Luciano Guerci
Albert Soboul e la Rivoluzione Francese
L'albero della Rivoluzione
Le interpretazioni della Rivoluzione Francese
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci,
Editore Einaudi, Torino, 1989, pp. 579 - 587
Alla morte di Albert Soboul (1914-1982) aveva da tempo cessato di essere
egemone la tradizione "classica" o "progressista",
come egli stesso la definiva, della storiografia rivoluzionaria, quella
tradizione che andava "da Michelet a Lefebvre passando per Jaurès,
Aulard e Mathiez (quali che siano state le sfumature e le divergenze
tra questi uomini)", la sola che fosse portatrice, ha scritto più
volte, di un'istanza scientifica. Di tale tradizione Soboul si sentiva
erede e continuatore, e di essa prese strenuamente le difese quando,
a partire dagli anni sessanta (ma già nel 1955 c'era stato il
precedente di Alfred Cobban), una nuova storiografia, oggi correntemente
denominata "revisionista", cominciò un'opera di demolizione
che da allora è proseguita senza soste ed ha finito col rovinare
pressoché interamente un edificio dall'apparentemente incrollabile
solidità. Nel reagire ai colpi che piovevano sempre più
numerosi e vigorosi, Soboul non s'astenne dal ricorrere ad anatemi e
scomuniche. E il furore polemico (che del resto non era minore in certi
avversari) lo indusse a trattare da " figli ingrati o rinnegati
della "nostra madre comune" " Francois Furet e Denis
Richet, rei di aver respinto, nel loro libro del 1965-66 sulla Rivoluzione
francese, l'interpretazione della Rivoluzione in chiave borghese-capitalistica,
e di aver considerato l'anno 'i (l'anno dei Giacobini e dei sanculotti)
come una semplice parentesi all'interno del processo rivoluzionario.
Di fronte ai ripetuti successi dei " révisionnistes de tout
poil" (come ebbe sprezzantemente ad esprimersi nel 1980), Soboul
rifiutò qualsiasi dialogo, ripropose con monotona schematicità
l'immagine della Rivoluzione borghese-capitalistica, si arroccò
nel dogmatismo, finendo con l'assumere un atteggiamento da pontefice
marxista ridotto a gridare nel deserto o quasi. Fervida, assoluta, ininterrotta
fu la sua fedeltà ad una certa immagine della Rivoluzione, inimagine
stando alla quale la Rivoluzione era molte cose insieme: lotta antifeudale
e avvento della borghesia e del capitalismo, promessa di libertà
e di eguaglianza, speranza di redenzione per le classi oppresse, momento
decisivo della storia francese, evento di significato universale, prefigurazione
della rivoluzione russa del 1917. Tale immagine era venuta costruendosi
nell'alveo della tradizione democratico-socialista ed era stata rielaborata
dal Partito comunista francese, a partire dalla metà degli anni
trenta, con il ricorso a Marx e a Lenin, sia che essa era divenuta,
sia per chi l'accettava sia per chi la rifiutava, l'immagine marxista
della Rivoluzione. Thorez, segretario del Pcf, l'aveva presentata come
elemento di raccordo e d'intesa tra le forze antifasciste nel quadro
della politica di fronte popolare promossa nel 1935 dal VII Congresso
dell'Internazionale comunista, ed essa s'era via via consolidata. Se
il Pcf aveva valorizzato la Rivoluzione in blocco, speciale rilievo
aveva assegnato all'anno li e al giacobinismo. E, quest'ultimo, un punto
da tenere ben presente: perché l'interpretazione marxista-Pcf
si caratterizzava non meno per il significato borghese-capitalistico
attribuito alla Rivoluzione che per l'esaltazione del periodo giacobino,
esaltazione che da un lato si richiamava alla tradizione politico-storiografica
progressista (peraltro non unanime a questo proposito), dall'altro a
Lenin (ripreso da Mathiez nel famoso articolo Le boichevisme et le jacobinisme
del 1920), secondo il quale "i bolscevichi erano i giacobini della
rivoluzione proletaria". Proprio riferendosi a Lenin, Thorez, al
VII Congresso dell'Internazionale comunista, aveva rivendicato "in
nome della classe operaia.. l'eredità di audacia e di energia
rivoluzionaria dei giacobini", ed in seguito non avrebbe tralasciato
occasione per celebrare l'eroica fermezza dei "nostri grandi antenati
giacobini", con l'ovvio corollario della celebrazione - che divenne
un vero e proprio culto della personalità -di Robespierre. Cosf,
intorno alla Rivoluzione era venuta formandosi una fitta trama di implicazioni,
di rimandi, di equivalenze grazie alla quale l'atteggiamento verso la
Rivoluzione stessa fungeva da test di accettazione o meno di tutto un
sistema di valori quali il patriottismo, il marxismo (o meglio il marxismo-leninismo),
l'Urss. Agli occhi di Soboul, iscritto al Pcf fin dal 1932, era questo
sistema di valori che i revisionisti osavano attaccare con mano sacrilega.
