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Pierre Vilar
Ernest Labrousse
storico della
Rivoluzione
L'albero della Rivoluzione.
Le interpretazioni della Rivoluzione francese.
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci
Einaudi, Torino, 1989.
www.einaudi.it
Tra il 1933 (Esquisse du mouvement des prix et des revenus en France
au XVIII siècle) e il 1982 (conclusione dell'opera collettiva Histoire
économique et sociale de la France) il pensiero, il metodo, il
linguaggio stesso di Ernest Labrousse (1895-1988) hanno dominato la produzione
storiografica francese. Poiché il 1789 è il punto di partenza
ed anche il costante riferimento della sua riflessione, è opportuno
rievocare qui l'itinerario personale dello storico. Ernest Labrousse nasce
nella Charente, a Barbezieux, piccola capitale locale dove i sentimenti
repubblicani sono più " avanzati " e vivi che nelle campagne
circostanti. La famiglia paterna è di agiati commercianti di origine
artigiana (maniscalchi), appassionata della cultura classica e dell'ideale
repubblicano. Da parte di madre, Labrousse ama ricordare una nonna panettiera,
cattolica e conservatrice ma ardentemente anticlericale, ammiratrice di
Raspail.
In collegio, il quindicenne Labrousse, di tendenze anarchiche (si commuove
per l'esecuzione di Ferrer nel 1909), anima un "club dei Giacobini"
la cui rivista " L'Avenir " data il suo primo (e unico) numero
"27 pratile dell'anno 119 della Repubblica francese" (13 luglio
1910). Poco dopo (1911) è autore del manifesto di un "gruppo
di studi sociali" che critica la Sfio, troppo moderata, e invita
"a lottare per l'emancipazione del proletariato".
Giunto a Parigi nel 1912, Labrousse propone a Alphonse Aulard, allora
maestro indiscusso degli studi sulla Rivoluzione francese, una ricerca
sul Comité de Recherches del municipio di Parigi, anticipazione
del Comité de Sùreté Générale. Allo
scoppio della guerra, esentato dal servizio militare per motivi di salute,
Labrousse diventa insegnante in un liceo di provincia, a Rodez. Militante
della Sfio, riesce a far votare, contro il parere del capo locale Paul
Ramadier, l'adesione al congresso di Stoccolma (1917).
Nel 1919 ritorna a Parigi, dove studia diritto ed economia politica. E
dirigente di un gruppo di studenti socialisti rivoluzionari, e sembra
destinato alla carriera politica e giornalistica. Fino al 1924 collaborerà
a "L'Humanité " insieme ad Amédée Dunois,
socialista romantico amico dei grandi rivoluzionari di prima del 1914.
Verso il 1924, in seguito alle divisioni interne del partito comunista,
Labrousse abbandonerà l'azione politica militante per dedicarsi
unicamente alla ricerca, senza tuttavia rinnegare gli ideali della giovinezza.
La sua straordinaria eloquenza sembrava assicurargli un destino di grande
tribuno; scegliendo la storia, ha scritto Fernand Braudel, " ci ha
privati di un nuovo Jean Jaurès. Solo la storia ne ha tratto vantaggio".
Come descrivere il processo intellettuale che ha portato Labrousse da
un interesse evidentemente politico per la Rivoluzione francese (e su
questo aspetto consulta Aulard ancora per molto tempo) a un'osservazione
statistica dei prezzi e dei redditi in collaborazione con gli economisti
(Oualid e soprattutto Aftalion), e parallelamente all'opera di Simiand,
dal quale trae l'interesse per la statistica e i dati congiunturali, che
però perfeziona in modo molto personale?
Il problema fondamentale gli sembra sia questo: è noto che la Rivoluzione
francese è stata preceduta, accompagnata, in alcuni casi determinata
da movimenti tipicamente "popolari" rurali e urbani, come reazione
a situazioni di evidente miseria. Alcuni autori (Taine, Michelet), insistendo
su questi aspetti, dànno l'impressione che la Rivoluzione sia stata
causata da questa miseria. D'altra parte, è altrettanto noto che
alcuni problemi che inquietano gli strati superiori (difficoltà
fiscali e finanziarie) sono all'origine dei grandi confronti sul piano
istituzionale (gli Stati generali). Ma, nonostante questi due segni negativi
nella situazione dell'economia prerivoluzionaria, è innegabile
che il XVIII secolo costituisca per determinati strati sociali un periodo
di sviluppo, di arricchimento, e di bisogni accresciuti:
è, da Sièyes a Guizot, la descrizione dell'emergere del
Terzo Stato, e, da Jaurès a Mathiez, la convinzione (di ispirazione
marxista) che la rivoluzione non sarebbe concepibile senza un decollo
preliminare delle forze borghesi.
