Paul Viallaneix
Jules Michelet e la Rivoluzione Francese
L'albero della Rivoluzione
Le interpretazioni della Rivoluzione Francese
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci,
Editore Einaudi, Torino, 1989, pp. 481 - 491
Nato a Parigi in una cappella sconsacrata, Jules Michelet (1798-1874)
appartiene alla generazione dei figli della Rivoluzione francese. Suo
padre, tipografo alla Imprimerie des Assignats nel 1792, e poi alla
Imprimerie des Sourds-Muets nel '93, gli confida i suoi ricordi di uomo
del popolo, che era stato testimone o attore delle giornate rivoluzionarie.
Giovanissimo, sua madre lo accompagna al Musée des Monuments
francais, insediato da Lenoir in tue Bonaparte nell'anno m, e da allora
nasce la sua vocazione di storico. Per tutta la vita frequenterà,
ascolterà ed interrogherà i superstiti della Rivoluzione.
Alle Archives Nationales, il suo diretto superiore è l'antico
membro della Convenzione, Daunou, il suo sottoposto e figlio di Danton.
Nella sua immaginazione, come nella sua memoria, il 1789 eclissa qualunque
altra data della leggenda nazionale, anche quando ancora non pensa a
scrivere la storia della Rivoluzione. Si spiega cosf l'esultanza, a
prima vista eccessiva, che desta in lui lo spettacolo delle giornate
di luglio del 1830.11 fenomeno rivoluzionario, censurato dall'opinione
pubblica insieme al ricordo intollerabile del Terrore, si è ripetuto
contro ogni previsione. Michelet lo riconosce immediatamente e lo definisce
con una sorta di atavica complicità nella conclusione della sua
Introduetion à l'histoire universe/le (1831), nella quale espone
una concezione particolarmente dinamica, quasi prometeica, della libertà:
"La rivoluzione di Luglio ha questo di singolare, che ci offre
il primo esempio di una rivoluzione senza eroi, senza nomi propri; non
c'è un individuo in cui la gloria abbia potuto localizzarsi.
E la società che ha fatto tutto. La rivoluzione del Trecento
culminò nell'espiazione della Pulzella d'Orléans, vittima
pura e commovente che rappresentò il popolo e che morf per lui.
Qui, nemmeno un nome proprio; nessuno ha preparato nulla, nessuno ha
guidato nulla; nessuno ha eclissato gli altri. Dopo la vittoria, si
sono cercati gli eroi, e si è trovato il popolo".
È sulla base di questo modello, immutabile, che lo storico della
Rivoluzione francese giudicherà il precipitare degli awenimenti
dalla presa della Bastiglia sino al Termidoro Può parere strano
che Michelet aspetti tanto, dal 1831 al 1847, prima di mettersi all'opera.
Il suo desiderio di risalire alle origini della storia di Francia per
meglio comprenderne l'episodio più eroico e di più vasta
portata spiega in parte questa lentezza, ancora accentuata, strada facendo,
dalla scoperta di tutte le necessità dell'opera intrapresa. Nominato
da Guizot nel 1830 alla direzione della sezione storica delle Archives,
Michelet, per qualche tempo, confida che la monarchia di luglio consolidi
definitivamente le acquisizioni della Rivoluzione. Ma è costretto
a ricredersi. Il governo del juste milieu rinnega decisamente il genio
della Rivoluzione. E non oppone nessuna seria resistenza allo scadimento
spirituale e alla demoralizzazione civica causati dalla supremazia del
cosiddetto parti prétre. AI Collège de France, dove viene
chiamato nel 1838 a insegnare storia e morale, Michelet, a modo suo,
dichiara la patria in pericolo, e, nell' attesa di un nuovo "fulmine"
della storia, propugna il risveglio delle coscienze, quel sursum corda
che è la sola cosa che possa rendere decisiva una nuova mobilltazione
delle forze popolari. La Rivoluzione, la prima, la grande, è
il vangelo di cui si sostanzia la predicazione di Michelet. Ma bisogna
emendarne il testo, e proporne una versione fedele. Nel 1844, Michelet
rimanda il completamento della Histoire de France, perché la
storia della Rivoluzione diventa il compito più urgente. I sette
volumi della sua opera si succedono, dal 1847 al 1853, mentre una nuova
rivoluzione si prepara, scoppia, si sviluppa e muore. Nella sua carriera
passato e presente si incrociano continuamente; per più di un
aspetto Michelet scrive, sotto l'influenza delle circostanze, delle
sue disposizioni profonde, della sua filosofia e delle sue doti letterarie,
la storia della Rivoluzione più rivoluzionaria che ci sia, in
perfetto accordo con il periodo che "resuscita".