Di qui le sue amarezze, i suoi sdegni, le sue collere, nonché
il suo continuo insistere sull'intenso investimento affettivo di cui
la Rivoluzione era oggetto per lui e che egli avrebbe voluto fosse di
tutti: il ricordo della Rivoluzione, scrisse, "ci esalta ancora";
la Rivoluzione, so-leva ripetere, non è terminata e non terminerà
mai. Un simile atteggiamento lo indusse a porsi il problema di diffondere
presso il pubblico dei non specialisti un'immagine che fosse garanzia
di verità e impedisse di cadere in distorsioni ed errori. Occorreva
soprattutto un manuale di storia rivoluzionaria scritto in una rigorosa
prospettiva marxista: Soboul cominciò nel 1948 con La Revolution
francaise (la cui seconda edizione, aumentata, è del 1951) e
approdò nel 1962 al Précis d'bistoire de la Revolution
francaise, che più volte ritoccò e ripubblicò,
e che a causa della morte non poté nelaborare come si proponeva
di fare e come aveva iniziato a fare (i pochi mutamenti che ebbe il
tempo di introdurre si possono leggere nell'edizione postuma del 1982).
La sua "preoccupazione pedagogica ", come l'ha chiamata Michel
Vovelle Tean Nicolas ha parlato di "autentica passione pedagogica
e divulgativa"), si espresse in un enorme quantità di scritti.
scritti, per la verità, spesso non eccelsi, e spesso adattamenti,
riassunti, ampliamenti l'uno dell'altro.
Il ritratto che abbiamo finora delineato è quello di un militante
e di uno storico dalle tetragone semplicistiche certezze, dall'indefettibile
ortodossia marxista-leninista. Ma Soboul fu davvero tutto qui? E fu
davvero soltanto lo storico fabbricatore di catechismi leninisti-populisti
quale è stato raffigurato da Francois Furet? In realtà
Soboul, pur rimanendo fedele ad una precisa scelta di campo ideologica,
politica e storiografica, non fu privo di fermenti anticonformisti.
Innanzitutto, si guardò bene dal mettere l'attività storiografica
al servizio della propaganda di partito, memore in ciò della
lezione del suo venerato maestro Georges Levebvre (il " père
Lefebvre ", come soleva chiamarlo); e se non nascose le sue convinzioni,
queste ebbero la funzione, nei momenti migliori, non di costringere
la ricerca in schemi prestabiliti, ma di stimolare l'approfondimento
problematico. Sappiamo inoltre che durante lo stalinismo del dopoguerra,
quando nel Pcf era d'uso lanciarsi in avventati paragoni tra passato
e presente, nonché infarcire scritti e discorsi di citazioni
tratte da Marx, Engels, Lenin e Stalin, egli mantenne una dignitosa
riservatezza, attirandosi anche, nel 1952, una solenne strigliata da
parte di Jean Poperen (oggi esponente di spicco del Partito socialista),
che per conto della direzione del Pcf gli rimproverò di non avere
abbastanza sottolineato, in La Revolution francaise del 1948-51, la
grandezza del ruolo storico dei Giacobini e di Robespierre. Nel saggio
Classer et lutter de classes sous la Revolution francaaise (i 954),
frutto delle ricerche che andava svolgendo, Soboul in parte accettò,
in parte respinse le critiche di Poperen, comunque non fece alcuna ritrattazione.
