Regina Pozzi
Francois Mignet e la Rivoluzione Francese

L'albero della Rivoluzione
Le interpretazioni della Rivoluzione Francese
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci,
Editore Einaudi, Torino, 1989, pp. 491 - 495

Appartenente alla stessa generazione, anche se un po' piu' giovane, di Francois Guizot e di Victor Cousin, Francois Mignet (1796-I 884), contemporaneamente al coetaneo ed amico Adolphe Thiers, tenta l'impresa di dare una ricostruzione storica degli eventi della Rivoluzione francese che pienamente rispecchi gli ideali politici, oltre che le convinzioni stonografiche, dei liberali francesi dell'età della Restaurazione.
Giornalista al " Courrier francais", voce del liberalismo più avanzato, nel 1824 egli pubblica un'Histoire de la revolution francaise de 1789 al 1814, in due volumi, che riprende il quadro cronologico ed evenemenziale tracciato per la prima volta da Madame de Staél nelle postume ConsidéYations sur les principaux éi,énements de la revolution francaise (1818), ma che si discosta dall'interpretazione staeliana squisitamente politica della Rivoluzione, per accogliere la chiave di lettura data da Guizot e Thierry, intorno al' 20, della Rivoluzione come del grande evento che ha portato al potere la borghesia e fondato la società moderna. Primario, in quest'interpretazione, è il rilievo dato alla distruzione dell'Antico Regime, come sistema economico e sociale, oltre che politico, che impediva la libera crescita della moderna "civilisation", ingabbiandola in strutture ormai desuete. "Questa rivoluzione - scrive Mignet in apertura della sua Histoire - non ha soltanto modificato il potere politico, ma ha cambiato tutta l'esistenza interna della nazione. ... Essa ha sostituito l'arbitrarietà con la legge, il privilegio con l'eguaglianza; ha liberato gli uomini dalle distinzioni delle classi, il suolo dalle barriere delle province, l'industria dagli ostacoli delle corporazioni e delle giurande, l'agricoltura dalle soggezioni feudali e dall'oppressione delle decime, la proprietà dai vincoli delle sostituzioni; e ha tutto ricondotto a un solo corpo, a un solo diritto, a un solo popolo". Protagonista di questo formidabile moto è stato per Mignet, come per Guizot, come per Thierry, il Terzo Stato, il cui continuo accrescimento in ricchezza, in importanza e in lumi non poteva non portarlo a scontrarsi con l'Antico Regime, a combatterlo e a vincerlo.
Esaminando da vicino lo sviluppo degli eventi rivoluzionari, Francois Mignet deve però fare i conti con una realtà sociale molto piu' diversificata, per la quale non esiterà a parlare di "lotte delle classi" all'interno dell'antico Terzo Stato- Ad una rivoluzione della "borghesia" o della "classe media", che s'è realizzata nell'89-91, e che torna a riprendere il sopravvento dopo Termidoro, dando il significato ultimo e definitivo all'età nuova, egli contrappone una "seconda rivoluzione " (è sua l'espressione), che nel '92 ha portato al potere le classi inferiori, instaurando il regno della "moltitudine ". Mignet non ha dubbi che questa seconda rivoluzione non potesse durevolmente sostenersi, e che solo la prima fosse legittima, più ancora "in ragione del fatto che era possibile che del fatto che era giusta: essa aveva la sua costituzione e i suoi cittadini". Come tutti i liberali della sua generazione, egli è d'altra parte convinto che la rivoluzione borghese non abbia sostituito il dominio di una classe ad un'altra, ma fondato una società aperta, nella quale, grazie all'eguaglianza dei diritti, a ciascuno è possibile elevarsi, se possiede capacità e talento. "In ciò, - egli scrive, - consisteva il principale carattere della Costituzione del 1791: mano a mano che qualcuno diventava atto a possedere il diritto, vi era ammesso; essa allargava i suoi quadri con la civiltà, che ogni giorpo chiama un maggior numero di uomini all'amministrazione dello Stato. E tramite questa via che essa aveva istituito la vera eguaglianza, il cui carattere reale è l'ammissibilità, come quello della diseguaglianza è l'esclusione. Rendendo mobile il potere mediante l'elezione, essa ne faceva una magistratura pubblica; mentre il privilegio, rendendolo ereditario per trasmissione, ne fa una proprietà privata ".
Tale il convincimento politico di fondo che anima l'Histoire di Mignet, e del quale, a lui come a tutta la sua generazione, il 1830 sembra l'esplicita conferma. Dal punto di vista storiografico, il filo della sua narrazione è però sostenuto da un secondo convincimento, non meno forte del primo, che
gli permette di assumere come legittimo tutto lo sviluppo della Rivoluzione e di spiegare la sua estremizzazione del '92-94 in termini di necessità. Contro il tentativo che aveva operato Madame de Staèl di scindere l'89 dal '93, Mignet, come Adolphe Thiers negli stessi anni (ma un'indicazione in tal senso era già stata data da Guizot prima del '2 o), afferma decisamente il concatenamento di tutte le fasi della Rivoluzione, introducendo, a spiegarne la fase terroristica, la categoria storiografica delle " circostanze "ad essa e~terne (le lotte civili, la guerra), che ne hanno determinato la necessità. E stata la resistenza della Corte e degli ordini privilegiati a scatenare la guerra intestina e la guerra esterna. "Perche un innovazione sia pacifica, occorre dh'essa non sia contestata. Diversamente, si dichiara guerra, e la rivoluzione si estende, perché tutto intero il popolo si mette in moto per difenderla. Quando una società è cosf scossa nelle sue fondamenta, so-no gli uomini più audaci che trionfano, e, invece di riformatori saggi e moderati, non si hanno pin' che riformatori estremi e inflessibili".
