Michel Vovelle
Albert Mathiez e la Rivoluzione Francese


L'albero della Rivoluzione
Le interpretazioni della Rivoluzione Francese
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci,
Editore Einaudi, Torino, 1989, pp. 458 - 468

Albert Mathiez (1874-1932) nacque a La Bruyère, nell'Haute-Saòne; il padre era albergatore e, come osserva Georges Lefebvre, doveva essere un uomo facoltoso, dato che ebbe cura di garantire a un figlio innegabilmente dotato la possibilità di un' ascesa sociale per mezzo della professione intellettuale, aspirazione comune sullo scorcio del secolo. Dopo aver frequentato il collegio di Lure e il liceo di Vesoul, Mathiez passò al liceo Lakanal per prepararsi al concorso di ammissione all' Ecole normale superiore, che superò nel 1894. Nel 1897, ottenuta l'abilitazione all'insegnamento di storia e geografia, iniziò l'attività nella scuola secondaria. Il suo primo incarico, al liceo di Montauban, fu di breve durata. In questa cittadina, dove come dappertutto si scontravano dreyfusardi e antidreyfusardi, si rivelò il suo impegno politico a proposito di un incidente che alla fine dell'anno gli costò il trasferimento a Rochefort, per "esaltazione repubblicana". Anche qui egli rimase solo qualche mese: nel 1899 venne accettato alla fondazione Thiers, per svolgervi delle ricerche in vista del dottorato in storia. Furono anni ben spesi: Mathiez, sotto la guida di Alphonse Aulard, allora titolare della cattedra di storia della Rivoluzione francese alla Sorbona, discusse le sue tesi (principale e complementare) nel 1904, rispettivamente su La Théophilanthropie e su Les origines des cultes révolutionnaires.
A trent'anni Mathiez conseguì il dottorato: in quest'epoca la preparazione della tesi era meno impegnativa di quanto non sia divenuta in seguito, già a partire dalla generazione di Georges Lefebvre. Il giovane normalista non trascorse molto tempo nell'insegnamento inferiore: ottenne un incarico a Parigi, al liceo Voltaire, ma non vi restò a lungo, poiché ebbe presto incarichi universitari come supplente a Caen, Nancy e Lilla. Nel 1911 diventò titolare di una cattedra all'Università di Besancon, e dal 1919 al 1926 insegnò a Digione. E in questi quindici anni, trascorsi in passaggi da una sede all'altra, che cresce e si rafforza la sua posizione in seno alla scuola storica francese.
Già dalle testimonianze della sua permanenza a Digione, emergono i tratti del personaggio Mathiez che ne fecero una leggenda: la passione per il lavoro; la coscienza professionale di maestro inflessibile ma capace di ispirare rispetto; gli aspetti sconcertanti di un collega insieme generoso e brutale. In verità, non doveva essere facile per un professore universitario sostenere idee di sinistra, o addirittura di estrema sùiistra, negli ambienti accademici provinciali di quel periodo. La carriera di Mathiez non ne fu facilitata; ma proprio in questo contesto che egli dispiegò l'attività piu' intensa, trovando la propria strada nel campo degli studi sulla Rivoluzione.
Mathiez fu tra i fondatori della Société d'histoire moderne, ma non si limitò a questo: per servire la storiografia, le tesi e i personaggi a lui cari, fondò nel 1908 la Société des études robespierristes; questa disponeva di una rivista, le "Annales révolutionnaires", che dal 1924 presero il titolo di "Annales historiques de la Révolution francaise". Sia la società che la rivista costituivano una significativa dichiarazione d'intenti: esisteva infatti già un organo, "La Révolution francaise", rivista di Aulard, il maestro di Mathiez, che dominò dalla cattedra, creata per lui nel 1886, gli studi sulla Rivoluzione fino al suo ritiro nel 1922. La ribellione dell'allievo non rimetteva in discussione il metodo di una ricerca che Aulard, rappresentante esemplare della storiografia di stampo positivista, aveva contribuito a definire, nelle sue opere maggiori (Histoire politique de la Revolution, Le culte de la Raison et le culte de l'Etre Suprême), sulla scorta di una filologia precisa e esigente, che si basava sulla massiccia scoperta di testi resa possibile dal generale interesse per la Rivoluzione francese verificatosi dopo il primo centenario del 1889.
