Regina Pozzi
Hippolyte Taine e la Rivoluzione Francese
L'albero della Rivoluzione
Le interpretazioni della Rivoluzione Francese
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci,
Editore Einaudi, Torino, 1989, pp. 607 - 619
Le OHgines de la France contemporaine di Hyppolite Taine (1828-1893),
monumentale opera in sei volumi (1875-93) la cui redazione ha occupato
gli ultimi vent'anni di vita dell'autore, rappresentano il suo fondamentale
contributo alla storiografia d~a Rivoluzione francese. Allorché
cominciò a scrivere le Originer Taine aveva già dietro
di sé una lunga carriera di filosofo, di critico letterario e
di critico d'arte, di saggista, ma non s'era mai dedicato specificamente
agli studi storici (circostanza che non hanno mancato di rilevare i
suoi critici, soprattutto i detrattori). Aveva però formulato,
in diverse circostanze, delle idee piuttosto precise in fatto di teorie
storiografiche. Se nell'Essai sur Tite Live (1856), egli aveva sostenuto
che la storia è al tempo stesso scienza ed arte, che "l'immaginazione,
come la scienza, è al servizio della storia", nelle due
successive prefazioni agli Ersais de critique et d'bistoire, rispettivamente
del 1857 e del 1866, e soprattutto nell'introduzione all'Histoire de
la litterature anglaise, del 1863, egli aveva affermato che la storia
di qualsiasi attività umana si regola secondo leggi altrettanto
rigorose da cui dipendono i fenomeni naturali. Nell'introduzione all'Histoire
de la littérature anglaise individuava le tre forze primordiali
da cui dipende la storia di ogni civiltà nei tre celebri fattori
tanto discutibili e tanto discussi - della razza, dell'ambiente e del
momento; ma, più in generale, egli aveva in ogni occasione sostenuto
che "le cose morali hanno, come le cose fisiche, delle dipendenze
e delle condizioni" e aveva additato come modello scientifico quello
delle scienze naturali. "Non ho mai preteso - scriveva in una lettera
a Ernest Havet del 1864 -che vi fossero nella storia e nelle scienze
morali dei teoremi analoghi a quelli della geometria; la storia non
è una scienza analoga alla geometria, ma alla fisiologia e alla
geologia " (altrove dice " alla fisiologia e alla chimica
"). Come vi sono rapporti fissi, ma non misurabili quantitativamente,
tra gli organi e le funzioni di un corpo vivente, cosi' vi sono rapporti
precisi ma non suscettibili di valutazione numerica, tra i gruppi difatti
che compongono la vita sociale e morale". Più avanti, alla
fine del 1873, quando egli era ormai intento a redigere il primo volume
delle Origines, al momento della sua prima candidatura all'Académie
francaise, egli avrebbe ancora ricordato al suo patrono Francois Guizot
che le prefazioni racchiudevano "l'esposizione completa delle sue
idee sulle connessioni morali e storiche", rivendicando al tempo
stesso di non aver mai fatto altro, in tutta la sua attività
intellettuale, che "della psicologia pura e della psicologia applicata
alla storia".
La dichiarata ambizione di Taine d'introdurre nelle scienze umane il
rigore e la precisione delle scienze esatte è il primo dato da
tener presente nella valutazione delle Orìgines de la France
contemporaine. Il secondo dato, connesso al primo, è l'altrettanto
dichiarata volontà di studiare il suo oggetto imparzialmente,
di restare al di sopra delle parti, la convinzione che sempre egli ebbe
che fosse errato scegliere un partito, in politica, secondo le proprie
passioni, senza aver studiato scientificamente tutti i dati della realtà.