E qualche anno dopo, nel 1958, con la sua monumentale thèse sui
sanculotti dell'anno n (Les sans-culottes parisien: en l'an H. Mouvement
populaire et gouverne-ment révolutionnaire, 2 jujfl 1793-9 thermidor
an H), diede un'opera non precisamente ortodossa, direi anzi decisamente
revisionista nei confronti della versione del giacobinismo e di Robespierre
accreditata presso il Pcf.
Il libro è tuttora preziosissimo e degno d' ammirazione, ad onta
di critiche ingenerose e di frettolosi ostracismi che hanno coinvolto
l'intera produzione di Soboul, quasi che gli atteggiamenti di sempre
maggior chiusura da lui assunti autorizzassero a non distinguere tempi
diversi, e ben diversamente fecondi, nella sua carriera di studioso.
Certo è facile, più di trent'anni dopo, rilevare quel
che nel libro non c'è. Recentemente, per esempio, è stato
osservato che la Parigi di Soboul è " semplicemente un luogo",
una presenza "umbratile e inerte " (Andrews 1985). E vero;
ed èanche vero che la storia sociale praticata da Sobonì
può apparirci troppo timida nell'esplorazione di nuove strade.
Ma per render giustizia alla thèse sobouliana occorre considerare
non tanto ciò che in essa oggi avvertiamo non esserci, quanto
piuttosto l'arricchimento di conoscenze che essa permise di ottenere
in rapporto a ciò che non c'era, nella storiografia rivoluzionaria,
alla fine degli anni cinquanta. L'esigenza di far chiarezza intorno
alle masse popolari urbane - allora insufficientemente note nonostante
gli studi di Braesch e di Mathiez (per tacere di illustri precedenti,
da Michelet a Taine, che al popolo avevano assegnato, pur con giudizi
opposti, un ruolo di primo piano) - Soboul la condivideva con gli amici
Richard Cobb e George Rudé, ai quali si devono opere che, insieme
con quella del-lo stesso Soboul, si può dire abbiano fondato
la storiografia sui sanculotti. Tutt'e tre risentirono, sebbene in modi
e con esiti diversi, dell'influenza di Lefebvre. In Soboul questa influenza
si manifestava là dove egli, indicando motivazioni, fini e risultati
della sua ricerca, si riferiva agli studi sui contadini compiuti da
Lefebvre e affermava di aver voluto gettar luce su un altro " gruppo
sociale" importante, quello dei sanculotti; e riguardo ai sanculotti
le conclusioni cui giungeva erano simmetriche a quelle cui il maestro
era giunto riguardo ai contadini: "Come esiste, nel quadro della
Rivoluzione, una corrente contadina autonoma, cosf si è sviluppata
in essa una corrente sanculotta specifica". Specificità
di mentalità, di rivendicazioni, di obiettivi, di forme di lotta.
