Luciano Guerci
George Rudé e la Rivoluzione Francese
L'albero della Rivoluzione
Le interpretazioni della Rivoluzione Francese
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci,
Editore Einaudi, Torino, 1989, pp. 554 - 557
In un breve commosso ricordo di Albert Soboul, George Rudé (n.
1910) ha raccontato che un giorno Georges Lefebvre accolse lui stesso,
Soboul e Cobb tendendo le braccia e salutandoli con un affettuoso "Ah!
i tre moschettieri! " Nella Parigi degli anni cinquanta i britannici
Rudé e Cobb e il francese Soboul, tutt'e tre variamente influenzati
da Lefebvre, erano "strettamente legati dai loro interessi comuni"
(è ancora Rudé a parlare) e svolgevano ricerche su temi
affini. Brano gli anni in cui la migliore storiografia rivoluzionaria,
attenendosi a una lettura della Rivoluzione francese che faceva del
1793-94 la fase ascendente della Rivoluzione stessa, era impegnata nello
studio approfondito delle masse popolari e dell'iniziativa popolare,
com e testimoniato anche dal volume La défait sans-culottes.
Mouvementpopu~ire et réacrion boureoise en l'an III (1959), del
norvegese Kare D. Tennesson, in contatto con Soboul ed estimatore degli
scritti di Rude' e Cobb. Non che tra gli studiosi al lavoro nel medesimo
cantiere (il cantiere sanculotto, si potrebbe dire) mancassero le differenze:
Rudé e Soboul erano marxisti, mentre Cobb (lo ha sottolmeato
lui stesso) non lo era affatto; né identiche - notava Rudé
nel 1962 - erano le opinioni circa "il ruolo, i moventi e le forme
d'azione dei sanculotti", Occorre aggiungere che se Soboul e Cobb
si sono occupati, nel corso della loro attività, quasi esclusivamente
della Rivoluzione francese, Rudé sì è occupato
- e già allora si occupava - della protesta popolare su un arco
cronologico più ampio e in un ambito geografico più vasto,
giungendo ad adottare, in taluni casi, una prospettiva di storia comparata.
Così, da The Crowd in the French Revolution (1959) passò
a The Crowd in History (1964 e 1981), dove esaminava la protesta popolare
in Inglulterra e in Francia negli " anni di transizione che hanno
condotto alla nuova società 'industriale"" (dal 1730
agli ultimi anni quaranta dell'Ottocento), e poi, con più decisa
scelta di campo a favore della storia delle mentalità, e con
arretramento temporale sino al Medioevo, a Ideology and Popular Protest
(1980); nel 1970 s'era dickensianamente cimentato nell'esame delle "due
città" pubblicando Paris and London in Eighteenth Century:
Studies in Popular Protest. Dopo il libro del '59, ricerche approfondite
sulla Rivoluzione francese non ne svolse più (il pur informato
ed equillbrato profilo di Robespierre, del 1967, non si segnala per
spiccata originalità) - A interessarlo fu piuttosto, accanto
alla storia comparata, la storia della protesta popolare nell'Inghilterra
del Settecento e del primo Ottocento (Wilkes and Liberty, 1962; Captain
Swing, 1969, scritto in collaborazione con Ericj. Hobsbawm; Hanoverian
London, 1971). A orientare Rudé verso lo studio della protesta
popolare contribuì senza dubbio la visione " dal basso "
della Rivoluzione francese accreditatasi grazie a Lefebvre; ma la sua
esperienza è anche intimamente connessa alla "nascita della
storiografia marxista britannica sulle masse popolari" negli anni
cinquanta (Turi 1973), gli anni del suo libro sulla folla nella Rivoluzione
francese e dei suoi saggi sui tumulti londinesi del 1736 e del 1780.
Non si dimentichi che il 1959, l'anno in cui esce The Crowd in the French
Revolution, è anche l'anno in cui Hobsbawm pubblica Primitive
Rebels, e che di li a poco, nel 1963, uscirà il capolavoro di
E. P. Thomp son, The Making of the Enghsh Working Class. Occorre inoltre
segnalare che nel 1952 era apparso il primo numero di "Past and
Present", la rivista fondata da un gruppo di storici marxisti tra
i quali Christopher Hill, Maurice Dobb ed E. J. Hobsbawm.
Preceduto da saggi scritti a quattro mani con Cobb e con Soboul, The
Crowd in the French Revolution rivelava fin dalla prima frase quale
fosse l'istanza conoscitiva da cui moveva l'autore "Un aspetto
della Rivoluzione francese, largamente trascurato dagli storici, èla
natura della folla rivoluzionaria". Foules revolutionnaires era
il titolo di un famoso saggio di Lefebvre risalente al 1934, e Rudé,
non certo immemore delle prospettive aperte da Lefebvre, concentrava
la sua attenzione sulle folle parigine colte nei momenti di più
intensa protesta, dai tumulti contro Reveillon della fine d'aprile del
1789 alle giornate di vendemmiaio dell'anno m. Seguendo l'esempio dato
da Lefebvre a proposito dei contadini, Rudé intendeva distaccarsi
dalla genericità con cui per lo più si era parlato de]
"popolo", sia che lo si fosse esaltato (Michelet) sia che
lo si fosse raffigurato con i colori pi'i foschi (Burke, Taine). E al
fine di chiarire la composizione delle "folle in azione",
egli si dedicava ad un'analisi puntuale, guardinga verso le trappole
del vocabolario (il termine ouvrier, per esempio, poteva designare sia
il lavoratore dipendente sia il padrone di bottega). Le conclusioni
erano analoghe a quelle cui l'anno prima era giunto Soboul circa i sanculotti
parigùii dell'anno II. Esisteva, cioè, "una certa
uniformità " nella composizione sociale di coloro che parteciparono
alle journées rivoluzionarie (ognuna delle quali l'autore ricostruiva
meticolosamente nella sua genesi e nel suo svolgimento): si trattava,
" con la sola eccezione dei ribelli armati di vendemmiaio",
di persone provenienti, "nella stragrande maggioranza, dalle file
dei sanculotti parigini, dalla massa dei mastri di bottega, degli artigiani,
salariati, bottegai e piccoli imprenditori della capitale". Composizione
eterogenea, dunque, non riconducibile ad una classe operaia di là
da venire. "Coalizione di elementi socialmente di-sparati ",
aveva scritto Soboul per caratterizzare i sanculotti: Rudé era
d'accordo, anche se il termine "sanculotti" egli lo usava,
differenziandosi da Soboul, in senso più sociale che politico.