Ma è anche vero che molti fatti " noti " e "consolidati
" sono imprecisi, e possono apparire contraddittori. Come parlare
di "prosperità" o di "miseria" senza dire dove,
quando e a chi applicare fondatamente questi termini? Come parlare di
" cause economiche " (qui " cattivo raccolto", là
"crisi finanziaria") senza precisare i diversi e spesso contraddittori
effetti di fenomeni così disparati su ogni classe della società?
E questa ricostruzione concreta, differenziata, quantificata e datata
che Labrousse ha compiuto tra il 1923 e il 1932, e quindi approfondito
nel decennio successivo. Certo, vi si avvertono le influenze del presente:
le preoccupazioni monetarie degli anni venti, che ispirano l'economista
Aftalion e portano alla teoria di Keynes; l'interesse per il "movimento
generale dei prezzi" (Hamilton e Simiand), l'impatto finale del dramma
congiunturale del 1929. Ma il "congiunturalismo " di Labrousse,
nel caso del processo di gestazione della Rivoluzione nel corso del Settecento
francese, non è un'imitazione: è un'innovazione.
Il problema intrinsecamente monetario viene subito eliminato: scegliendo
come punto di partenza delle sue osservazioni il 1726, anno in cui inizia
un periodo di stabilità della livre (poi del franco) nei confronti
dell'oro che durerà circa due secoli (tranne il breve episodio
dell'assegnato), Labrousse sceglie un'epoca di piena "visibilità
economica". L'"aumento tendenziale" dei prezzi non produce
un'instabilità della moneta interna, bensì una "inflazione
di uomini" e un " afflusso di metallo" che sono allo stesso
tempo segno, strumento e stimolo della prosperità degli affari.
Degli affari, naturalmente, di chi ha qualcosa da vendere. Più
che alle "origini" di questo movimento (che sono generali, a
livello mondiale), l'interesse è rivolto alle sue conseguenze interne.
E lo stesso vale per le oscillazioni (casuali, spontanee) attraverso cui
si produce il movimento generale. Queste oscillazioni vengono osservate
(attorno alla curva delle "medie mobili") e se ne notano gli
effetti differenziali, poiché evidentemente venditori e compratori,
incettatori e consumatori non ne sono colpiti allo stesso modo. Il fine
dell'analisi diventa quindi sociale.
Un'altra innovazione di Labrousse è la scelta delle fonti. Al prezzo
effettivamente pagato nel corso di una singola transazione (che alcuni
consideravano l'unico documento realmente valido), Labrousse, nel caso
di prodotti di grande consumo (soprattutto agricoli), preferisce la mercuriale,
vale a dire la notazione ufficiale dei prezzi di mercato da parte delle
autorità locali, che sono poi raccolti negli " stati di sottodelegazione
", poi raggruppati in "stati di generalità", e infine
nel " quadro generale del regno". Perché questa preferenza
per la mercuriale? In primo luogo perché essa fa fede in caso di
contestazione dei contratti; e questo, dato il gioco degli opposti interessi,
garantisce che essa sia affidabile. Secondariamente perché quando
ben quattrocento sottodelegazioni, settimana per settimana, gridano la
loro denuncia del " movimento dei prezzi", soprattutto di quelli
dei prodotti di sussistenza quotidiana, si può ascoltare un formidabile
"coro anonimo": sia che si tratti dell'"allegro rialzo",
per i venditori, dei prezzi nel corso del secolo, sia che si assista agli
spaventosi soprassalti, per il consumatore povero, degli anni di carestia.
Se la "punta" diventa acuta, e se le voci locali e regionali
si uniscono in un coro "nazionale", l'"emozione" può
assumere una dimensione "rivoluzionaria". Questo, beninteso,
non si verifica per immanente necessità: nell'Antico Regime economico
(ovvero prima delle grandi trasformazioni tecniche dell'agricoltura) il
ritmo delle annate cattive era pressappoco decennale, ma non avvenivano
certo rivoluzioni con cadenza decennale. Per provocare il 1789 fu perciò
necessaria, insieme ad altri fattori, una scossa di particolare intensità
ed estensione: tra il 1787 e il 1789 il prezzo dei cereali poveri panificabili,
base dell'alimentazione familiare più modesta, giunse a rialzi
del 100 per cento, e non in un caso isolato, ma piuttosto di frequente.