In questa storia della Rivoluzione s'impone a prima vista un'interpretazione
che corrisponde alle aspettative della generazione dei "figli del
secolo", i quali non hanno bisogno di abbracciare la religione
sansimoniana di Enfantin per sentire la profonda esigenza di rinnovare
il dogma cristiano. La Rivoluzione, risponde Michelet, sin dal 1846,
agli studenti che affollano il Collège de France, è da
considerarsi "la Fondazione". E l'idea che domina, l'anno
seguente, l'introduzione della Histoire ae Révolution:
"Che cosa è dunque accaduto? Quale luce divina ha brillato
per determinare un mutamento cosf grande? E stata la forza di un'ispirazione
nuova, di una rivelazione dall' alto? .. Se, c'è stata una rivelazione".
Viene qui da pensare all'insegnamento di Gioacchino da Fiore, al fascino
che esercitò su Michelet, storico del Medioevo (come su George
Sand, autrice del romanzo Spirtdion) il suo annunzio del regno dello
Spirito Santo, destinato a succedere a quello del Figlio per coronare
la storia della salvezza. Ma in defimtiva l'evangelista romantico non
fa che riprendere il linguaggio di parecchi testimoni, e non tra i minori,
dell'illuminazione del 1789. " Il giorno della rivelazione è
arrivato", aveva esclamato infatti l'abate Fauchet, membro della
Costituente, all'indomani della presa della Bastiglia.
Il discorso del Michelet storico deriva in gran parte da questo postulato.
Contro Tocqueville, Guizot e i liberali, che vedono nella Rivoluzione
il punto d'arrivo di una lunga evoluzione logica della monarchia francese,
Michelet mostra l'esistenza di una soluzione di continuità. Diviene
cos£ l'ispirato regista della rappresent~ione della rottura rivoluzionaria:
spontanea il 1° luglio 1789, deliberata l'anno seguente al Campo
di Marte, entrambe le volte assimilata a un atto fondatore della "volontà
generale". In questa prospettiva, il racconto della presa della
Bastiglia diventa una pagina d'epopea che sfida la razionalità:
"Il 13 luglio, Parigi pensava soltanto a difendersi. Il 14, attaccò.
Il 13, alla sera, c'erano ancora dei dubbi, e l'indomani non ce ne furono
più. La sera era piena di turbamento, di furore disordinato.
La mattina fu luminosa e di una terribile serenità. Un'idea sorse
su Parigi con il chiarore del giorno, e tutti videro la stessa luce.
Una luce nelle menti, e in ogni cuore una voce: "Vai, e prenderai
la Bastiglia!" Era impossibile, insensato, strano a dirsi... Eppure
tutti ci credettero. E avvenne".
E con il metro del Fiat popolare, versione laica del Pia' divino, che
Michelet valuta l'autorità, la legittimità degli atti
rivoluzionari. Certo aveva seguito troppo da vicino il corso della storia,
con le sue deviazioni e i suoi disordini, per sottovalutare, di quei
tempi tumultuosi, il ruolo degli agitatori o della folla inferocita.