La principale innovazione stava nel modo di leggere e di interpretare questa storia; e qui Mathiez era più debitore a Jaurès, e alla sua Histoire socialiste de la Revolution francaise a dispense, che all'eredità ripudiata di Aulard. Semplificando si potrebbe dire che la sua era una storiografia socialista, in cui si accentuava ulteriormente, rispetto a Jaurès, il riferimento a Marx, e che si contrapponeva a una storiografia radicale, o addirittura opportunista, della quale Aulard era il maestro indiscusso. Questo quadro può sembrare caricaturale, ma in quel periodo, forse più di oggi, si combatteva a viso aperto; i due campioni di questa lotta, tuttavia si affrontarono attraverso i loro protagonisti: Danton per Aulard e Robespierre per Mathiez. Vale la pena enumerare i principali articoli di Mathiez su questo tema (Robespierre o Danton), che impegnava ormai tutte le sue energie: nel complesso, una decina di contributi tra il 1910 e il 1914, sette tra il 1915 e il 1919, tre dal 1920 al 1924, e, parallelamente, otto opere di sintesi o raccolte di articoli. Questa prolificità, che continuò negli anni venti, fece risaltare la personalità di Mathiez, ma ne danneggiò la carriera, poiché lo "segnava" politicamente. Mathiez si lamentava di essere confinato in provincia, lontano da Parigi dove altri potevano far progredire le loro ricerche. Nel 1920 presentò la propria candidatura alla Sorbona per la cattedra di storia moderna e contemporanea, giungendo a sollecitare l'appoggio di Aulard, che gli rispose in modo cortese, ma leggermente ironico. L'occasione si presentò poi nel 1922, con il ritiro dello stesso Aulard; ma gli storici della Sorbona preferirono cooptare per questa cattedra prestigiosa Philippe Sagnac, più anziano e di carattere migliore. Per insegnare la Rivoluzione francese alla Sorbona, Mathiez, che nel 1921 aveva iniziato la pubblicazione dei tre volumi della sua Histoire de la Revolution (terminata nel 1927), dovette attendere che Sagnac fosse inviato in missione nel 1926, ottenendo così la supplenza della cattedra. Al ritorno di Sagnac, tre anni dopo, un accordo lo autorizzò a proseguire il suo insegnamento come incaricato, finché nel 1931 fu istituito per lui un corso complementare di storia moderna. Ma non poté goderne a lungo: il 25 febbraio 1932, in circostanze drammatiche, fu colpito da un attacco apoplettico nel corso di una lezione nell'anfiteatro Michelet. Qui la leggenda finisce, e finisce con l'immagine del maestro, eroico e irascibile, che rifiuta di interrompere il suo insegnamento, fino a essere sopraffatto dal male.
Quest'ultima fase della carriera di Mathìez, dal 1926 al 1932, non è meno importante della precedente, pur essendo apparentemente meno produttiva: questo infatti è il periodo in cui Mathiez raggiunse la fama con la sua storia della Rivoluzione; in cui insegnò all'Ecole des hautes études; in cui articoli e conferenze si moltiplicarono. Inoltre, si manifestò nei suoi interessi un mutamento di orientamento, che lo spinse verso la storia economica e sociale, la cui importanza gli era stata rivelata dalla Prima guerra mondiale. Non solo questa, ma anche l'esperienza della rivoluzione bolscevica lo indusse ad un rinnovamento delle sue tematiche, che si manifestò nell'opera del 1927 su La vie chère et lemouvement social souns la Terreur.
