lavorare nella storia: i decreti di ventoso e più tardi il progetto
babuvista ce ne offrono la testimonianza. E questa testimonianza non è
limitata alla Francia: nelle pagine abbondanti e, ai suoi tempi, nuovissime,
che Jaurès dedica all'influenza delle idee rivoluzionarie in Germania,
in Inghilterra e in Svizzera -purtroppo non in Italia - egli si sforza
di dimostrare, da Godwin a Forster e ai Giacobini di Magonza, l'influenza
contraddittoria del progetto universalistico e delle pratiche della Francia
rivoluzionaria sui popoli vicini. E la democrazia compatibile con la pena
di morte? Jaurès, accanito avversario della morte data dallo Stato,
non lo crede. Però non è abbastanza fariseo, oppure è
troppo fedele al suo ruolo di storico per condannare quel Terrore che
la Montagna si è trovata costretta ad applicare in nome delle sue
certezze. Ma i massacri collettivi, gli assassini popolari, benché
li possa comprendere, non li sopporta. Non tutte le violenze sono eguali.
E questo il senso della condanna, morale e politica insieme, dunque civica,
che, come Plutarco quando narra le vite degli uomini illustri, egli pronuncia
sui massacri di settembre: quel gesto "nasce dalla paura e dalla
cieca ferocia che la paura suscita. Per questo è vile; ed è
anche sciocco, perché ha fatto alla Rivoluzione nel mondo, nella
storia, infinitamente più male di quanto ne avrebbero potuto fare,
anche se fossero stati sguinzagliati per Parigi, i prigionieri giustiziati".
Con i massacri, con lo stesso Terrore, ecco finalmente Jaurès di
fronte alla violenza. Che essa sia stata necessaria, che la congiuntura
l'abbia resa indispensabile, ammettiamolo pure. Di fronte al suo dispiegarsi
Jaurès prende atto della logica implacabile delle circostanze.
Non sarà lui, lo dice esplicitamente, a seguire Edgar Quinet nel
processo intentato nel 1839 alla Rivoluzione, processo di cui una recente
polemica ha richiamato alla memoria i termini. Ma non può neppure
tacere sul velo che la pratica della morte stende sulla Rivoluzione. Che
si tratti di uno stadio primitivo dell'umanità, di una forma di
alienazione storica, Babeuf l'aveva detto sin dal luglio dell'89, e Jaurès
lo ripete: "Ricordatevi, proletari, che la crudeltà è
un residuo di schiavitù ". Ma la compagnia della morte lo
ossessiona, come ha ossessionato a suo tempo i rivoluzionari. La morte
che finisce per offrire l'unica risposta "all'impazienza degli animi
e alla fretta delle cose". La morte che "dando all'uomo l'illusione
del sacrificio totale lo distoglie e lo dispensa da sacrifici più
profondi", quelli che la lotta politica e sociale impone e che la
trasformazione del mondo richiede. Jaurès ci invita infine ad una
meditazione sulla necessità dimostrata e la difficoltà vissuta
di cambiare il mondo, sul dinamismo e la melanconia della Rivoluzione
francese, da grande socialista qual è, da filosofo divenuto grande
storico. L'ottimismo che egli aveva ereditato dal xix secolo e dalla sua
tempra robusta si colora così di un'inquietudine appena percepibile
che può parere un annuncio delle tragedie del XX
|