Infatti deplora, quando occorre, il fascino che esercitano un Marat
o un Hébert sugli uomini della strada, di cui sanno determinare
sia le opinioni sia le azioni. Ma alla sfrenatezza dei massacri del
settembre 1792, esempi di un'autentica patologia rivoluzionaria, o al
complotto del 2 giugno 1793, che preannuncia il colpo di Stato di fruttidoro
odi brumaio, Michelet contrappone proprio l'imponente armonia del movimento
delle Federazioni, o la dignità della manifestazione del io agosto
1792, che segna la condanna a morte della monarchia dopo il tentativo
di fuga del re: "No, la folla dei vincitori del io agosto, cosf
composita, non era, come si è tanto detto, una banda di briganti,
di barbari. Era il popolo intero: senza alcun dubbio vi erano rappresentate
tutte le condizioni, tutti i caratteri, tutti i temperamenti".
Ma che cosa accade esattamente in quei giorni di gloria, in cui il cielo
pare solcato da un "lampo d'eternità"? Michelet deplora
che i rivoluzionari non abbiano saputo né esprimerne né
perpetuarne il prodigio. Eppure l'adozione, su iniziativa di Romme,
del calendario repubblicano, fu di un'audacia notevole. Riformare la
misura e la denominazione del tempo, equivaleva a dire che in quel tempo
un'autentica rivelazione aveva praticato un taglio netto a partire dal
quale, per una nazione, e per la sua umanità liberata da una
schiavini secolare, tutto diveniva o ridiveniva possibile. "Non
più l'era cristiana, ricordata dalla festa variabile di Pasqua,
ma l'era francese, ancorata ad un giorno preciso, a un avvenimento datato
e sicuro: la fondazione della Repubblica francese, prima pietra della
Repubblica mondiale". Michelet plaudf anche all'istituzione delle
feste della Repubblica, destinate a ricreare l'unanimità del
14 luglio 1790, e passerà ancora molto tempo prima che un altro
storico della Rivoluzione attribuisca loro una tale importanza. Il riferimento
al modello che mirano a riprodurre permette di valutarne il successo
o il fallimento. E' raro che Michelet giunga in proposito a una condanna
radicale: gli pare anzi essenziale che una repubblica degna di questo
nome festeggi se stessa, giacché essa si fonda su una comunione
autentica e sull'istituzione di un rituale che l'aiuti a rappresentarsi.
Non gli dispiace partecipare, con la fantasia, alle grandi feste ideate
da un David. Proprio per questo, perè, i' suo disappunto è
estremo se la liturgia sa troppo d'artificio e troppo poco di esultanza
popolare. Non riesce a trattenersi quando gli par d'intravedere, nella
disciplina imposta alle sfilate dai ministri del culto, il timore che
i brar nus ispirano ai nuovi benpensanti. "La borghesia, - conclude
Michelet su questo punto, - tremò davanti alla Rivoluzione che
aveva fatto, indietreggiò davanti alla sua stessa opera. Fu la
paura, ancor più che l'interesse, a sconvolgerla, a perderla.
Non doveva lasciarsi prendere stupidamente dalla vertigine delle folle
o indietreggiare spaventata davanti all'oceano che aveva sollevato.
Vi si doveva tuffare".
Soltanto questo battesimo avrebbe potuto perpetuare l'opera della "nrivelazione"
rivoluzionaria. Michelet rimprovera ai rappresentanti del popolo di
essersi fermati sulla riva dell'"oceano" e di essere scesi
a patti con la Chiesa esistente, invece di fondarne un'altra in nome
della Repubblica. Ai suoi occhi il clero cattolico, sin dal primo anno
della nuova era, è l'agente della controrivoluzione. E il clero
che si incarica di alimentare e di contrapporre allo "spirito della
federazione" in pieno sviluppo la pietà che nei fedeli può
destare la sorte del re e dei religiosi dei conventi che si chiudono.
La Costituente quindi commette un errore votando la Costituzione civile
del clero per compiacenza nei confronti di alcuni ecclesiastici in buona
fede, come il vescovo Grégoire, che "la spinsero al grave
torto di organizzare la Chiesa cristiana senza credere al cristianesimo".
A questo compromes so di dubbia lega che favorirà, soprattutto
in Vandea, una vasta resistenza popolare contro l'instaurazione della
Repubblica, Michelet contrappone, con una veemenza che mostra i segni
della polemica condotta in Des Jesuites (1843) e Du Prétre (1844)
contro il clericalismo, l'incompatibilità tra il "genio
del cristianesimo" e quello della Rivoluzione.