Ma chi erano i sanculotti? Rispondeva Soboul: "Una coalizione di
elementi socialmente disparati" che comprendeva sia piccoli artigiani
e commercianti sia lavoratori dipendenti. Al pari di Rudé e Cobb,
Soboul rifiutava dunque ogni assimilazione dei sanculotti al proletariato
di fabbrica, ancora nettamente minoritario. C'era però in Soboul
un'ambiguità, che non passò inosservata (la segnalarono
Cobb, Rudé, Palmer, Cobban), nell'uso del termine "sanculotti",
impiegato ora per designare l'insieme della piccola borghesia artigianale
e commerciale e dei lavoratori dipendenti (era questo un uso sociale
del termine), ora per designare (e questo era un uso politico) i militanti
che tra il 2 giugno 1793 e il 9 termidoro dell'anno n agirono sulla
base di orientamenti comuni (ostilità alla nobiltà e più
in generale all'aristocrazia del denaro, richiesta del maximum dei prezzi,
istanze egalitarie in fatto di proprietà ecc). Spesso non era
del tutto chiaro a chi Soboul di volta in volta alludesse nel parlare
di " sanculotti "; prevalentemente, però, alludeva
ai militanti, i quali non erano sempre d'estrazione popolare: infatti
c'erano tra essi "molti cittadini agiati". Non tanto le masse
erano alla ribalta nel libro di Soboul, quanto piuttosto l'élite
che ne formava l'avanguardia. Avversione al capitalismo aveva ravvisato
Lefebvre nei contadini, e identica avversione ravvisava Soboul nei sanculotti,
benché non dimenticasse di analizzare le tensioni e i contrasti
che ne minarono la coesione e ne indebolirono le capackà propositive
e operative. Il loro sogno, che evocava un mùico passato di eguaglianza
e benessere (come dirà anche Rudé), era quello di una
società di piccoli produttori indipendenti in cui a tutti fosse
garantito di che vivere decorosamente. Ma il loro anticapitalismo non
significava che fossero "reazionari": perché, ostili
com'erano ad ogni transazione con l'Antico Regime, diedero un contributo
essenziale al trionfo della borghesia e del capitalismo, quel capitalismo
destinato a scompaginarne le file e a ridurli con risultati diametralmente
opposti a quelli che avevano teso a conseguire - al rango di proletari.
Ecco dunque una rivoluzione borghese-capitalistica che rivelava, dopo
i contadini anticapitalisti di Lefebvre, i sanculotti anticapitalisti
di Soboul, gli uni e gli altri ausiliari solo in modo indi-retto ed
oggettivo di una classe e di un modo di produzione contrari ai loro
interessi. Era - bisogna riconoscerlo - una Rivoluzione ben strana quella
che la versione cosiddetta marxista presentava. Da essa veniva visto
emergere un capitalismo che nessuno voleva: non i contadini, non i sanculotti,
e nemmeno i Giacobini.
La seconda parte del libro era dedicata alla composizione sociale dei
sanculotti, alla loro mentalità, ai loro comportamenti, ai loro
obiettivi, alla loro vita quotidiana. L'animatissimo quadro che ne scaturiva
era ricco di scorci illuminanti e di suggestive indicazioni. Ma Soboul,
pur muovendosi in direzione della storia totale, s'atteneva ad una storia
sociale più accennata che veramente dispiegata: molto diversa,
comunque, da quella di cui nel 1958 forniva uno splendido esempio Louis
Chevalier in Classes laborieuses et classes aangereuses al Pas pendant
la premiere moitié du XIX siècle, libro che Lefebvre recensf
entusiasticamente e dove l'aggravarsi delle condizioni di vita dei lavoratori
era esaminato sotto molteplici aspetti (dalle abitazioni alle malattie
alla disoccupazione). V'è inoltre da notare che intervenendo
nel 1963 sul libro di Soboul, cui tributava molti elogi, Louis Bergeron
scriveva che, essendosi Soboul deliberatamente collocato "ai piani
nobili, quelli della mentalità collettiva, dell'ideologia e dell'azione
rivoluzionaria", era opportuno volgersi alla "massa dei sanculotti",
allo "sfondo": cosa che lo stesso Bergeron faceva trattando
dei problemi demografici, dei salariati, dei lavoratori a domicilio
ecc.