"Nel 1849 - così egli inizia la prefazione al volume dell'Ancien
régime -' avendo ventun anni, ero elettore e nel più grande
imbarazzo; giacché dovevo nominare quindici o venti deputati,
e in più, secondo l'uso francese, dovevo non soltanto scegliere
gli uomini, ma optare tra delle teorie. Mi veniva proposto d'essere
monarchico o repubblicano, democratico o conservatore, socialista o
bonapartista: io non ero niente di tutto ciò, anzi non ero niente
del tutto, e talora invidiavo tanta gente convinta che aveva la fortuna
d'essere qualcosa. Dopo aver ascoltato le diverse dottrine, riconobbi
che c'era senza dubbio una lacuna nella mia mente. Motivi validi per
altri non potevano esserlo per me; non potevo capire che in politica
ci si potesse decidere secondo le proprie preferenze". Ancora nella
prefazione del 1881 al secondo volume della Revolution, La Con quéte
jacobine, egli avrebbe scritto di non aver principi in politica e che,
se aveva intrapreso il suo libro, era per cercarne qualcuno. Coniugando
questa sua convinzione di apoliticità al suo ferreo scientismo,
egli poteva in buona fede, accingendosi a studiare la recente storia
della Francia, ritenere di farlo col metodo rigoroso che aveva tante
volte auspicato. "Antico Regime, Rivoluzione, Regime nuovo - ancora
scriveva all'inizio dell'Ancien régime -' cercherò di
descrivere con esattezza questi tre stati. Oso dichiarare qui che non
ho altro scopo; sarà permesso a uno storico di agire da naturalista.
Stavo dinanzi al mio soggetto come dinanzi alle metamorfosi di un insetto".
Non contrasta d'altra parte con queste convinzioni la dedizione appassionata
con la quale Taine, dopo la disastrosa guerra del 1870 e la non meno
sconvolgente esperienza della Comune, devia il corso degli studi che
aveva fino allora seguito e decide d'intraprendere uno studio della
Francia contemporanea, dando avvio a un progetto che si dilaterà
man mano fino a comprendere sei volumi (L 'Ancien régime, 1875;
La Rei' olution, che comprende tre volumi, L 'Anarchie, 1878, La Con
quéte jacobine, 1881, Le Couvernement réi'olutionnaire,
1885; Le Régime moderne, in due volumi, il primo uscito nel 1890,
il secondo, incompiuto, uscito postumo nel 1893). Come scrive, sempre
nella prefazione dell'Ancien regime, egli è convinto che "la
forma sociale e politica in cui un popolo può entrare e restare
non è abbandonata al suo arbitrio, ma è determinata dal
suo carattere e dal suo passato". " Per questo - aggiunge
- se arriveremo a trovare la nostra, sarà soltanto studiando
noi stessi, e pi'i sapremo precisamente ciò che siamo, più
individueremo con sicurezza ciò che fa per noi". Passione
civica e fiducia scientista sono qui congiunte nel dettare a Taine il
canovaccio stesso delle Orìgines. Né è d'altra
parte del tutto vero - come potrebbe esserlo? - che egli sia arrivato
ben oltre la soglia della maturità senza aver aderito a qualche
principio politico. Se ufficialmente ha mantenuto il silenzio, negli
anni del Secondo Impero le sue simpatie vanno a un liberalismo all'inglese,
solidamente fondato sulle libertà locali e fortemente limitativo
del potere centrale, il cui tessuto connettivo è dato dalla religione
protestante, Ma le Notes personne/les, in cui egli esprime nel 1862
quest'ideale, rivelano anche quanto esso gli sembri incompatibile con
l'eccessiva centralizzazione e col cattolicesimo della Francia. E dunque,
questa la conclusione del 1862, tanto vale applicare le proprie forze
alla scienza pura, alle "grandi idee disinteressate ed universali".
Diverso, come s'è già intravvisto, l'atteggiamento successivo
al 1870. Si direbbe che in questo caso l'immensità stessa del
disastro sembri lasciar spazio all'intervento dello scienziato; che
si verifichino le condizioni che Taine aveva descritto nella prefazione
del 1866 agli Essais de critique ed d'histoire, allorché la scoperta
della concatenazione delle cause e degli effetti nel mondo morale gli
era parsa in grado di accrescere il potere dell'umanità sul proprio
destino, in quanto l'intervento della mano dell'uomo su una ruota anche
piccola dell'ingranaggio, sapientemente diretto, avrebbe potuto introdurre
un cambiamento enorme nel gioco complessivo del grande meccanismo.
