Carlo Galli
Joseph de Maistre e la Rivoluzione Francese
L'albero della Rivoluzione
Le interpretazioni della Rivoluzione Francese
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci,
Editore Einaudi, Torino, 1989, pp. 411 - 417
Laureatosi in giurisprudenza a Torino, poi membro della magistratura
del suo paese natale, Joseph de Maistre (1753-1821) è in gioventù
massone, adepto di una loggia legata all'esoterismo martinista; saluta
con un certo favore le prime fasi della Rivoluzione francese, fin tanto
che questa gli pare consistere nella richiesta di una costituzione moderata
di tipo inglese, ma dopo la proclamazione dei diritti dell'uomo assume
verso di essa atteggiamenti di radicale ostilità; quando le truppe
francesi invadono la Savoia nel 1792, fugge in esilio in Svizzera, dove
scrive le Lettres d'un royaliste savoisien (1793) e dove pubblica le
Considérations sur la France (1796). Serve poi l'amministrazione
savoiarda in Sardegna, e come plenipotenziario a Pietroburgo, fino al
1817.
Per comprendere il fenomeno rivoluzionario Maistre elabora una teoria
ampia e articolata, anche se non sistematica, della politica, della
religione, e dei rapporti fra ordine, natura, storia, legittimità
del potere, così che la sua interpretazione della Rivoluzione
non può essere disgiunta dall'esame, anche se sommario, di buona
parte della sua prestazione teorica, che dalla Rivoluzione è
condizionata almeno quanto a genesi polemica. Fin dai primi scritti
dell'esilio - e particolarmente nelle Considerazioni, che ebbero una
certa notorietà - l'interpretazione maistriana della Rivoluzione
è completa, convinta e pienamente articolata: la produzione successiva
non porterà, al riguardo, che variazioni marginali, o approfondimenti
nella direzione di una teoria generale della politica e della storia.
Nelle Considerazioni si afferma infatti che "la rivoluzione francese,
senza dubbio, ha percorso un cammino i cui momenti non si somigliano
tutti; però, nel fondo, la sua natura non è mai cambiata,
e fin dalla culla ha mostrato tutto quel che sarebbe stata"; a
partire dall'abolizione dei privilegi cetuali, attraverso la Dichiarazione
dei diritti dell'uomo, la proclamazione della repubblica, il regicidio
e il Terrore, fino alla fase termidoriana e direttoriale (il colpo di
Stato del 27 luglio 1794 consiste, secondo l'autore, solo in questo,
che "alcuni scellerati hanno ucciso altri scellerati") per
giungere - negli scritti più tardi - a tutto il periodo napoleonico,
non si tratta per Maistre che di un'unica catena di crimini, di un'unica
strutturale instabilità istituzionale, storica, morale, che al
di là delle analisi differenziate, legate alla concretezza degli
sviluppi effettuali, ha un'unica origine ed un'unica spiegazione.
E convinzione di Maistre che non ci possa essere discontinuità
fra teoria e prassi; ciò lo porta a sostenere che un ordine politico
sussiste solo grazie a fondamenti metafisici, e che, ove questi siano
corrotti, ne risulta immediatamente corrotta anche la dimensione concreta
della politica (emerge qui il cosciente rifiuto maistriano della moderna
separazione di morale e potere, di religione e politica). Gli antecedenti
della Rivoluzione stanno quindi per Maistre nella dimensione religiosa
e metafisica, cioè nell'incontro fra l'antica tradizione dell'ateismo
scettico e il razionalismo rivoluzionario di origine protestante; quell'incontro
ha dato origine ad una filosofia - il razionalismo illuministico e individualistico
- radicalmente erronea tanto sul piano teorico quanto nelle sue conseguenze
politiche Queste sono l'assolutismo ma anche il contrattualismo e le
teorie della sovranità popolare e della rivoluzione che Maistre
pone in reciproca continuità, al di là delle loro apparenti
e transitorie opposizioni: infatti, l'antica costituzione del regno
francese e la tradizionale struttura cetuale dell'ordinamento politico
- particolarmente le sue "colonne", il clero e la nobiltà
- sono state, secondo Maistre, poste in crisi tanto dall'azione del
potere regio fattosi assoluto e razionalistico quanto dall' azione prima
teorica e poi pratica dei philosophes e della loro ragione libertina
e atea: la Rivoluzione sopravviene quindi, per lui, in un paese già
corrotto, come compimento di un progetto di lunga data, il progetto
moderno.
Il nucleo della modernità è individuato da Maistre nella
volontà di uscire dallo stato di natura attraverso l'uso autonomo
e individualistico della ragione, cioè nello sforzo di ri-creare
l'uomo ex novo e di negare quindi i principi naturali dell'ordine sociale.