E' tempo di passare (per quanto irnpottinte possa essere la biografia al fine di comprendere Mathìez) dall'uomo all'opera, onde meglio valutare il contributo di cui l'Histoire de la Révolution rappresenta la sintesi pressoché completa. Dietro l'apparente monolitismo di un'immagine alimentata un po' dallo stesso Mathiez (come dagli omaggi postumi, spesso sinceri, ma a volte più ambigui) appare in tutta la sua ricchezza un personaggio dai molteplici aspetti. Mathiez non si esaurisce nell'ombra di Robespierre, né nell'apologia del Terrore, come suggerisce l'immagine dello storico degli anni trenta "con il coltello tra i denti". Per valutare la sua opera si può riprendere la pertinente periodizzazione proposta da Georges Lefebvre nel 1958, nell'introduzione alla ristampa delle Etudes sur Robespierre. Lefebvre si giustificava per essere stato allievo di Mathiez, e non amava essere definito tale; ma aveva conosciuto a sufficienza il suo grande predecessore perché il suo giudizio fosse particolarmente qualificato. Nel complesso, egli distingue nell'opera di Mathiez tre periodi, e quasi tre ispirazioni diverse.
Il primo, oggi senz'altro il più trascurato, lo vede (ancora sotto l'influenza di Aulard, che in questo periodo pubblica Le culte de la Raison) attratto dalla storia religiosa; benché una delle sue prime pubblicazioni, sulla "Revue historique " del 1898, sia costituita da un'Etude critique sur les iournées des5 et 6 Octobre 1789, che si pone nella tradizione di una storia politica tesa a stabilire la verità dei fatti. Più indicativi sono i due saggi di esercitazione accademica per la tesi, su La Tbéophilanthropie e L'origine des cultes révo/utionnaires, in cui si rivela un interesse vivo e personale, anche se vi si avverte l'influenza di Aulard. Ma, più in generale, va ricordato il contenuto delle grandi lotte della Repubblica radicale nel periodo della politica combista e della separazione tra Stato e Chiesa, per capire l'appassionato interesse che ha spinto gli storici della Rivoluzione di quest'epoca verso la storia religiosa, nelle sue manifestazioni più notevoli. Oltre a questo stimolo contingente, si avverte ne L'origine des cuàes révolutionnaires l'influenza della sociologia: è Durkheim, in particolare, che ispira le sue riflessioni sul sacro. Anche se in seguito Mathiez prese le distanze dal modello durkheimiano, si nota qui un approccio "pluridisciplinare" che rivela la sua personalità. Egli insiste per un certo periodo su questa strada, producendo opere di sintesi, o rielaborazioni di dispense dei corsi, e saggi più puntuali: nel 1907 una Contribution a' l'histoire religieuse de la Réuolution francaise; nel 1911 Rome et le clergé sous la Constituante. In seguito sembra abbandonare questo tema ma, come scrive Henri Calvet, al momento della sua morte era pronta la stesura definitiva di una storia religiosa della Rivoluzione francese, di cui Mathiez si augurava la pubblicazione. E in un articolo come quello su Robespierre et le culte de l'Etre supreme, pubblicato per la prima volta nelle "Annales révolutionnaires" nel 1910, che si può distinguere meglio la sintesi definitiva di Mathìez e ciò che lo differenzia sia da Aulard, sia da chi aveva opposto il culto della Ragione, punta estrema del nazionalismo militante durante la Rivoluzione, alla "religione " robespierrista dell'Essere Supremo. Si tratta per Mathìez di una distinzione fittizia, che, pur non essendo credente, non si pronuncia sull'ateismo militante degli indulgenti di ieri e dei radicali opportunisti dell'oggi, e riserva la propria ammirazione per il sentimento politico e morale, ma anche religioso, di Robespierre: "Bisogna tenere in grande conto il fatto che egli ha sempre subordinato il suo ideale religioso al suo ideale sociale. Amava il popolo più di quanto non amasse Dio, e amava Dio solo perché lo riteneva indispensabile al popolo".