Da questo singolare impasto di convinzioni scientifiche e di atteggiamenti
mentali sono nate le Orìgines de la France contemporaine. Resta
da dire che, dal punto di vista storiografico, esse hanno come necessario
antecedente L 'Ancien Regime et la Révolution di Tocqueville.
L'opera tocquevilliana non solo le Origines riprendono il piano rimasto
in-compiuto - a partire dal vecchio regime e attraverso le vicende della
Rivoluzione, arrivare allo studio della società nuova, per vedere
in che cosa essa differisca dall'antica, in che cosa invece le assomigli,
- ma adottano interamente la categoria storiografica della continuità.
In Taine, come in Tocqueville, la Rivoluzione e la società che
essa ha prodotto rappresentano non la rottura con l'Antico Regime, ma
il suo compimento e la rivelazione delle sue tendenze più profonde.
La suggestione di Tocqueville è partic~armente evidente nel primo
volume delle Origines, L'Ancien régime. Sulla scorta della sua
intuizione, Taine mostra come l'opera di centralizzazione portata avanti
dalla monarchia francese avesse già distrutto, molto prima che
intervenisse la livella rivoluzionaria, tutti i centri naturali di aggregazione
(i cosiddetti "corpi intermedi"), che nelle società
tradizionali avevano ovunque costituito una barriera allo strapotere
dello Stato. "A ciò conduce la centralizzazione monarchica.
Essa ha levato ai gruppi la loro consistenza e all'individuo la sua
energia. Resta una polvere umana che turbina e che, con forza irresistibile,
rotolerà tutta in una sola massa, sotto lo sforzo cieco del vento".
L'accentramento ha impedito l'evoluzione conosciuta altrove, in Inghilterra,
in Germania, dall'antica nobiltà militare, la quale ha saputo
trasformarsi nei quadri dirigenti della società civile. In Francia,
come un albero distaccato dalle sue radici, essa ha perso ogni funzione
naturale, mantenendo dei privilegi che apparivano tanto più pesanti
in quanto avevan smesso di corrispondere a dei poteri. E questo mentre
la condizione dei contadini, dallo storico descritta con grande efficacia,
continuava ad aggravarsi e i suoi pesi anzi aumentavano man mano che
essi, secondo il fenomeno già segnalato da Tocqueville, accedevano
alla proprietà della terra.
In questa situazione esplosiva, Taine introduce un elemento destinato
ad agire da detonatore, e che costituisce, dal punto di vista storiografico,
il suo apporto più originale, anche se non mancano neppure qui
spunti tocquevilliani (ma già, al di là di questi, burkiani),
E anche questo un elemento di continuità tra vecchio e nuovo
regime, e si basa sulla funesta congiunzione dell'astrattezza ed uniformità
formali della cultura francese del Grand siècle (studiata in
precedenza da Taine in alcuni importanti saggi) con i procedimenti matematizzanti
della cultura delle Lumierer. Il risultato è quello che lo storico,
in tutto il corso delle Origines, chiama "lo spirito classico",
che trova il suo monumento più alto nel Contrat sociale poi nelle
applicazioni che ne faranno i rivoluzionari. Esso consiste, in ogni
circostanza, nell'" estrarre, circoscrivere, isolare alcune nozioni
molto semplici e generali; poi, abbandonando l'esperienza, nel confrontarle,
combinarle e, dal composto artificiale cosf ottenuto, dedurre col puro
ragionamento tutte le conseguenze in esso racchiuse". Nella dottrina
politica, consiste nell'eliminare, nella considerazione degli uomini,
ogni differenza di tempi e di luoghi, per non considerare che l'uomo
in sé, uguale in ogni tempo e in ogni luogo: giacché è
tra " esseri perfettamente eguali e perfettamente liberi, esseri
astratti, specie di unità matematiche, tutte dello stesso valore,
tutte con lo stesso ruolo, e le cui convenzioni non vengono turbate
da nes
suna diseguaglianza o costrizione", che si costituisce il contratto
rousseauiano. E una dottrina che ha una doppia faccia: da una parte,
eliminando tutte le situazioni acquisite storicamente, conduce alla
demolizione perpetua del governo; dall'altra parte, fondando il potere
sulla sovranità degli individui, fa dello Stato il solo rappresentante
della ragione e sfocia nella sua illimitata dittatura. "In ciò
l'antico regime conduce al nuovo, e la pratica consolidata fa anticipatamente
tendere le menti verso la nascente teoria". Centralizzazione monarchica
e teoria politica si alleano per preparare l'esperimento giacobino e
il nuovo regime che ne sarà il risultato.