Questi, secondo Maistre, consistono in primo luogo nella relazione fondativa,
immediata e diretta, fra trascendenza e potere politico, e nella conseguente
impossibilità, per la ragione umana, di creare una stabile forma
politica al di fuori di quella sanzionata dalla religione. Quest'ultima
ha per lui il ruolo di confermare e di legittimare il fatto che le leggi
dell'ordine politico sono naturali, in quanto create, volute e mantenute
da Dio, almeno per l'essenziale, cioè per la subordinazione degli
uomini ad un potere a cui non si può richiedere di esibire una
legittimazione razionale nel senso moderno (ma è da notare che
Maistre non intende per nulla elaborare una filosofia politica irrazionalistica:
la ragione ha per lui il compito di riconoscere la struttura "
autentica" del reale).
Sulla base del presupposto che l'ordine politico è metafisicamente
fondato e che l'uomo non può crearne i fondamenti, Maistre si
oppone quindi alla dicotomia moderna natura/artificio ed alle relative
teorie individualistiche e contrattualistiche. L'uomo moderno è
così da Maistre elevato a protagonista, almeno negativo, dell'evento
rivoluzionario e dei suoi antecedenti: è opera sua quella rivendicazione
di libertà individuale che - inappagata nello Stato assoluto,
che tuttavia la prepara - è all'origine della rivoluzione e del
suo disordine radicale; questa, infatti, sovverte la naturale costituzione
morale (con la pretesa centralità del soggetto e della sua ragione),
economica (e a questo riguardo Maistre condanna la pratica degli assegnati,
come distruttrice del buon diritto antico e come frutto di uno spirito
puramente possessivo) e politica (come è testimoniato dal vano
susseguirsi di costituzioni che caratterizza la Rivoluzione francese)
A fronte dell'intrinseca incapacità della rivoluzione di costruire
un ordine stabile e duraturo, Maistre sostiene che non devono essere
assemblee e leggi innovative a dettare la costituzione di un popolo,
ma che questa si deve manifestare come " religione nazionale",
come " fede politica", cioè come "annientamento
dei dogmi individuali e come regno assoluto e generale dei dogmi nazionali,
cioè dei pregiudizi utili". Un potere che si pretende, come
quello moderno e popolare, fondato solo sui diritti dei singoli, è
quindi per Maistre illegittimo e instabile; è allora significativo
che uno dei bersagli privilegiati della critica maistriana sia la nozione
rivoluzionaria di "rappresentanza nazionale", con i suoi presupposti
costruttivistici, ugualitari e individualistici, a cui l'autore contrappone
la rappresentanza medievale, anticocettuale e articolata per differenze
organiche e naturali.
E' questo l'aspetto tradizionalistico del pensiero di Maistre e della
sua interpretazione della Rivoluzione, riconducibile al rifiuto integrale
e frontale dei "principi dell'Ottantanove" e all'affermazione
della necessità dei loro esiti negativi; all'interno di una struttura
argomentativa rigidamente dicotomica, la rivoluzione, per Maistre, oblia
l'autorità per sostituirvi il puro potere dispotico della sovranità
popolare, distrugge ogni legittimità sostituendola con il mero
esercizio della legalità, e, infine, pretende che il nuovo sia
come tale superiore al vecchio. In essa egli vede un crimine non solo
verso l'Antico Regime - non amato per le sue componenti assolutistiche
e libertine ma soprattutto contro un ordine eterno che garantiva all'uomo
un concreto e sensato "posto" nella scala gerarchica del cosmo
morale e politico: quel crimine è quindi, prima di tutto, un'empietà.
Confluiscono in questo sistema argomentativo tanto la tradizione dell'apologetica
cattolica di Bossuet e di Fontenelle e della polemica antilibertina
di Garasse, quanto la ripresa delle tesi dì Boulainvflliers sulla
classe nobiliare come depositaria dell'antica libertà franco-germanica,
piegate da Maistre a dimostrare l'impossibilità della libertà
politica quando non sia garantita dalla tradizione; ma è soprattutto
evidente il debito di Maistre, insieme però a importanti differenze,
rispetto alle argomentazioni di Burke e di Barruel. E di chiarissima
e conclamata origine burkiana, infatti, il far risalire l'instabilità
intrinseca del fenomeno rivoluzionario all'astratta pretesa di rinunciare
alla concretezza delle istituzioni tradizionali, per sostituirvi i dettami
di una ragione che si pretende valida universalmente per tutti gli uomini.