E' attraverso questa transizione che si passa dal primo Mathiez a quello le cui energie furono mobilitate dalla querelle Danton-Robespierre per quasi vent'anni, considerando come punto di partenza la fondazione della Société des études robespierristes, e come punto di arrivo gli ultimi grandi articoli sulla questione (Robespierre à la commune le 9 tbermidor nella "Revue de France" del 1924), oppure quell'opera di siniesi che è Autour de Roberpierre del 1926. Ma fissare un punto d'arrivo è in realtà arbitrario, poiché Mathiez continuò a tenere conferenze sul tema "Perché siamo robespierristi", rivolte ad un vasto pubblico, fino alla fine della sua carriera: è noto che solo la morte gli impedi di portare a termine quella biografia di Robespierre, in cantiere da più di vent'anni, che considerava il compimento della sua opera di storico.
Di questa multiforme attività testimoniano non solo la fondazione, nel 1908, della Société des études robespierristes e della sua rivista, le " Annales révolutionnaires" la cui copertina riportava, assieme al ritratto dell'Incorruttibile, una frase che esprimeva il desiderio di rendergli "la giustizia che gli è dovuta"; ma anche la pubblicazione delle Æuvres complètes de Maximilien Robespierre iniziata dalla Società nel 1911, o la serie di Etudes robespierristes iniziata nel 1917. Bisogna aggiungere, poi, oltre ai numerosi articoli cui si è accennato, una serie di opere, sia a carattere monografico sia, più spesso, raccolte di articoli, che sarà qui sufficiente elencare: La fortune de Danton (1910), Le Club des Cordeliers pendent la crise de Varennes (1913), La corruption parlementaire pendant la Revolution francaise (1917), La Révolution et les étrangers (1918), L'Affaire de la Compagnie des Indes (1920), Robespierre terroriste (192 i), Autourde Robespierre (1926).
In questa lista apparentemente eterogenea, che inizia con la fortuna di Danton per terminare con Robespierre, c'è un filo conduttore, benché molto sottile: abbattere Danton, l' "idolo macio" come già era stato definito durante la Rivoluzione stessa, assurto a eroe-feticcio della storiografia radicale-opportunista, e a tal fine denunciarne i tradimenti, la corruzione, i loschi contatti negli ambienti degli affiri e nell'ambigua società degli stranieri residenti a Parigi durante la Rivoluzione. Di contro, evidenziare non solo l'integrità e il senso morale dell'incorruttibile, ma anche il suo istinto politico, la sua ampiezza di vedute e la sua perspicacia, esorcizzando la leggenda nera del Robespierre terrorista sang,ainario. Con questo obbiettivo Mathiez raccolse, unendo paradossalmente la passione piu' accesa alla pura erudizione, una docurnentazione inconfutabile: mentre ancora si assisteva al trionfo di Danton, eletto non solo da Aulard ma già da Comte e dai positivisti eroe rappresentativo di una rivoluzione liberale, patriottica e vitale, dalla storiografia più seria veniva definitivamente condannato, sotto il peso di una serie di prove e testimonianze senza appello. E stato osservato che Aulard, pur continuamente chiamato in causa, non rispose mai a Mathiez: è lecito, dunque, chiedersi il perché di un silenzio che, forse, non era che il rifiuto di scendere apertamente in campo.
Oggi, tuttavia, è necessario esanilnare più a fondo questo genere di storia, di cui si potrebbe dire, riprendendo l'espressione di Lucien Febvre, che "non è più la nostra". Queste dispute tra le nuvole, queste lotte fatte di personaggi storici contrapposti, assieme alla lettura moraleggiante della storia che presuppongono, possono sembrare arcaiche. Oltre a questa personalizzazione, che riflette le convenzioni di un'epoca per la quale, come disse lui stesso, "la biografia è l'esercizio più difficile", è stato rimproverato a Mathiez, visto il carattere quasi poliziesco delle sue dimostrazioni della fortuna o dei compromessi di Danton, d'aver condiviso il gusto, o l'ossessione, del complotto cosf caratteristico della Rivoluzione. Ma vediamo di distinguere, al di là delle dispute accademiche, la vera natura della questione. Una storia può nasconderne un'altra: quella che Mathiez difende dietro il personaggio di Robespierre, nei suoi tratti morali e politici, èuna certa immagine della Rivoluzione, ovvero quella punta avanzata della rivoluzione democratica dell'anno II disposta a assumersi la responsabilità storica del Terrore e della centralizzazione giacobina per salvare i suoi obiettivi fondamentali, e che, con la frazione della borghesia montagnarda di cui Robespierre è il rappresentante, ha saputo comprendere che solo l'unione con le forze popolari dei sanculotti avrebbe assicurato la vittoria. Viene suggerito così un modello esplicativo del movimento rivoluzionario che era stato già abbozzato da Jaurès sulla scia di Louis Blanc e che verrà tramandato, da Lefebvre a Soboul, non come interpretazione rigida e immutabile, ma con tutta la fecondità di un'ipotesi di lavoro operativa.