Questa incompatibilità, a cui Michelet fa costante riferimento
per tutta la narrazione, era già stata solennemente postulata,
nel 1831, in un'opera, temeraria per quei tempi, come la sua Introduction
a' l'histoire universelle. In essa Michelet tentava di delineare una
teologia (o forse un'antiteologia) della Rivoluzione francese. U problema
ch'egli affronta è "quello di sapere se il dogma della Grazia
e della salvezza attraverso il Cristo, sola base del cristianesimo,
è conciliabile con la Giustizia". La risposta del "teologo
del popolo", com'era soprannominato da unodei suoi fedeli, è
nettamente negativa. Fondandosi sulla conoscenza acquisita, attraverso
Lutero, dell'ortodossia paolina, Michelet sostiene, un po' frettolosamente,
che l'affermazione della salvezza attraverso la grazia svaluta non soltanto
l'abusiva sacralizzazione, ma la pratica stessa delle opere. E questo
pregiudizio dogmatico che, trasposto e applicato nella storia politica
dell' Occidente, vi avrebbe instaurato quel bon plaisir del re, cosf
prossimo al capriccio tirannico, che venne dichiarato di "diritto
divino". Nel progetto rivoluzionario la giustizia, dovuta a tutti
e distribuita secondo le opere, prevarrebbe finalmente sulla grazia,
privilegio del monarca, posseduto ed esercitato senza alcuna giustificazione.
Quale che sia la sua fragilità teologica, l'argomentazione di
Michelet giunge a una conclusione che tutta la storia dei tempi moderni
ha apparentemente confermato, sino a una data recente:
l'esistenza di un conflitto senza quartiere tra l'ideologia rivoluzionaria
e la dogmatica cristiana tradizionale.
Tra il 1847 e il 1853, benché sembri ricominciare l'avventura
del 1789, una simile tesi non può certo considerarsi un luogo
comune. Diversi autori al contrario, come Buchez e Roux nella loro Histoire
parlementaire de ki Révolution (1834-38), Quinet in Le Christianisme
e' la Révolution (1845), e Lamartine nella Histoire des Girondins
concordano - pur traendone conseguenze diverse - sul fatto che la Rivoluzione
francese, lungi dal porre fine alla storia del cristianesimo, ne costituisce
un nuovo capitolo. Di qui, forse, il relativo insuccesso della Histoire
de la Rev'oiutton di Michelet al momento della sua uscita. Non sarà
forse perché apre un'età nuova nella storiografia della
Francia rivoluzionaria, o meglio, perché nel 1847 non esiste
ancora una unanimità delle memorie, delle coscienze e dell'immaginario
sull'idea che un'età nuova è stata effettivamente instaurata
nel 1789?
In ogni caso, nella visione del "teologo del popolo" questa
tesi viene sviluppata per buona parte delle sue logiche conseguenze.
A spiegare le debolezze dei protagonisti della Rivoluzione è
cosf invariabilmente un venir meno della fede. Mirabeau non comprende
la portata e le conseguenze del suo impegno della prima ora. Nonostante
la repulsione spontanea che gli ispirano i compromessi dell'e~"t
moyen, non riesce, come non vi riescono La Fayette e gli altri monarchici,
ad accettare l'idea che anche la stessa prospettiva di monarchia costituzionale
sia ormai senza futuro. Ma i rivoluzionari della seconda generazione,
formatasi nei club, sono ben lungi dal-l'apportare alla nascente Repubblica
tutta l'"audacia" raccomandata da Danton in una formula famosa.
