Anna Maria Rao
Robert Roswell Palmer e la Rivoluzione Francese

L'albero della Rivoluzione
Le interpretazioni della Rivoluzione Francese
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci,
Editore Einaudi, Torino, 1989, pp. 515 - 519

Nato nel 1909 a Chicago, dove compf gli stùdi universitari sotto la guida di eminenti storici del xvin secolo come Cari Becker e Louis R. Gottschalk, dal 1936 lettore e poi professore di storia all'Università di Princetoij, Robert Palmer si formò nel pieno di una stagione storiografica di profonde inquietudini sulle sorti della "civiltà occidentale " e dei suoi valori. In crisi appariva quella "fede nel progresso, nella libertà, e in un benefico ordine naturale " nata con la filosofia dei Lumi, di cui scriveva nel suo lavoro su Catholics and Unbehevead in Eighteenth Centuiy France (Princeton 1939): lavoro pionieristico nel cogliere le contraddizioni di un secolo non tutto improntato al trionfo della ragione, percorso anzi da non ragionevoli intolleranze anche nel mondo dei Lumi, ma che aveva creato il termine stesso di "civiltà", una civiltà che fin da allora gli a uomini occidentali" si erano sforzati di "migliorare ed estendere".
Due anni dopo, Palmer dedicava uno studio ormai classico, anche se poco recepito, al Comitato di salute pubblica, ricco di spunti interpretativi e di ricerca che avrebbe in seguito pi6 ampiamente sviluppato: il formarsi di una mentalità rivoluzionaria, in cui vedeva intrecciati fattori generazionali e socioprofessionali, psicologici e culturali; la valutazione storica del Terrore nel contesto delle circostanze esterne e interne alla Francia; la novità della Rivoluzione di per se stessa, proponibile da allora in poi come modello di azione politica programmata.
I suoi interessi storiografici apparivano cosf orientati verso un pieno recupero dell'Illuminismo e della Rivoluzione come tappe fondamentali dello sviluppo del mondo moderno, contro le condanne che avevano accomunato entrambi in quanto manifestazioni di una ragione astratta e distruttiva. Recupero che assumeva un più generale valore politico e culturale di fronte alla tragedia del nazismo e della guerra: non a caso fu Palmer a curare la traduzione inglese, pubblicata a Princeton nel 1947, del Quatrevingteneuf di Georges Lefebvre (i 939) condannato al macero dal governo di Vichy.
Un'adesione profonda ai valori liberali e democratici della "civiltà occidentale " avrebbe continuato a sostanziare l'interesse di Palmer per la Rivoluzione, in una visione del progresso umano animata da un forse eccessivo ottimismo storicistico, rispetto alla più equilibrata consapevolezza dei suoi limiti interni espressa fra gli anni trenta e quaranta, e certamente "di parte" nel contrapporre "un'Europa occidentale più liberale e un'Europa orientale più autocratica" nettamente distinte a partire dal 1789, ma sempre ancorata ad un rigoroso senso storico ed aliena da dispute meramente terminologiche.
A questo orientamento di fondo, più che a ragioni estrinseche e occasionali, va ricondotta la sua tesi di una generale "agitazione rivoluzionaria del mondo occidentale", di cui la Rivoluzione francese fu "un episodio, anche se decisivo", espressa fra il 1952 e il 1954 sulle pagine del "Political Science Quarterly" e dei "Caliiers d'Histoire Mondiale"; anche se la guerra fredda tra i blocchi mondiali non le era del tutto estranea, come più esplicitamente appariva nella contrapposizione, proposta da Louis GotischaIr e Donald Lacli fra una prima rivoluzione mondiale in Europa occidentale e in America dal 1770 al 1815, e una seconda rivoluzione mondiale, orientale e socialista, incominciata in Russia nel 1905.
Rielaborata nella relazione presentata insieme a Jacques Godechot al X Congresso internazionale di scienze storiche del 1955, la tesi della "rivoluzione occidentale" o "atlantica" non ebbe un'accoglienza favorevole, soprattutto per le implicazioni politiche e ideologiche che le si attribuirono la legittimazione storica della Nato, primato delle idee, negazione della lotta di classe -, e la coincidenza cronologica con il Mito di Cobban fece pensare ad una sorta di offensiva anglo-americana contro l'interpretazione classica della Rivoluzione francese, volta a negare da un lato i suoi contenuti sociali, dall'altro il suo carattere nazionale. Criticata anche sul piano storiografico, fra gli altri dallo stesso Cobban, per un metodo comparativo ritenuto inadeguato a cogliere fenomeni e realtà profondamente diversi, la tesi della "rivoluzione occidentale " aveva il merito di superare una prospettiva rigidamente francocentrica, ampliando il quadro di osservazione alla crisi dell'Antico Regime, alla circolazione delle idee fra Europa e America, alla diffusione del movimento rivoluzionario nei vari paesi europei, vista sulla base non solo dell'esempio o dell'intervento francese, ma di più radicate ragioni interne.