Costante era la sua preoccupazione di evitare forzature, anacronismi,
semplificazioni. Perciò nel 1962 respingeva le critiche di due
studiosi sovietici, lo Zacher e la Lotté, che, intervenendo su
The Crowd in the French Revolution, avevano parlato di un generico "preproletariato
". Quanto ai moventi delle folle rivoluzionarie, egli metteva in
evidenza "il bisogno impellente del popolo minuto " di "
procacciarsi il pane e altri generi di prima necessità a buon
mercato " (a suo avviso, moti per il pane, non per i salari erano
quasi tutti quelli che esaminava), ma invitava anche a non badare esclusivamente
all'impulso della fame, sottolineando la necessità di tener conto
dei moventi politici, cui assegnava il primo posto nella giornata del
Campo di Marte (17 luglio 1791). Come si vede, il marxista Rudé
non restava prigioniero di un angusto economicismo. Inoltre, aveva imparato
da Iefebvre a non stabflire un meccanico rapporto di causa-effetto tra
condizioni economiche, sociali e politiche da un lato, e protesta popolare
dall'altro. Al contena mentai egli dava, lefebvrianamente, molto rilievo,
e dichiaratamente lefebvriane erano le sue osservazioni intorno al formarsi
della mentalità rivoluzionaria, intorno alla paura quale componente
essenziale della mentalità popolare, intorno alla "reazione
difensiva " generata dalla paura stessa. In opere successive (ma
già nel libro del '59 c'erano accenni in questa direzione) egli
ricordava l'ondata di speranza sollevata dall' annuncio della convocazione
degli Stati generali, nonché l'idea di giustizia popolare rintracciabile
lungo l'intera Rivoluzione: spunti lefebvriani anche questi. Del resto,
proprio a Lefebvre era dedicato il libro del '59 (la dedica è
omessa nell'edizione italiana). Vale altresi la pena di segnalare che
Lefebvre, in una delle sue ultime recensioni, fu prodigo di elogi per
The Crowd in the French Revolution.
Rudé riteneva che i sanculotti, considerati sotto il profilo
delle loro rivendicazioni economico-sociali, guardassero non al futuro,
ma al passato: essi "intervennero non già per rinnovare
la società e riloggiarla secondo un nuovo modello, ma per rivendicare
i diritti tradizionali", "per proteggersi contro l'invasione
capitalistica del 'mercato libero" e i principi di nuovo conio
della domanda e dell'offerta". Netta l'avversione al capitalismo,
come pensava anche Soboul. Eppure in quel momento, "nel contesto
delle lotte rivoluzionarie", il loro ruolo fu oggettivamente progressivo,
poiché essi si opposero risolutamente a qualsiasi ritorno dell'Antico
Regime e, in quest'ottica, fornirono alla borghesia l'appoggio di cui
essa aveva bisogno per trionfare. Ad onta del loro anticapitalismo,
dunque, fu proprio il capitalismo che essi favorirono. Sul piano politico,
poi, il loro ruolo fu "interamente progressivo": " avanguardia
della democrazia radicale" li definiva Rudé in The Crowd
in History.
Con la sua opera del '59 Rudé contribui a mostrare, come aveva
fatto Lefebvre e come andavano facendo Soboul e Cobb, che la Rivoluzione
francese al di là dei cliché borghese-capitalistico, era
qualcosa di molto, molto complicato, e che all'interno di essa gli elementi
non borghesi e non capitalistici avevano svolto una funzione fondamentale.
Rudé - lo abbiamo già ricordato - ha scritto anche un
libro su Robespierre, ed ha trattato, nel quadro di un solido manuale
(Revolutionary Europe, 1783-1815, 1964) della Rivoluzione francese nel
suo complesso. Ma l'originalità del suo apporto alla storiografia
rivoluzionaria consiste in The Crowd in the French Revolution. C'è
solo da rammaricarsi che egli, come tutti i suoi colleghi occidentali,
non abbia preso in considerazione le ricerche del russo E. V. Tane,
che in La ciasse operaia nelia Rivoluzionefrancese (1909), un libro
rimasto ai margini del dibattito storiografico essenzialmente per ragioni
linguistiche, aveva esaminato proprio alcune delle "giornate "
già prese in considerazione da Rudé, non senza proporre
interpretazioni diverse (in chiave più accentuatamente economica,
per esempio, interpreta-va Tane la giornata del Campo di Marte). Ciò,
comunque, nulla toglie all'importanza del libro di Rudé. E per
fortuna qualcuno, alieno da furori iconoclasti, lo giudica ancora "un
grande libro" (A. Farge, J. Revei, Logiquesde iafoule, 1988).