A differenza dei contadini che accedono alla proprietà grazie
alla vendita dei Beni nazionali, e rispondono in uno slancio unanime
al richiamo della patria in pericolo fornendo i battaglioni vittoriosi
di Valmy e di Jemappes, "nella coscienza della loro nuova dignità,
nella loro giovane fede"; a differenza dei commercianti e degli
operai di Parigi, pronti a scendere per la strada "per marciare
insieme, gridare insieme, dimenticare per un giorno le loro miserie,
fare insieme, con il bel tempo, una grande passeggiata civica",
i Giacobini, che rappresentano "l'associazione della gente per
bene", coltivano, sotto il segno della ragione illuministica, una
saggezza all'antica che è inadatta alle situazioni straordinarie.
fianno, soprattutto i Girondini, "lo spirito belktrìsia,
per parlare come i tedeschi". Sfugge loro "la grande iniziazione
rivoluzionaria", perché sono privi di "bontà
eroica".
Queste osservazioni mettono Michelet sulla via di un'analisi decisiva
della "meccanica" degli eventi rivoluzionari. Egli si rende
conto che il culto della giustizia finisce per produrre devoti non meno
temibili di quelli creati dal culto della grazia. Questi troppo zelanti
servitori della buona causa inventano, mettono in pratica, un'ortodossia
che ben presto provoca a sua volta vittime e disastri. Giocando pericolosamente
ai giudici, inaugurarono un'era di processi: "Erano necessari dei
censori, ma essi furono soltanto una polizia". La Rivoluzione chiedeva
"apostoli" e "profeti", ma ebbe soltanto "procuratori".
I nuovi Giacobini reinventano l'inquisizione, che quelli di un tempo
avevano creato in obbedienza al loro patrono, san Domenico. La religione
dell'avvenire ripete, in peggio, quella del passato. "I nuovi Giacobini,
come quelli di un tempo - constata amaramente Michelet -, avevano preteso
di essere i soli a saper procedere sulla linea precisa della fede cattolica.
I nuovi Giacobini si facevano un punto d'onore di essere gli unici depositari
della fede rivoluzionaria. Avevano le loro parole d'ordine, i loro santi
e le loro devozioni, certe formule che ripetevano sempre: "Prima
di tutto i principi! I pnncipi...! Soprattutto, ci vogliono uomini puri".
Riconosciamo qui facilmente lo spirito militante incarnato da Robespierre,
l'Incorruttibile, e dall'irreprensibile Saint-Just; a entrambi Michelet
preferisce, nonostante le sue viltà e i suoi compromessi, l'impuro
Danton, umano, troppo umano, ma sempre in grado di identificarsi con
il popolo e di prestargli la sua voce.
La riflessione cosf impostata mette in gioco l'interpretazione stessa
del Terrore, che è il punto su cui tutta la storiografia del
periodo terrorista viene a trovarsi in difficoltà. Per Michelet
l'interpretazione del Terrore dipende dal significato che si attribuisce
alla nozione di salute pubblica. Se si tratta di salvare la patria in
pericolo, non c'è dubbio che si debba ricorrere alle misure più
severe. Mìchelet concede che i massacri di settembre si possano
spiegare, se non giustificare; deplora soltanto che né Robespierre,
favorevole alla pace, né Danton, troppo debole per opporsi, abbiano
cercato seriamente di trattenere Marat e gli "esaltati". In
seguito, raccontando i primi tempi della Convenzione, disapprova l'attendismo
irresponsabile della Gironda di fronte al pericolo crescente dell'invasione:
"La Gironda - ricorda - proclamò la crociata rivoluzionaria
e la liberazione del mondo; in questo fu l'interprete legittima della
Francia e si mostrò al tempo stesso più generosa, e più
politica dei Giacobini. Ma riliutava, nello stesso momento, i mezzi
necessari alla guerra".
Tutto degenera definitivamente quando il terrore organizzato succede
all'esplosione accidentale della violenza, e diventa un sistema di governo.