Ma è da sottolineare che il nucleo delle argomentazioni dei due
controrivoluzionari differisce radicalmente: la logica del whig, infatti,
è già protostoricistica e si affida in ogni caso ad una
nozione di "perfettibilità" dell'uomo e delle istituzioni
realmente dinamica, anche se il dinamismo non è individuato nel
cosciente progetto razionale, quanto piuttosto nelle modificazioni che
il longum tempus introduce nelle istituzioni tradizionali che ogni popolo
si è formato reagendo alle diverse sfide della storia e della
geografia; per Maistre, invece, la storia è solo "il primo
ministro di Dio in questo mondo", è la "politica sperimentale",
nel senso che in essa, nella durata, si rivelano verità metastoriche,
cioè la forma e i contenuti dell'ordine naturale in quanto tale
voluto da Dio e sostanzialmente immutabile: la "perfettibilità"
che Maistre contrappone al sogno moderno di riformare radicalmente la
natura e di creare una società artificiale consiste soltanto
nel fatto che gli uomini, nel corso della storia, sempre meglio possono
prendere consapevolezza delle verità metastoriche dell'ordine
naturale (tesi, questa, che ha origine da Malebranche).
Balza poi evidente la discontinuità delle posizioni di Maistre
rispetto a quelle dell'abate Barruel: questi, nei Memoires pour servir
à l'histoire du jacobinisme, sostiene la tesi del complotto massonico-illuministico
come causa della Rivoluzione, che da quello sarebbe stata preparata
e prevista in ogni particolare. Al contrario, Maistre, pur riconoscendo
la razionalità moderna e i suoi fautori all'origine della Rivoluzione,
afferma, nella sua tesi più originale, che la rivoluzione è
non solo un sistema unitario, ma anche e soprattutto un soggetto attivo,
animato da dinamiche sue proprie e in un certo senso necessarie, pur
nella loro inconsistenza ontologica, e tali da trascendere ogni calcolo
umano. Questa tesi è sostenuta da Maistre attraverso l'affermazione
che la rivoluzione ha caratteri miracolosi, a un tempo satanici e provvidenziali,
in un contesto argomentativo non di pacata interpretazione scientifica
ma di stupefatta partecipazione emotiva. Infatti, già dal loro
inizio le Considerazioni affermano che "in alcune epoche vediamo
azioni sospese, cause paralizzate ed effetti nuovi" e che, "forza
travolgente che piega tutti gli ostacoli", evento " ineluttabile",
la rivoluzione è definibile solo come un " miracolo".
Con ciò Maistre non vuole certo sostenere l'irresponsabilità
o l'innocenza dei rivoluzionari - anzi, tutta la Francia è colpevole
in solido dell'empietà rivoluzionaria e del regicidio -quanto
piuttosto vuole sottolineare il lato a suo parere enigmatico della Rivoluzione,
cioè che essa è un effetto sproporzionato rispetto alle
cause: se fosse solo dovuta all'accecamento delle menti umane - sempre
possibile, dopo il peccato originale la Rivoluzione non potrebbe infatti,
a rigore, avere la forza di sovvertire un ordine stabile, voluto da
Dio, immanente al-la natura, sancito dalla storia, ma dovrebbe anzi
automaticamente ricadere all'interno della necessità dell'ordine
e del potere. Allora, proprio la durata e gli apparenti successi della
Rivoluzione testimoniano per Maistre che questa è un miracolo,
nel senso che è voluta direttamente da Dio, il quale ha permesso
che le forze sataniche che rendono l'uomo ribelle trionfassero (cosa
altrimenti impossibile), allo scopo provvidenziale di punire la corruzione
dell'Antico Regime e la follia razionalistico-protestante moderna, che
ne è quindi l'origine ma non propriamente la causa autentica.
E il "mondo fantastico" evocato dalla "magia nera"
della Rivoluzione acquisisce infatti, secondo Maistre, momentanea realtà
allo scopo non solo di castigare la Francia (la teoria della reversibilità
della colpa e della pena rende di fatto tutti gli uomini peccatori e
punibili) ma anche di rigenerarla: "il comitato di salute pubblica,
che fu un miracolo, il cui spirito ancora vince le battaglie",
ha ricoperto il ruolo che Dio gli ha assegnato, di cui, peraltro, i
Giacobini non sono consapevoli, essendo solo strumenti; il ruolo, cioè,
di salvate la Francia dagli attacchi delle potenze europee e di preservarla
in vista della controrivoluzione che da essa dovrà irradiarsi
su tutta l'Europa per ricristianizzarla.