" Il significato in termini umani delle fluttuazioni di breve periodo
-scrive Labrousse - è molto diverso a seconda che esse interessino
l'economia agricola o l'economia industriale, e a seconda della classe
sociale considerata " (Labrousse 1944). Questo significa che il ciclo
decennale, ben noto nell'Ottocento come "ciclo industriale"
o "ciclo degli affari", esisteva già nel Settecento,
anche se con un significato del tutto diverso. La crisi di vecchio tipo
è una crisi di scarsità di grano, che comporta brutali processi
di pauperizzazione nell'insieme delle classi lavoratrici, compresi i coltivatori
più piccoli. La "storia economica", lo studio "
congiunturale", diventano sociali. Ne segnaliamo quattro esempi:
a) la ricostruzione del prezzo di tutti i cereali mostra che sono i più
poveri (come la segale) quelli il cui prezzo aumenta maggiormente du-
rante le carestie, dato che in questi casi i consumatori poveri abbandonano
il pane bianco per il pane nero (legge degli scarti sociali).
b) nelle annate cattive il coltivatore povero, che in quelle normali provvede
alla propria sussistenza e realizza le eccedenze, da venditore diventa
compratore per sopravvivere e per avere di che seminare (la semenza rappresenta
1/6 o 1/5 del raccolto): è costretto perciò a comprare ai
prezzi più alti, mentre nelle annate buone vende ai più
bassi. L'incetta di cereali, per venderli nelle annate cattive, è
un buon affare per i grandi fattori e per i percettori di decime; ma ovviamente
gli "accaparratori" sono detestati.
c) nelle annate cattive tutto, o quasi tutto, il bilancio dei consumatori
più modesti è riservato all'alimentazione e si comprano
pochissimi prodotti artigianali. A risentirne è in particolare
la produzione tessile: si provoca cosf la disoccupazione, la crisi urbana,
la miseria e lo scontento generalizzato.
d) l'apice delle crisi è sempre stagionale; corrisponde infatti
alla " saldatura" tra due raccolti, e può prolungarsi,
nei suoi effetti sulle città, per settimane e mesi, come avviene
nel 1789 dalla primavera all'autunno.
Queste considerazioni mettono in luce - se si ricostruiscono prezzi e
redditi, quantitativamente, e in serie continue - i rapporti significativi
tra strutture della società e congiunture dell'economia. Ma quali
strutture della società? Nella Francia del Settecento sussistono
degli ordini (clero, nobiltà, e, al vertice, la corte) privilegiati
(che si appropriano di una parte del raccolto). Ma fenomeni di classe
distinguono in misura crescente i fruitori di rendite fondiarie, i grandi
e piccoli commercianti, gli imprenditori industriali e semplici "mastri
artigiani", i garzoni e gli operai; mentre nelle campagne si diversificano
sempre più, a livello sia strutturale che congiunturale, i redditi
dei percettori di rendite fondiarie, dei grandi fattori, dei piccoli proprietari,
dei piccoli affittuari, dei lavoratori agricoli e dei braccianti. E quali
congiunture dell'economia? Il movimento secolare dei prezzi, che è
di segno positivo nel corso del secolo, segnala la tendenza dominante
alla crescita di alcune categorie di redditi, mentre altre tendono a diminuire;
Ma questo movimento generale si attua per mezzo di altri tipi di "fluttuazioni
": abbiamo osservato l'incidenza della "fluttuazione breve "del
prezzo delle granaglie, dei suoi picchi decennali e stagionali. Ma il
Settecento presenta anche, come l'Ottocento, dei movimenti "intradecennali":
su una cinquantina d'anni, circa 25 vedono il predominio della "facilità",
altri 25 delle "difficoltà" (o perlomeno dell'"esitazione")
nei segnali di crescita. Labrousse preferisce questi termini prudenti
a quelli di "prosperità " o " depressione",
anche se ha intitolato il suo ultimo grande studio La crise de l'économie
francaise à la fin de l'Ancien Régime et au début
de la Révolution. Si tratta, dal 1770-75 al 1789-93, di un periodo
di "malessere " spiegabile con determinati avvenimenti (la guerra
d'America e l'indebitamento, il trattato commerciale con l'Inghilterra
del 1786), ma, anche, di un clima generale (e mondiale) dell'economia.