Siamo ormai vicini al peggio quando, attraverso l'istituzione del Comitato
di salute pubblica e del Tribunale rivoluzionario, la legge repubblicana
accetta uno stato di fatto che nega il diritto. "Per ora salviamo
la Francia, saremo giusti domani". Con questa parola d'ordine nasce
la tentazione di rinnegare la giustizia, uno dei fondamenti del credo
rivoluzionario, per mettere al suo posto il concetto alquanto dubbio
di una "salute", non più personale ma "pubblica",
che non è fondata in modo più convincente di quanto non
fosse nella teologia la "salvezza " ottenuta attraverso la
grazia. L'arbitrio torna con i verdetti, polizieschi ancor prima che
politici e con le esecuzioni in massa del Terrore, versione repubblicana
del "buon plaisir" della monarchia di diritto divino. La Francia
della Rivoluzione non èguarita dall'eresia cattolica. Ricalcandone
le orme, rinnega se stessa. Per sostituire il re che ha ghigliottinato,
si crea un "tiranno", Robespierre, che finisce a sua volta
sul patibolo. Nel vuoto del Termidoro divengono possibili il colpo di
Stato di brumaio e la restaurazione, sotto il nome di Impero, della
monarchia.
L'amarezza di questo epilogo potrebbe indurci a credere che Michelet,
come altri storici prima e dopo di lui, si limiti a contrapporre alla
rivoluzione "buona" del 1789 una rivoluzione "cattiva"
che, succedendole, l'avrebbe annullata. Ma non è cosf. Agli occhi
di questo "evangelista repubblicano ", che in essa vede una
" rivelazione", un tempo sacro e di conseguenza intangibile,
la Rivoluzione rimane, come la Repubblica che fonda, una e indivisibile.
A nessun esegeta verrebbe mai in mente di togliere la Passione e la
Crocifissione dal ministero di Gesù Cristo, disceso in questo
mondo, ma anche morto e resuscitato, per la salvezza degli uomini. Infastidito
da un lato dallo zelo robespierrista di un Louis Blanc, di cui critica
"la mania delle incarnazioni, accuratamente inculcata dall'educazione
cristiana", Michelet è tuttavia ben lungi dal rifiutare
in blocco tutta l'opera della Convenzione montagnarda, con il pretesto
che essa termina in un bagno di sangue.
Non contento di denunciare, ogni volta che è necessario, l'imperizia
politica dei Girondini, Michelet concede ai loro temibili avversari
il beneficio di non poche attenuanti. Ammette che il Terrore sia stato,
per quei "grandi organizzatori " della lotta contro il duplice
pericolo dei nemici interni e di quelli esterni, una necessità.
"Potevano forse - si chiede - rinunciare ai metodi terroristici,
come voleva Desmoulins? Avrebbe significato rinunciare alle requisizioni
provvisorie, che soltanto il Terrore rendeva possibili. Senza il Terrore,
con che cosa avrebbero nutrito, vestito ed equipaggiato i loro dodicimila
soldati?" Dopo aver consultato sul posto i sopravvissuti oi discendenti
dei testimoni, cerca, se non di giustificare gli annegamenti di Nantes,
almeno di comprendere la decisione di Carrier:
"Tutto si spiega con la situazione: inattesa, spaventosa, straordinariamente
carica di agitazione e di vertigine. La mente di Carrier non resse".
Michelet difende, d'altronde, finche' può, l'intransigeriza dei
Comitati di salute pubblica: "La dittatura collettiva dei Comitati
rappresentò per un momento, da ottobre a dicembre [del '93],
la difesa e la salvezza. A quel punto doveva finire". Convinto
che la rovina della Repubblica si decise, per effetto della logica interna
del Terrore, non col Termidoro, ma sin dalla primavera del 1794, Michelet
evita di accusare Robespierre, personaggio ormai tragico, la cui volontà
non controlla più gli avvenimenti: "Robespierre mirava alla
dittatura? Domanda ormai vana. Se fino ad allora non l'aveva desiderata,
gli diveniva indispensabile nella terribile situazione in cui si era
messo. Era il suo solo asilo, la sua necessità, la sua fatalltà".
Generalmente, man mano che la stesura della Histoire de la Révoluiton,
cominciata con una certa fretta, procede, man mano che lo spoglio degli
archivi, a volte inediti, come i registri delle sezioni della Comune,
succede alla semplice predicazione della Buona Novella, man mano che
le situazioni, i dibattiti e i personaggi rivelano tutta la loro complessità,
Michelet rinuncia al ditirambo e alla caricatura. Soltanto i suoi ritratti
restano caricati, eccessivi, e raggiungono couna potenza degna di Daumier.