Non sorprende il passaggio da questa storiografia di forte personalizzazione delle questioni a quella che Lefebvre ha definito la terza tappa dell'itinerario di Mathìez, caratterizzata dall'emergere dell'interesse per i fattori economici e sociali. E un emergere graduale, proprio come la focalizzazione sul politico si era imposta gradualmente nel giovane Mathiez tra il 1906 e il 1910: questo ulteriore spostamento avviene tra gli anni della guerra e la pubblicazione, nel 1927, de La vie chère et le mouvement sociai sous le Terreur; ma è evidente che esso, più che sostituire, sovrappone un nuovo indirizzo ai campi di interesse gia esistenti Basandosi su alcune affermazioni dello stesso Mathìez, Lefebvre e altri hanno fornito diverse spiegazioni di questa svolta, tra cui l'esperienza dell'economia di guerra tra il 1914 e il 1918, che, con l'inflazione e i razionamenti, ma anche con la socializzazione almeno parziale di alcuni settori produttivi, non poteva non ricordare allo storico del Terrore un gran numero di esperienze e di precedenti storici. Lefebvre cita inoltre l'influenza di Jaurès, che nella sua Histoire socialiste aveva per primo concesso un ampio spazio all'economia. A quest'ultima affermazione si può obiettare che qui l'influenza dijaurès si manifesta relativamente tardi, dopo la lunga fase caratterizzata dall'interesse per la lotta tra i capi Robespierre e Danton. Non va sottovalutata piuttosto l'importanza di un altro elemento: l'impatto della rivoluzione russa del 1917, che diventa per Mathiez un prodigioso termine di paragone Da questo momento nella sua opera i riferimenti marxisti si fanno più numerosi e marcati, anche se rimandano, più in generale, all'affermazione del ruolo della lotta di classe come motore fondamentale dello scontro tra i protagonisti della Rivoluzione francese: aristocrazia, borghesia e classi popolari urbane e rurali.
Questo nuovo corso nella produzione storiografica di Mathiez, già annunciato durante la guerra in opere in cui è evidente anche la componente patriottica (La victoire de l'an II del 1916) e in cui la Rivoluzione francese diviene il luogo di denuncia degli affari di una plutocrazia internazionale (La Revolution et les étrangers del 1918, L'Affaire de le Compagnie des Indes del 1920), si delinea fino a quello studio su La vie chère et le mouvement social sous le Terreur che è indubbiamente il miglior esempio della maturazione di uno storico accostatosi alla storia sociale, della quale Lefebvre, già attivo allora, e in seguito Labrousse saranno gli artefici più significativi.
Questa panoramica sull'opera di Mathiez preannuncia i temi dell'Histoire de le Revolution francaise, elaborata e pubblicata tra il 1921 e il 1927, cioè, all'incirca, nello stesso periodo di gestazione di La vie chère et le mouvement social. L'opera restò incompiuta per la morte dell'autore, anche se venne pubblicato un volume complementare, cui si aggiunse lo studio di J. Godechot sul Direttorio. Ma, in effetti, è fino al Termidoro, al momento in cui si interrompe il movimento ascendente della Grande Rivoluzione, che Mathiez dimostra tutto il suo valore.