Fin dall'estate dell'89, la Rivoluzione sarebbe stata sconfitta se, a difenderla, non fosse entrata in scena la "moltitudine", ciò che ha posto, fin dall'inizio, alla prima generazione della leadership rivoluzionaria, il problema dell'alleanza con le masse popolari. Giacché, scrive Mignet, "quando ci si è serviti del popolo, diventa molto difficile licenziarlo; e la cosa più prudente non è di contestare, ma di regolare il suo intervento". Tanto più necessario è diventato l'intervento delle masse popolari nella difficile situazione del '92-93. "Non era possibile che la borghesia, che era stata abbastanza forte per abbattere l'Antico Regime e le classi privilegiate, ma che s'era riposata dopo questa vittoria, potesse respingere l'emigrazione e l'intera Europa. Era necessario a ciò un nuovo scossone, una nuova credenza; era necessaria una classe numerosa, ardente, non ancora affaticata, e che si appassionasse per il io agosto come la borghesia s'era appassionata per il 14 luglio". E per guidare questa classe era necessaria una nuova dirigenza rivoluzionaria. Malgrado la sua simpatia per i Girondini, Mignet è costretto a riconoscere che il loro tentativo di mediare tra borghesia e moltitudine era, nelle circostanze date, destinato al fallimento, e che, se essi avessero trionfato il 31 maggio 1793, provocando un allentamento della tensione rivoluzionaria, la Francia non sarebbe stata in grado di resistere alla coalizione, e la Rivoluzione sarebbe stata perduta. Il compito di salvare la Rivoluzione era destinato alla Convenzione montagnarda, i cui leader, Danton, Marat, Robespierre, Mignet descrive con tratti privi di simpatia, ma non di affascinata ammirazione.
Come le difficoltà della guerra hanno portato al Terrore, cosf la vittoria ha segnato la sua fine. Con Termidoro termina il "movimento ascendente rivoluzionario", ed inizia la sua fase discendente. Il periodo che va da Termidoro al '8 brumaio è visto da Mignet da un duplice punto di vista. Dei due distinti scopi che aveva avuto la Rivoluzione francese, quello di una costituzione libera e quello di una civiltà più perfezionata, è ora il secondo ad avere il sopravvento. Sappiamo già che per lo storico Termidoro ha restituito il potere alla borghesia, ma sappiamo anche che gli interessi di questa classe coincidono, nella sua prospettiva politica, con quelli generali della civiltà. La Rivoluzione non riesce invece a realizzare il primo dei suoi scopi, malgrado la saggezza della Costituzione dell'anno m, perché troppo aspre erano state le lotte dei partiti, e le fazioni continuano a lacerare il tessuto politico del paese Affaticata, la Francia si affida a un uomo ("la rivoluzione, dice Mignet, cominciò a farsi uomo"); e tuttavia così' poco crede possibile il dispotismo, che nessuno le sembra ancora in grado di asservirla. Sono questi gli inizi del Consolato, in cui a Mignet pare che fosse ancora aperta una prospettiva liberale; in cui Napoleone, se avesse voluto, avrebbe potuto farsi "il rappresentante di quel grande secolo, che reclamava la consacrazione di un'eguaglianza bene intesa, di una libertà saggia, di una civiltà più sviluppata, questo nobile sistema della dignità umana". Ma Napoleone, "cresciuto sotto la tenda, venuto tardi alla rivoluzione", non ne ha compreso che il lato interessato e materiale, non ha creduto ai bisogni morali che l'avevano fatta nascere, né agli ideali che l'avevano agitata, e che presto o tardi sarebbero tornati a riemergere e l'avrebbero travolto. E tuttavia, controrivoluzionario nei confronti della Francia, il suo spirito di conquista l'ha reso innovatore nei confronti dell'Europa, che i suoi eserciti hanno scosso dall'immobilità, portandovi gli usi, le idee e la civiltà più progredita della Francia.
Con questo giudizio sul ruolo storico di Napoleone si chiude l'opera di Mignet. Il 1814 apre una nuova serie di eventi, nella quale lo storico vive, ma sulla quale non rinuncia a dare il suo giudizio, terminando la sua Histoire con l'enunciazione di un programma, che è quello di tutti i liberali degli anni venti: "Oramai non si può più reggere in maniera durevole la Francia che soddisfacendo il duplice bisogno che le ha fatto intraprendere la rivoluzione. Nel governo, le è necessaria una libertà politica reale, e, nella società, il benessere materiale prodotto dallo sviluppo incessantemente perfezionato della civiltà".
Resta un rilievo da muovere alla storiografia mignetiana, che si potrebbe analogamente muovere a quella di miers. Anche se la Rivoluzione francese viene vista come un moto eminentemente sociale, i moduli narrativi seguono il filo espositivo tracciato per prima da Madame de Staél, tutto centrato sugli avvenimenti politici, e che ha il suo angolo di visuale preferenziale nell'attività delle successive assemblee rivoluzionarie. Le masse, che pure nell'operea di Mignet hanno un ruolo fondamentale nell'attivare le principali svolte della Rivoluzione, non trovano ancora nella storiografia liberale uno spazio da protagoniste. Bisognerà attendere per questo l'opera storica di Jules Michelet.



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