Per il resto, è giunto il tempo della riflessione.
Il problema, in realtà, è quello di sapere, prima delle
Giornate di febbraio del '48 e, ancor più, dopo quelle di giugno,
se la "rivelazione" del 1789 ha ancora la sua autorità
e la sua influenza. Nonostante le sue titubanze e i suoi tradimenti,
la Prima Repubblica ha costruito qualche cosa. Michelet sottolinea,
non senza qualche esagerazione, l'importanza della vendita dei Beni
nazionali per l'accesso dei contadini poveri alla proprietà.
Tra i meriti delle assemblee rivoluzionarie include, in mancanza di
quella riforma religiosa per la quale, prima di ogni altra cosa, avrebbero
dovuto mobilitarsi, quel progetto di educazione popolare la cui stesura
venne affidata dalla Convenzione a Lepelletier de Saint-Fargeau. La
Convenzione non ebbe il tempo di realizzarlo. Ma aveva aperto la via.
Nel momento che gli pare più opportuno, e alla sua maniera, Michelet
si assume il compito di redigere, non soltanto nella Histoire de la
Révolution, ma anche nel PeupIe (1846), nel Banquet, rimasto
inedito (1854), accanto alla "storia sacra", anche il catechismo
di cui la "Chiesa repubblicana " ha bisogno per resuscitare,
dopo essere perita nel suicidio civico del Terrore. A volte gli sembra
di scorgere nella vertigine stessa di quella prova le premesse di un'altra
rivoluzione, la rivoluzione a veni~e, in cui troveranno compimento le
promesse della "rivelazione" dell'89. E dopo l'arresto dei
Girondini, il 2 giugno '793' che Michelet si risolve a far sorgere nel
suo racconto, dietro la "rivoluzione classica di Rousseau e di
Robespierre", che ha raggiunto i suoi limiti, la " rivoluzione
romantica che mugghia, confusa, fuori delle mura, come la voce dell'Oceano".
Di questa mostra i profeti: Roux l'Enragé; Chalier, l'illuminato
di Lione; l'uomo della "pietà violenta", Babeuf, che
ha già pubblicato il suo Cadastre perpetuel e che comincia a
far parlare di sé. In altri passi, più che la "rivoluzione
romantica", evoca, per parlare come i suoi contemporanei, "
il repubblicanismo dalle cento teste, dalle mille scuole, che oggi chiamiamo
socialismo", e se lo fa è per contrapporlo all'ideologia
di quei " repubblicani classici "che furono i Montagnardi.
È possibile che il fallimento della Seconda Repubblica non lasci
altra speranza che la nascente " rivoluzione romantica", soffocata
dal Terrore e dallo stesso Robespierre?
Michelet osa supporlo. Nell'inverno del 1853-54, esausto dopo aver finito
l'Histoire de la Révolution, raccoglie le forze che gli restano
per dar corpo alla sua ipotesi. Dopo il 2 dicembre, la sentenza pronunciata
dallo storico contro i "logici della politica" della Prima
Repubblica, definizione che accomuna Girondini e Montagnardi, resta
tragicamente immutata: la rivoluzione politica continua a non riuscire
a imporsi, perché le manca "la rivoluzione religiosa, la
rivoluzione sociale, nelle quali avrebbe trovato sostegno, forza e profondità...
Feconda di leggi, sterile di dogmi, non appaga l'eterna fame dell'anima
umana, sempre affamata, assetata di Dio". Aggiungendo al babuvismo
sentimentale ereditato dal padre - più o meno compromesso nella
congiura degli Eguali del 1796 - il senso di rivolta che lo spettacolo
della miseria operaia ha destato probabilmente in lui a Manchester,
nel '34, o a Lione, tra i canuts, nel '39, Michelet delinea una dogmatica
e una liturgia socialiste. La dogmatica dovrebbe fondarsi sul principio
della "vita sufficiente", vale a dire di un minimo di giustizia
distributiva destinato a sconfiggere l'alienazione intollerabile della
miseria, secondo l'appello di Jan Hus, il riformatore: "La coppa
al popolo! " L'errore dei repubblicani, nel 1848 ancor più
che nel 1793, è quello di non aver compreso " per rigida
devozione allo stoicismo giacobino, oppure per un nobile senso di distacco
dal materialismo del socialismo nascente, tutto quel che il nuovo dogma
poteva apportare di linfa e di sangue giovane all'eroismo del '93".