Consideriamo dunque quest'opera, che riassume la complessa visione di Mathiez della Rivoluzione, per ciò che essa, modestamente, voleva essere: un manuale ad uso di qugli studenti per i quali Mathiez riempiva i suoi quaderni di appunti fino a conoscerneintimamente, giorno per giorno, gli avvenimenti e i protagonisti, e che vi penetra senza lasciare, nel qua&o ridotto in cui questa storia è calata, impressione alcuna di pedanteria il merito di questo va, certo, alla forza di sintesi del-l'autore, che gli permette di dominare la proliferazione degli avvenimenti; ma anche al fatto che, nonostante la ferrea organizzazione della materia, sì tratta pur sempre, malgrado tutto, di Albert Mathiez che racconta la sua Rivoluzione, come egli la vede.
Questo è evidente nella struttura e nell'equilibrio delle parti: la Rivoluzione è un crescendo, un movimento ascendente fino all'apice dell'annoi'. La prima parte, che corrisponde già a più di un terzo del testo, arriva fino alla caduta della monarchia, il io agosto 1792: dopo aver dato in apertura un quadro denso e conciso della Francia alla fine dell'Antico Regime, Mathiez considera brevemente il periodo prerivoluzionario, che definisce "rivolta nobiliare ", per dare poi dei tre anni della Costituente e della Legislativa un resoconto insieme dettagliato e conciso. Molto più spazio occupano gli eventi successivi: poco meno di un terzo per la lotta tra la Gironda e la Montagna dal 10agosto 1792 al 10 giugno 1793, cui segue la fase delgoverno rivoluzionario del Comitato di salute pubblica, e ancora l'ultimo terzo per l'anno che va dal 2 giugno 1793 al 9 termidoro dell'anno i', finemente analizzato tanto nel suo andamento interno quanto nelle sue istituzioni e nei suoi vari aspetti. Se si confronta l'economia interna di questo testo con quella di opere di sintesi successive, appare evidente che Mathiez concentra l'attenzione sullo Spostamento dalla rivoluzione borghese della Costituente alla rivoluzione popolare, e sulla democrazia giacobina.
Tuttavia, l'insieme appare molto equilibrato; è chiara l'intenzione dell'autore di proporre, rompendo con l'eredità di una storia politica della Rivoluzione quale la si intendeva fino ad Aulard, un saggio di storia totale, che consideri tutti gli aspetti del fenomeno. La politica estera, soprattutto dal momento dello scoppio della guerra, occupa uno spazio notevole, e nelle questioni interne Mathiez riesce a mantenere un notevole equilibrio tra il ruolo degli uomini (nel senso dei protagonisti di primo piano), dei gruppi, degli avvenimenti, delle strutture e delle istituzioni, conservando il ritmo di un racconto ininterrotto.
Mathiez attribuisce agli avvenimenti il ruolo fondamentale che spetta loro nel periodo eccezionalmente movimentato di una rivoluzione, come mostrano spesso i titoli dei capitoli: un terzo di questi è infatti dedicato a un momento, o a una giornata. Ma questi avvenimenti sono descritti con sobrietà, senza indulgere ai dettagli aneddotici che Mathiez lasciava agli pseudo-storici mondani come Emile Henriot; essi diventano il polo attorno al quale si articola tutta una serie di causalità precedenti, e dal quale si diparte un nuovo corso della Rivoluzione. Va anche notato che un solo capitolo (La Fayette maire du Palais) è posto sotto il segno di una personalità:
lo storico di Robespierre, o del duello Danton-Robespierre, ha saputo dominare in questa sua ultima sintesi la personalizzazione della storia, cui si poteva temere di vederlo cedere. Al contrario, è in termini di gruppi che pensa (La formation du tie parti, La poussée hébertiste, Les indulgents, Des citras aux ulùas), attento a cogliere dietro a questi realtà più ampie, come Parigi e la provincia agli inizi della Rivoluzione, o la borghesia e le masse popolari, che considera senza esitazioni in termini di scontro di classe. E, infine, da una qualità didattica, oltre che di sintesi, che nasce la sua notevole capacità di isolare, quando se ne renda necessaria l'analisi, un problema nettamente definito nel tempo e nello spazio dall'intreccio degli avvenimenti della Rivoluzione: questione finanziaria o questione religiosa sotto la Costituente; "finanze e carovita" sotto la Convenzione girondina; "la giustizia rivoluzionaria" sotto il Terrore. Per tutte queste qualità l'opera di Mathiez è ancora oggi un manuale, nel senso migliore del termine, in grado di far scoprire la Rivoluzione francese, di mettervi ordine senza sminuirne la ricchezza. A mio avviso esso è uno dei primi, o forse addirittura il primo resoconto assolutamente affidabile della Rivoluzione nella successione degli avvenimenti: in questo senso esso rappresenta la punta estrema di un approccio positivista nel senso migliore del termine, per l'importanza attribuita all'esattezza dei fatti (condotta fino a quella minuzia d'indagine quasi poliziesca che gli è stata a volte rimproverata), che lo colloca agli antipodi della storia romantica o della petite histoire allora in voga.