In realtà ciò che a Soboul principalmente interessava
era il configurarsi dei rapporti tra movimento popolare e governo rivoluzionario:
tema squisitamente politico, intorno al quale s'organizzava l'intero
volume. Un giorno Georges Lefebvre disse a Michel Vovelle, allora agli
esordi nel campo della ricerca storica: " Non fate come Soboul:
lui ha fatto l'ultima tesi di storia politica sulla Rivoluzione francese".
Era soltanto una boutade? O non era piuttosto un giudizio che individuava
con acutezza (e magari con voluta esagerazione) l'autentica sostanza
della theste sobouliana? The'se che va considerata di storia politica
aperta al sociale, com'è anche testimoniato dal fatto che le
pagine relative ai rapporti tra movimento popolare e governo rivoluzionario
hanno, quantitativamente, una schiacciante preponderanza. Era nel trattare
di questi rapporti che Soboul dava prova di quel revisionismo cui sopra
abbiamo accennato. Utilizzando un imponente apparato documentario vagliato
con acribia, egli metteva in evidenza l'escalation repressiva del governo
rivoluzionario nei confronti dei sanculotti dal frimaio dell'anno II
(novembre-dicembre 1793), quando Robespierre sconfessò la scristianizzazione
e promosse il decreto sulla centra-lizzazione, al 9 termidoro dell'anno
n (27 luglio 1794), data della caduta di Robespierre, con un intensificarsi
dell'attacco a partire dall'eliminazione degli hébertisti agli
inizi di germinale (fine marzo 1794). In questo quadro Robespierre appariva
come colui che s'era adoperato a frenare, addomesticare, disgregare
il movimento sanculotto, sf che egli stesso e i Giacobini finivano addirittura
con l'essere presentati come i precursori di Termidoro: sia nel senso
che avevano inaugurato una politica antisanculotta cui i termidoriani
avrebbero dato libero corso, sia nel senso che a causa di quella politica
s'erano privati dell'appoggio popolare ed avevano cosf contribuito a
scavarsi la fossa in cui di 1£ a poco sarebbero precipitati. "Il
dramma di germinale - scriveva Soboul - fu il prologo di termidoro "
(ma egli mostrava che le premesse di quel dramma esistevano da tempo);
esso "apn' la via che condusse la Rivoluzione alla tomba di termidoro
". Dopo un breve periodo di accordo (settembre-novembre 1793) -
accordo accettato dalla borghesia rivoluzionaria solo obtorto collo,
e solo in considerazione del fatto che c'era urgente bisogno dei sanculotti
per vincere la guerra -, tra borghesia rivoluzionaria e movimento popolare
cominciò una lotta sorda, finché si giunse, in germinale,
a un " divorzio irrimediabile". Si contrapponevano, tra l'altro,
due concezioni della democrazia: democrazia diretta per i sanculotti,
i quali pretendevano che la sovranità spettasse al popolo in
armi organizzato nelle sezioni; democrazia rappresentativa (e intanto,
in attesa di tempi migliori, dittatura della Convenzione e dei suoi
comitati) per i Giacobini. In tal modo Soboul mandava in frantumi il
cliché ortodosso (marxista-leninista/Pcf) dei Giacobini promotori
e leader di un blocco di forze democratiche; e il Robespierre traboccante
d'amore per il popolo diventava, come abbiamo visto, un antisanculotto
risoluto e coerente: l'esatto contrario, cioè, di quanto per
anni aveva proclamato il Pcf. E vero che Soboul sottolineava come il
contrasto fondamentale fosse non all'interno delle forze rivoluzionarie,
bensf tra forze rivoluzionarie ùel loro complesso da un lato,
e forze controrivoluzionarie dall'altro. Resta però il fatto
che nelle pagine della thèse il rilievo maggiore lo acquistava
il conflitto tra sanculotti e Giacobini. Se su questo punto alcuni recensori
comunisti non mancarono di avanzare riserve, il libro di Soboul fu dal
Pcf digerito. Per molto meno Soboul aveva dovuto subire, nel 1952, la
reprimenda di Poperen. Ma ora la situazione era diversa: il rapporto
Chruscév del 1956 aveva aperto qualche crepa persino nel pesante
dogmatismo di un partito cosi poco incline a rinnovarsi come il Pci,
si che nessun fulmine fu scagliato contro l'interpretazione di Soboul,
Con la precauzione, comunque, di tacerne completamente la stretta affinità
con quella proposta nel 1946 dal pericoloso eretico Daniel Guérin,
il quale, in un libro di clamorosa risonanza dove si combinavano luxemburghismo,
trotzkismo e molte altre cose ancora (La lutte des classes sous Premiére
Républìque), aveva presentato i rapporti tra sanculotti
e governo rivoluzionario in termini sorprendentemente simili a quelli
in cui li presentava Soboul, e aveva parlato - come faceva Soboul -
di un Robespierre precursore di Termidoro.