I meriti di questa impostazione sul piano della ricerca li avrebbero mostrati gli studi successivi di Godechot e di Palmer, fornendo la migliore risposta alle critiche a volte ingenerose scaturite dal clima di tensione politica e ideologica della metà degli anni cinquanta. Nei due volumi su The Age of the Democrntic Revolution (I 959 e 1964), dedicati alla "civiltà occidentale nel suo complesso, in un periodo critico della sua storia", Palmer precisava i contenuti della "rivoluzione occidentale " manifestatasi negli ultimi quarant'anni del xvi" secolo "in modo diverso e con vario successo nei diversi paesi". Definita con qualche incertezza nella periodizzazione, delimitata fra il 1760 e il 1800, ma a volte prolungata "fino alle rivoluzioni europee del 1848 comprese", l'"era delle rivoluzioni democratiche" aveva avuto dovunque "obiettivi e principi simili", quelli appunto " democratici": una " democrazia" certo relativa, non ancora caratterizzata dal criterio fondamentale del suffragio universale, ma che "denotava una nuova esigenza di uguaglianza", "un sensodi disagio nei confronti delle vecchie forme di stratificazione sociale e della formale discriminazione di classe". La nozione di rivoluzione "democratica" metteva a fuoco l'emergere, contro le rivendicazioni liberali aristocratiche che anche in Francia diedero avvio alla Rivoluzione, delle rivendicazioni del Terzo Stato per l'apertura delle carriere al merito e ai talenti, contro i privilegi giuridici e di nascita. Altrettanto efficace era nel dare rilievo all'influenza della rivoluzione americana, di cui Palmer sottolineava decisamente il carattere sociale, anziché di semplice lotta per l'emancipazione dall'Jnghilterra, evidenziando i rapporti fra democrazia rurale americana e ideali democratici giacobini.
Scaturito da una diffusa crisi di fiducia nel potere costituito, da aspirazioni di ascesa sociale e di partecipazione politica frustrate dal carattere prevalentemente aristocratico di "organi ufficiali" - parlamenti, consigli, magistrature - non privi di spunti liberali ma sostanzialmente protesi a difendere le proprie prerogative, "il movimento rivoluzionario democratico entrò in azione quando persone sistematicamente escluse da questi organismi e contrarie alla loro autonomia originaria cercarono di allargare il numero dei loro membri, di sostituire la base dell'autorità e della rappresentanza, di rinnovare gli organi costituiti o di ottenere una costituzione completamente nuova dello Stato stesso". Un movimento che Palmer, pur lontano da convinzioni marxiste, definiva fondamentalmente "borghese", di " classi medie", anche se vi parteciparono sia membri della nobiltà che delle classi più povere: il termine "borghese" gli appariva ambiguo, estraneo peraltro alla lingua inglese, ma utile a designare "uno strato sociale non appartenente né all'aristocrazia né al popolo, quello delle professioni liberali, dei commercianti, dei funzionari, delle persone colte rafforzate da una posizione stabile, che godeva di redditi più o meno certi. Di fatto, in tutti i paesi europei, queste persone costituirono il sostegno principale della rivoluzione degli anni novanta". Posizione di empirico equilibrio che Palmer avrebbe mantenuto nei confronti delle polemiche americane degli anni sessanta contro l'interpretazione "classica" di Lefebvre, evidenziando sulle " Annales historiques de la Révolution francaise " del 1967 gli aprioristici intenti antimarxisti che ispiravano alcuni appelli allo " studio dei fatti reali" e all'" uso giudizioso del termine "borghesia"".
In questo generale movimento democratico e "borghese" si inquadrava dunque la Rivoluzione francese. "Fondamentalmente politica, come gli altri moti contemporanei", nata "da circostanze caratteristiche della civiltà occidentale", essa fu però "senza eguali sotto molti aspetti", e "andò molto al di là dei semplici fini politici", pi'i della rivoluzione americana: "La Rivoluzione francese modificò la stessa natura e la definizione della proprietà, e, fino a un certo punto, anche la sua distribuzione; trasformò o tentò di trasformare la Chiesa, l'esercito, i metodi d'istruzione, le istituzioni assistenziali, il sistema legale, l'economia di mercato e le relazioni fra datori di lavoro e lavoratori. Introdusse nuovi valori fondamentali, nuovi rapporti di classe, nuovi obiettivi per cui lottare. Mutò l'essenza della comunità, la coscienza sociale dell'individuo, e i suoi rapporti con i concittadini e con il resto dell'umanità. Cambiò perfino il senso della storia, e l'idea di ciò che avrebbe potuto o dovuto avvenire nel mondo".
A differenza che negli altri paesi, inoltre, la Rivoluzione in Francia riuscf a sostenersi da sola, grazie all'appoggio delle masse popolari, e alla convergenza realizzatasi fra gli interessi "borghesi " da un lato, e dall' altro la lotta contadina contro il "feudalesimo": termine quest'ultimo anch'esso ambiguo, e che tuttavia, come quelli di "aristocrazia", "costituzione", " cittadino", " sovranità del popolo", " nazione", " libertà", " eguaglianza", " natura", " diritti naturali", valeva a " suggerire ciò che gli uomini della Rivoluzione francese pensavano di se stessi". Al sostegno popolare e all'" antagonismo di classe" fra "un'aristocrazia e una borghesia entrambe in ascesa " si doveva anche " il radicalismo della Rivoluzione fin dal suo inizio". In disaccordo con la tesi di "una rivoluzione "moderata" del 1789, che divenne pi'i estremista nel 1792 e 1793", Palmer respingeva pure qualunque separazione fra le idee, " anche le più esagerate e fantastiche", e le "circostanze reali", ribadendo nei "French IJistorical Studies" del 1960, aproposito del lavoro di Soboni sui sanculotti: "Non sarà più possibile per uno storico serio spiegare Robespierre e i Giacobini semplicemente in termini di idee. Sarà necessario tener conto delle enormi pressioni popolari sotto le quali agirono".
Per queste ragioni, dunque, la Rivoluzione francese fu secondo Palmer " il moto di gran lunga più importante dell'intera età rivoluzionaria", che sostituf all'Antico Regime la " società moderna " e una nuova, moderna, forma di Stato. Valori di progresso e di modernizzazione, di generale "miglioramento dell'umanità", che continuano ad ispirare anche i suoi più recenti lavori sull'impatto della rivoluzione sul sistema educativo e scolastico, fedeli a un metodo d'indagine sempre attento a confrontare progetti e realizzazioni, idee e situazioni concrete.


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