Il quadro che così Taine traccia dell'Antico Regime porta a concludere
che nessuna forza avrebbe potuto salvarlo. Nella dissoluzione di ogni
autorità morale, due soli poteri restavano in piedi: da una parte
la forza brutale pronta a mettersi al servizio del dogma radicale, dall'altra
il dogma radicale pronto a mettersi al servizio della forza brutale.
Non solo: il successivo destino della Francia sembra già tutto
iscritto nell'agonia del vecchio mondo. " Nell'istante in cui s'aprono
gli Stati generali, il corso delle idee e degli eventi è non
solo determanato, ma anche visibile. In anticipo e a sua insaputa, ogni
generazione porta in se stessa il suo avvenire e la sua storia; a questa,
ben prima dell'esito, si sarebbero potuti annunciare i suoi destini".
Il compito dello storico, in questa prospettiva di desolato determinismo,
sembra essere soltanto quello di descrivere il corso di eventi già
tutti iscritti nella necessità; non appare chiaro come possa
realizzarsi il magistero civile dello scienziato, che Taine ha sicuramente
assunto come dovere suo specifico, allorché ha deciso d'intraprendere
la sua opera monumentale.
E questo un problema di fondo, che resterà irrisolto nelle Origines,
e su cui non mancherà di scatenarsi la critica. Ricordiamo tuttavia
quanto aveva affermato Taine nella prefazione degli Essais de critique
et d'estoire, che, cioè, spesso un leggero intervento sul moto
di una rotellina può modificare, ampliando i suoi effetti, il
funzionamento della macchina. Nel corso delle Origines egli darà
via via delle indicazioni su quello che avrebbe potuto essere un diverso
sviluppo degli eventi, se si fosse intervenuti al momento giusto con
orientamenti e scelte diversi da quelli che hanno prevalso. Mano a mano,
anzi, quest'atteggiamento dello storico si farà più evidente,
e retrospettivamente l'Antico Regime, descritto con tanta crudezza nel
primo volume, finirà per apparire come passibile di riforme,
tali che avrebbero impedito l'immane disastro, purché si fossero
imposte convmzioni politiche diverse da quelle diffusesi con lo "spirito
classico". Già nel pnmo volume dell'Ancien régime,
e poi ripetutamente nei volumi successivi espone queste convinzioni,
che costituiscono un corpo coerente, seppur non facile da riassumere.
Da una parte, in linea con le sue posizioni precedenti, egli appare
fautore di una concezione liberale assai stretta circa i poteri e i
limiti dello Stato, cui spetta di assicurare l'ordine e la garanzia
delle libertà individuali, senza intervenire in nessun campo
ove meglio può esplicarsi l'iniziativa privata, soprattutto in
un regime che favorisca qualsiasi tipo di associazione tra singoli.