Ce n'è abbastanza per dire che proprio Soboul, al quale è
stato rimproverato un cieco partito preso filogiacobino, smantellava
impietosamente, nel suo libro del '58, la leggenda aurea giacobina e
robespierrista: tanto im-pietosamente che Lefebvre, recensendo il libro
nel 1959, avverti il bisogno di smussare certe angolosità filosanculotte
del suo allievo ed espresse perplessità su taluni punti, dando
addirittura l'impressione di prendere le distanze - pur tra riconoscimenti
ed elogi - dall'interpretazione sobouliana nel suo insieme. Vale la
pena di ricordare che se Soboul sottolineava con forza l'atteggiamento
antisanculotto di Robespierre, non ne sminuiva però il ruolo
storico di difensore della Rivoluzione e della Francia. Guardando soprattutto
a tale ruolo poté, in altri scritti, dare di Robespierre un giudizio
ampiamente positivo, sino a giungere a lodare, nello stesso 1958, la
biografia-panegirico dell'Jncorruttiblle scritta da Jean Massin. Forse
agi anche la volontà di non rompere con il filorobespierrismo
della storiografia "classica", alla quale si sentiva profondamente
legato, e del Pcf, che filo-robespierrista era stato e filorobespierrista
rimaneva nonostante la presti-giosa thèse di uno dei suoi membri.
Sta di fatto che dopo il 18 l'atteggiamento di Soboul verso Robespierre
andò assestan4osi in una specie di filorobespierrismo critico
di stampo lefebvriano. E quanto si ricava, per esempio, dal Précis
d'histoire de la Révolution francaise (1962), dove si evitava
di insistere su Robespierre quale precursore di Termidoro e dove lo
stesso conflitto tra movimento popolare e governo rivoluzionario appariva
sotto una luce meno cruda, anche perché inserito in un quadro
complessivo pesantemente condizionato dall'interpretazione della Rivoluzione
francese in chiave di rivoluzione borghese-capitalistica.
Immensa fu la produzione soboaliana relativa alla Rivoluzione francese,
ed in essa esistono senza dubbio - oltre al libro sui sanculotti - scritti
notevoli: come la monografia Les campagnes montpelliéraines a
lafin de l'Ancien Régime (1958), dove si studiava con scrupolosa
analiticità la ripartizione della proprietà fondiaria
(un tema caro a Lefebvre), o come i saggi dedicati a vari aspetti del
mondo contadino. Scritti, questi, che testimoniano della "posizione
centrale " che Soboul, legato per ascendenze familiari alla Linguadoca
rurale, attribuiva alla "questione contadina" nella Rivoluzione
francese (la sua prospettiva era la stessa di Lefebvre: tendenze anticapitalistiche
della paysanne~e, ma convergenza di fatto con la borghesia nella lotta
contro l'Antico Regime) Ricordiamo anche il saggio Sentiment re/igieux
et cultes populaires: saintes patriotes et marrs de la libertév
che riproponeva con efficacia il problema delle origim dei culti rivoluzionari.