Nello stesso tempo Mathiez supera e respinge questa lettura positivista della storia, preoccupato di ampliare l'orizzonte della ricostruzione storica, in cui si colloca indirettamente il percorso da noi seguito tra le molteplici curiosità storiche di un ricercatore passato dalla storia religiosa alla storia politica e a quella sociale, e aperto a tutte le esperienze storiche da lui stesso vissute. In Mathiez si riflette una storia in transizione, pronta ad aprirsi a nuovi indirizzi, e non un discorso irrigidito su false certezze.
Questa constatazione rende molto più agevole una serena valutazione di ciò che, n~la sua lettura, è invecchiato o è del tutto assente. Mathiez scrive ancora in un periodo in cui la creazione di un corpus erudito sulla
Lo specialista di oggi sarà forse colpito dai limiti di una storia vista dal centro, da Parigi: formulata in questo modo, la critica sembrerà brutale e certamente ingiusta, se si pensa all'importanza attribuita da Mathiez alle rivoluzioni nelle province del 1789 e 1790, all'attenzione difliostrata in seguito per l'azione differenziata dei rappresentanti della Convenzione in missione sul territorio nazionale. Di questa curiosità Matbiez era parzialmente debitore, forse, a Jaurès, e piu' indirettamente a Louis Blanc; ma, pur essendo sensibile ai problemi della provincia, non sempre disponeva degli elementi per soddisfare le sue curiosità.
I progressi piu signìficativi si sono indubbiamente verificati nel campo di cui egli ha in anticipo intuito l'importanza: la storia economica e sociale della Rivoluzione. Mentre in Mathìez l'elemento economico appare ancora, in parte, attraverso quello politico (il carovita e le imposte), i lavori di Ernest Labrousse sulla crisi dell'economia francese alla vigilia della Rivoluzione ne hanno fatto un oggetto di studio a sé, analogamente alla storia demografica, della quale Mathiez non poteva naturalmente essere al corrente. Se affermava vigorosamente il carattere di classe delle lotte rivoluzionarie, proponendo alla luce del marxismo un modello interpretativo la cui ossatura si è dimostrata solida, non disponeva però di quegli studi di struttura e, insieme, di dinamica sociale: come la tesi di Albert Soboul su Ler sans-culottes partsiens; o come l'analisi di George Rudé, che ha analizzato la composizione delle folle rivoluzionarie di Parigi, fornendo un approccio sociologico al problema delle masse urbane rivoluzionarie.
Il modello esplicativo proposto da Mathiez è per questo superato? Certo, si può pensare che un'analisi come quella da lui suggerita degli Enragés o dell'hébertismo, ma anche, piu' in generale, del movimento popolare di cui i sanculotti sono stati l'attore collettivo, abbia ricevuto delle sostanziali integrazioni da quando gli storici sociali della Rivoluzione, ai quali lui stesso aveva aperto la strada, sono tornati a interessarsi dei suoi temi. Ma pur con i suoi limiti, che sono quelli delle conoscenze della sua epoca, la sintesi proposta da Mathiez non è superata, per il fatto stesso che, nonostante l'apparente rigidità, essa era aperta al futuro, vale a dire a una storia allargata: sociale, culturale, totale, della Rivoluzione francese.


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