Emerge qui la caratteristica principale - dal punto di vista del metodo
dell'interpretazione maistriana della Rivoluzione, di essere cioè
contrapposizione frontale rispetto ai principi "satanici"
che l'hanno determinata, e al tempo stesso di volerli interamente ricomprendere
in una teoria della storia non solo antimoderna ma anche complessivamente
positiva. Che la Rivoluzione sia, per Maistre, un'"epoca",
non implica che egli coscientemente si adegui alla moderna semantica
del termine "rivoluzione "e alle categorie di "rottura"
e di tempo lineare e progressivo che vi sono implicite: la rivoluzione
è da Maistre interpretata nella tradizionale ottica etimologica
di "allontanamento" e di necessario "ritorno" rispetto
ad un centro fisso (l'ordine metafisicamente fondato) attorno a cui
ruota una storia a un tempo sacra e naturale. La Rivoluzione francese
non ha in sé la propria spiegazione e il proprio fine: i suoi
fini sono sottoposti ad una provvidenziale eterogenesi che garantisce
implicitamente la palingenesi; il preteso progresso storico dei Lumi
è così reinterpretato da Maistre all'interno di una vera
e propria teodicea di cui quello non costituisce che un brano rispetto
al quale la vera rivoluzione sarà il sicuro ristabilirsi contro
l'astrattezza dei diritti dell'uomo e dopo un "secolo di futilità
criminali" - della serietà ordinata dei "diritti di
Dio". La vicenda rivoluzionaria ha quindi un esito "positivo"
garantito a priori, anche se il pathos controrivoluzionario maistriano
assurge in qualche caso a vertici di angoscia (si ricordi, ad esempio,
la celebre affermazione "io muoio insieme all'Europa") contraddittoria
rispetto alla sua teodicea che in quanto tale vorrebbe sottrarsi sia
ad ogni disperazione sia alle dicotomie destra/sinistra, conservazione/progresso.
La stessa controrivoluzione, quindi, non è per Maistre un'ideologia
concorrenziale di quella rivoluzionaria, e neppure, a rigore, un'attività
politica in senso proprio: in quanto "contrario della rivoluzione
" essa è automatico ristabilimento dell'ordine tradizionale
cristiano.
Naturalmente, gli aspetti di "destra" del pensiero di Maistre
- oggettivamente inevitabili - sono evidentissimi per la critica liberale,
ad esempio di Benjamin Constant, che dell'autore fa un esempio di cieco
passatismo. Ma, oltre che essere un idolo polemico per la cultura "progressiva",
l'interpretazione maistriana della Rivoluzione ha un'efficacia storica
che si articola su quattro direttrici principali: è in primo
luogo una delle fonti privilegiate del legittimismo tradizionalistico,
e come tale nutrirà di suggestioni gran parte della cultura "retrograda"
dei cattolici del XIX secolo (per l'Italia, si ricorderanno solo, a
titolo d'esempio, Taparelli d'Azeglio e Monaldo Leopardi) e in generale,
ma a prezzo di una forte decontestualizzazione (in senso piu spesso
storicistico) dei suoi argomenti dal quadro metafisico che li caratterizza,
fornirà spunti a tutto il pensiero conservatore europeo e alla
sua capacità "riflessiva" (superiore, secondo Mannheim,
a quella "ingenua" del tradizionalismo) di criticare le tendenze
degenerative della moderna razionalizzazione; in secondo luogo, nella
tesi maistriana secondo cui la Rivoluzione instaura un " mondo
fantastico " si può vedere un prodromo della piu' elaborata
intuizione di Cochin sulla Rivoluzione come tentativo di costruire una
"società immaginaria", e in generale un'anticipazione
- pur nella ovvia distanza ideologica - degli sforzi della recente storiografia
revisionistica di uscire dalle letture apologetiche della Rivoluzione;
in terzo luogo, Maistre è stato assunto dalla destra radicale
di Maurras - con ancora maggiore stravolgimento della ratio del suo
pensiero - come un ideologo a cui si deve l'idea di uno scontro frontale
e decisivo fra controrivoluzione e spirito rivoluzionario; infine, teorici
politici come Carì Schrnitt e altri studioSi a diverso titolo
a lui collegati, di Maistre accolgono non certo la teodicea, quanto
piuttosto l'indicazione metodologica che la Rivoluzione francese apra
un periodo storico caratterizzato da radicali difficoltà per
quanto da la legittimazione degli ordini politici (liberalismo, democrazia,
socialismo): i problemi che ne derivano potrebbero essere interpretati,
in sede di storia delle idee e dei concetti politici, anche attraverso
l'indagine (priva però del pathos tipicamente controrivoluzionario)
del grado di consapevolezza specificamente metafisica con cui le argomentazioni
giuridico-politiche cercano di legittimare gli assetti politici postrivoluzionari
e secolarizzati.