Tuttavia la sola opera di Soboal veramente innovatrice e destinata a
rimanere tra i classici della storiografia rivoluzionaria è quella
sui sanculotti dell'anno II; opera in cui egli riuscf a combinare il
massimo di rigore scientifico con il minimo di schematismo marxista,
il che valse ad attirargli consensi anche da parte di chi marxista non
era (fece eccezione, significativamente, Alfred Cobban, il padre della
storiografia revisionista). Dopo il 1958 troppe volte si contentò
di ripetere se stesso e di scrivere saggi ed articoli di seconda mano,
non peritandosi neppure di appropriarsi, nel suo febbrile e torrenziale
comporre, di passi e pagine di altri autori. Quando poi, a partire dalla
seconda metà degli anni sessanta, si sentf investito della missione
di bandire crociate antirevisioniste, lo schematismo marxista prese
il sopravvento, inducendolo da un lato a celebrare la Rivoluzione francese
con ossessiva, pedante ripetitivita, dall'altro ad insistere nel considerarla
alla luce delle due vie della transizione dal feudalesimo al capitalismo
di cui aveva parlato Marx nel libro II del Capitale: la "via veramente
rivoluzionaria" ("distruzione totale - per dirla con Soboul
- dell'antico sistema economico e sociale") e la "via del
compromesso" ("salvaguardia di vasti settori dell'antico modo
di produzione in seno alla nuova società capitalistica").
La Rivoluzione francese si configurava come paradigma della prima, come
"tipo classico" di rivoluzione borghese. Ma dopo il 1973 Soboul
fu sempre più incline a vedere nella Rivoluzione francese non
un modello, bensf un processo con tratti specifici, una delle molte
vie possibili di transizione al capitalismo. A questo ripensamento contribuf
l'opera - pubblicata appunto nel 1973 - dello storico sovietico Anatolij
Ado sul movimento contadino durante la Rivoluzione francese. Ado sosteneva
che se soggettivamente i contadini erano ostili al capitalismo, oggettivamente
le loro tendenze egalitarie erano tali da delineare, qualora si fossero
concretate, una specifica via al capitalismo avente il suo punto di
partenza proprio nella piccola e media proprietà. Suggestionato
da questa tesi (o ipotesi che dir si voglia), Soboul accennò
anche a trasferirla ai sanculotti (ricollegandosi a idee che già
gli si erano affacciate alla mente sin dagli anni cinquanta e che in
seguito aveva lasciato cadere), ma non s'impegnò in una riflessione
approfondita in tal senso. Certo è che ribadendo ad ogni piè
sospinto e con frasi tranchantes il significato borghese-capitalistico
della Rivoluzione (per esempio. la Rivoluzione " si spiega in ultima
analisi con la contraddizione tra i rapporti di produzione e il carattere
delle forze produttive"; "la borghesia reclamava .. la libertà
economica, quella dell'im-presa e del profitto"; " il capitalismo
esigeva la libertà, perché ne aveva bisogno per assicurare
il suo slancio"), Soboul venne sempre più atteggiandosi,
sebbene sfumature e cautele siano rintracciabili anche nelle sue pagine
più grige (scrisse ad esempio che la Rivoluzione aveva "aperto
la via" al capitalismo, non che l'aveva instaurato, né gli
mancò la consapevolezza di come lo sviluppo del capitalismo in
Francia fosse stato lento e impacciato), a oracoleggiante ripetitore
di formule desuete. Come tale lo attaccarono gli avversari. Ma il Soboul
che continuerà a contare non è il pontefice marxista degli
ultimi anni: è quello, spregiudicato e a suo modo revisioni-sta,
degli anni cinquanta e del libro sui sanculotti. Dimenticare questa
sua felice stagione non è né giusto né utile.