Quanto alla liturgia della religione moderna, finalmente in armonia
con lo spirito della " rivelazione" dell' 89, essa avrebbe
rinnovato, sotto l'antica denominazione di "banchetto", l'istituzione
della Cena del Cristo, durante la quale si sarebbe compiuta, insieme
alla riconciliazione di tutti i figli della Rivoluzione, la spartizione
fraterna del cibo tra gli affamati e i sazi.
Vorremmo poter affermare che si chiude qui, su questa visione irenica,
il lungo rapporto tra Michelet e il grande ricordo che pesa su tutta
la sua carriera, nonché su tutto il destino politico del suo
secolo. Ma ciò significherebbe ignorare ciò ch'egli scrive
poco prima di morire e che dedica essenzialmente agli ultimi tempi della
Convenzione e al Direttorio, fino al '8 brumaio. Certo, in questa Histoire
Michelet riprende con amore l'esplorazione di quella "terra incognita"
in cui Babeuf si avventurò con Saint-Simon e Fourier, mentre
la Francia, smobilitata e demoralizzata dopo la caduta del " tiranno
" Robespierre, si abbandonava a una "espansione di natura
e di umanità". Ma, nella prefazione, che porta la data del
1872, pronuncia sul secolo nato dalla Rivoluzione un giudizio disincantato,
che non risparmia neppure la stessa speranza socialista:
"Tanto il diciottesimo secolo, alla morte di Luigi XIV, avanzò
con leggerezza sull'ala dell'idea e dell'attività individuale,
quanto il nostro, con le sue grandi macchine (la fabbrica e la caserma)
che sottomettono ciecamente le masse, ha progredito nella fatalità...
In generale, questa storia di carattere alquanto materiale, si potrebbe
riassumere rn tre parole: Socialismo, Militarismo e Industrialismo.
Tre cose che si generano e si distruggono reciprocamente. Il terrore
di Babeuf creò Bonaparte quanto le sue stesse vittorie; il che
equivale a dire che il Socialismo nascente, generando il panico, ha
fatto trionfare il Militarismo".
Quest' ultima frasv, appassionata come tutte le altre, ci dimostra come
Michelet fece della Rivoluzione francese, pur non avendola vissuta,
una sua questione personale. Fu presente a essa ascoltando i sopravvissuti
che gliela raccontavano, e raccontandola a sua volta. Ebbe l'impressione
di frequentarla ogni giorno, a Parigi, percorrendo i luoghi deputati
della sua storia e raccogliendo li i propri pensieri. " La Rivoluzione
- annuncia nel 1847 ai lettori della grande opera che le dedica - è
in noi, nelle nostre
anime... O vivo spirito della Francia, dove potrei coglierti, se non
dentro di me?... I poteri che si sono succeduti, nemici tra loro in
tutto il resto, avrebbero voluto seppellirti... E perché?...
Tu solo vivi. Tu vivi! ... Lo sento ogni volta in quest'epoca dell'anno
[a gennaio], quando il mio insegnamento mi stanca, e il lavoro pesa,
e la stagione si fa pesante. Allora vado al Champs de Mars, mi siedo
sull'erba secca e respiro il grande anelito che percorre l'arida spianata...
Un Dio vi risiede". Ne risulta che l'Histoire de la Révolution
di Michelet, scritta mezzo secolo dopo gli avvenimenti che racconta,
partecipa ancora di essi, ne deriva e ne dà testimonianza. Appartiene,
anch'essa, alla storia immediata della Rivoluzione francese. E a questo
titolo che bisogna rileggerla, criticarla e rispettarla.