Dall'altra parte, in un amalgama inscindibile con questa posizione,
egli appare ora schierato nel campo dei tradizionalisti, di cui assume
alcune delle idee più significative, Quasi ossessive ritornano,
nel corso delle Orz'gines, due metafore riferentesi alla società:
quella dell'albero e quella della casa. Entrambe vogliono esprimere
la solidarietà tra tutti i suoi membri, non soltanto nel presente,
ma nella continuità fra le generazioni, a descrivere la quale
lo storico trova termini che preannunciano Barrès. A'lcune delle
sue formule potrebbero essere assunte ad epigrafe del tradizionalismo
stesso. "Il pregiudizio ereditario - Taine afferma - è una
sorta di ragione che s'ignora". Non solo: "ciò che
ne corona la legittimazione, èche, per diventare efficace, la
ragione stessa deve prender a prestito la sua forma. Una dottrina non
diventa attiva se non diventando cieca". Il fatto è che,
in contrasto con l'antropologia ottituistica sottesa alla teoria politica
del Contrat socia!, Taine, che mette qui a profitto il suo interesse
di lunga data per una psicologia basata sui dati delle ricerche fisiologiche,
è invece profondamente pessimista circa la natura razionale dell'uomo,
"Quel che nell'uomo chiamiamo ragione non è un dono innato,
primitivo e persistente, ma un'acquisizione tardiva e un composto fragile".
E "tanto la ragione è zoppicante nell'uomo, tanto essa è
rara nell'umanità". Di qui la sua convinzione che, per condursi,
ogni associazione umana abbia bisogno di capi "naturali",
e che, storicamente, questi siano dati da una lunga opera di filtraggio
e selezione produttrice di élite.
Questi motivi, variamente orchestrati, tornano nei tre volumi dedicati
alla Révolution. Non si può dire - come fu detto via via
che i volumi uscivano - che Taine abbia cambiato la sua visione storica
di fondo. Solo che ora, grazie al cambiamento dell'angolo di visuale,
l'immagine dell'Antico Regime appare come capovolta rispetto a quella
che era stata tratteggiata nel primo volume delle Originer; Nell'Anarchie
Taine valuta che dùe fossero le riforme di cui la Francia abbisognava
nel 1789 e che il suo tessuto politico-sociale sarebbe stato in grado
di sopportare, l'abolizione dei privilegi da una parte, l'introduzione
di un controllo sulla monarchia dall'altra. Non solo il re e i privilegiati
sarebbero stati disposti ad accettare tali riforme, ma esisteva anche
la classe dirigente in grado di condurle in porto. " Innanzitutto
gli intendenti e i comandanti mIlitari di ogni provincia; poi i prelati
amministratori di grandi diocesi, i parlamentari che, nell'ambito delle
loro corti, avevano, oltre al potere giudiziario, una parte del potere
amministrativo; infine i principali membri delle assemblee provinciali,
tutte persone di buon senso e di peso, che avevano maneggiato gli uomini
e gli affari, quasi tutti umani, liberali, moderati, capaci di capire
la difficoltà cosi come la necessità di una grande riforma":
questi i conduttori naturali della Francia, che, man mano che Taine
avanza tra il personale rivoluzionario e sempre più vede affiorare,
alla guida del paese, la "feccia" della società, gli
appaiono forniti di qualità e capacità che non aveva riconosciuto
loro nell'Ancien régime. Questi gli uomini che nell'89 avrebbero
potuto riformare la Francia, secondo un modello all'inglese che continua
ad affascinare Taine; e con loro, l'esiguo numero degli uomini della
Costituente militanti nel partito anglofilo, nella prospettiva che era
stata già cara a Madame de Staèl.