Come di consueto, la colpa di queste difficoltà generali viene
attribuita al governo, e questa volta allo stesso regime sociale, poiché
le contraddizioni tra la classe dirigente e gli strati che aspirano al
potere tendono ad approfondirsi. La Rivoluzione scoppia dunque all'incontro
di tre movimenti economici spontanei e di natura diversa: aumento nel
corso di un secolo degli alti redditi tradizionali, disturbo " intradecennale
" degli affari, punta massima di miseria degli strati sociali inferiori
per l'aumento del prezzo dei beni di sussistenza nel 1789. Labrousse scrive
in proposito: "Aumento di lunga durata della rendita, diminuzione
di lunga durata del salario, concentrazione della rendita su un polo della
società, in particolare nel ristretto settore feudale ma anche
sulle terre di borghesi e contadini proprietari-venditori; pauperizzazione
della grande massa della popolazione; movimento ciclico opposto e progressivo
della rendita e del salario amplificato dal ritmo del movimento stagionale,
ma assieme, in periodi di crisi, separazione ciclica della rendita feudale
e della rendita del coltivatore, il cui movimento tende, benché
su tempi molto lunghi, ad adattarsi a quello del salario; conflitto ciclico
tra un pugno di signori feudali e il resto della nazione: questo è,
nell'insieme, il quadro del movimento dei redditi nel XVIII secolo"
(Labrousse 1933).
E ancora, a proposito del 1789: "L'opposizione tra salario e rendita,
tra salario e imposta, tra i complessi redditi della massa contadina e
i diritti feudali durante il movimento di lunga durata, acquista allora
un chiaro andamento ciclico. In pochi mesi il movimento dei redditi riproduce
e aggrava, in una drammatica sintesi, il movimento di più di mezzo
secolo. La rivolta del 1789 contro i privilegiati che godono della rendita,
dell'imposta monarchica e dell'imposta feudale, costituisce già,
anche se in gradi diversi, un compendio simbolico della Rivoluzione "
(ibid.).
Si risolve così l'apparente contraddizione tra Michelet ("Guardate,
vi prego, questo popolo prostrato, povero Giobbe; ... La carestia ...
è un fatto politico; ... Si ha fame perché così vuole
il Re") e Jaurès ("La borghesia francese aveva preso
coscienza della sua forza, della sua ricchezza, dei suoi diritti, delle
sue pressoché infinite possibilità di sviluppo. ... La Rivoluzione
non è nata dagli abissi della miseria") (Labrousse 1944).
Labrousse non ha dedicato apposite ricerche agli sviluppi interni della
Rivoluzione, anche se ha spesso contribuito a delinearne i tratti più
autentici: corsi alla Sorbona, partecipazione a congressi e riviste dedicati
a questo tema. Per lui si tratta di una trasformazione nelle fondamenta
stesse di una società: "La Grande Rivoluzione da cui uscirà
la società senza ordini" è un mutamento pari a quello
prospettato "dalla società senza classi, obbiettivo delle
rivoluzioni dei nostri giorni" (Labrousse 1932). Sul ruolo delle
classi popolari in questa rivoluzione, Labrousse scrive: "Il proletariato,
in un primo tempo, non può fare che la rivoluzione degli altri;
ma il suo ruolo sarà comunque fondamentale". Nel campo delle
" mentalità " gli allievi di Labrousse hanno efficacemente
dimostrato come nel seno stesso della Rivoluzione (per esempio in certi
fenomeni di " terrore") si siano perpetuate le gesta delle "rivolte
di Antico Regime", delle " crisi di vecchio tipo ". Al
vertice, invece, una prima rivoluzione ridefinisce la società secondo
i canoni fisiocratici, borghesi e censitari ereditati dagli sviluppi del
secolo; in una seconda fase (1792-94), nuove crisi di penuria costringeranno
a ricorrere ancora alle tasse e al maximum, le minacce dall'esterno determineranno
una radicalizzazione delle istituzioni politiche (suffragio universale)
ed anche la progettazione di riforme sociali: è quella che Labrousse
chiama " la fase profetica " della Rivoluzione; essa produrrà,
se non altro, una redistribuzione della proprietà fondiaria più
profonda di quella prevista dalle promesse del 4 agosto 1789.
A un convegno per il centenario del 1848 Labrousse, in una celebre comunicazione,
Comment naissent les révolutions, ha generalizzato le sue osservazioni
sull'importanza del fattore congiunturale nelle situazioni prerivoluzionarie:
nel 1848, nel 1830, come nel 1789, il rovesciamento di un sistema istituzionale
è preparato dall'" imputazione al politico " di un malessere
economico derivante dai movimenti spontanei dei prezzi e dei redditi,
che accentua in modo drammatico le contraddizioni sociali caratteristiche
di un dato sistema di relazioni. In diverse altre occasioni Labrousse
ha suggerito analoghe " imputazioni " delle crisi economiche
e sociali a fattori di altra natura (la religione, le vicende all'estero).
Il suo congiunturalismo strutturale, più vicino a Marx che a Simiand,
supera ampiamente, come spunto epistemologico, il problema della Rivoluzione
francese. Ma questa rivoluzione, stando all'origine e al centro della
riflessione di Labrousse, resta illuminata da questa riflessione, che
a sua volta la illumina.
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