Ma la Francia ha proceduto diversamente. Con un atto di automutilazione
che non ha l'eguale nella storia, essa ha ellininato le sue élite
naturali ha tagliato, dice Taine, gli alberi secolari, i più
belli e preziosi della foresta e ha chiamato a governarla, con una tendenza
alla degradazione sempre più accentuata, la "feccia",
la "canaglia antisociale". "Il rovesciamento è
completo: sottoposta al governo rivoluzionario, la Francia somiglia
a una creatura umana che fosse costretta a camminare sulla testa e a
pensare con i piedi". Anziché procedere ad un'analisi fattiva
delle situazioni concrete, l'Assemblea Nazionale - per parlare solo
della prima delle assemblee rivoluzionarie, quella che ha gettato le
basi della nuova Francia s'è abbandonata al verbalismo più
astratto, "come in una conferenza di scolari di retorica che si
esercitano, o in una società di vecchi letterati che si divertono".
Applicando per la prima volta nella storia le teorie dello spirito classico,
l'Assemblea Nazionale ha distrutto tutti i legami naturali o acquisiti
con i quali la geografia, il clima, la storia, la professione univano
gli uomini; ha soppresso le antiche province, i parlamenti, le corporazioni;
ha disperso i gruppi più spontanei, quelli formati dalla natura
o dalla storia. "Proclamato dall'Assemblea costituente, il principio
astratto ha rivelato gradualmente la sua virtù sterminatrice.
Grazie ad esso, non vi sono più in Francia che individui dispersi,
impotenti, effimeri: in faccia a loro, il corpo unico e permanente che
ha divorato tutti gli altri, lo Stato, vero colosso, unico rimasto in
piedi in mezzo a tutti questi nani meschini".
Il rovesciamento di giudizio non potrebbe essere più completo,
rispetto a tutta una tradizione storiografica che, variamente divisa
sul prosieguo degli avvenimenti, aveva però valutato positivamente
l'opera dell'Assemblea costituente; rispetto anche al saggio tocquevilliano
del 1856, che aveva visto nella politica di decentramento perseguita
nei primi anni della Rivoluzione il lodevole tentativo, vanificato dagli
sviluppi successivi, di coniugare eguaglianza e libertà. La novità
storiografica delle Orìgines apparirà ancora meglio, allorché
se ne esamini la struttura compositiva.
Saltati a piè pari tutti gli avvenimenti che si collocano tra
la riunione degli Stati generali e la presa della Bastiglia, l'Anarchie
si apre col quadro delle sollevazioni dell'estate 1789, nella capitale
e nelle province. Taine procede per accumulo di episodi secondo il criterio
che aveva espresso nel 1870 nella prefazione dell'Intelligence ("piccoli
fatti ben scelti, importanti, significativi, ampiamente circostanziati
e minuziosamente annotati, questa è oggi la materia di qualsiasi
scienza"): ma, separati dal contesto politico generale, gli innumerevoli
fatti di violenza, che egli minutamente registra, non possono che portare
alla conclusione che dà il titolo stesso al volume. Fin dall'estate
1789 la Francia è rientrata nell'anarchia primigenia. "Di
fatto, non c'era piu governo; tutto l'edificio artificiale della società
umana sprofondava; si rientrava nello stato di natura. Non era una rivoluzione,
ma una disso/uzione". Stesso procedimento Taine continua a seguire
nei successivi volumi della Rei' olution. Dirà, nella prefazione
alla Conquéte iacobine, di aver voluto fare unicamente "la
storia dei poteri pubblici", mentre altri avrebbero potuto fare
la storia della diplomazia, della guerra, delle finanze, della Chiesa:
in effetti è completamente assente dalla sua narrazione qualsiasi
accenno alla guerra esterna, alla situazione economica e finanziaria
interna, a tutto quello che gli storici precedenti avevano compreso
nel termine di "circostanze". Taine è ben consapevole
della provocatorietà della sua posizione. "Questo volume,
come i precedenti - scrive nella prefazione al Gouvernement revolutionnair
-' è scritto unicamente per i cultori della zoologia morale,
per i naturalisti dello spirito, per i ricercatori di verità,
di testi e di prove, per loro soltanto, e non per il pubblico, che sulla
Rivoluzione ha il suo partito preso, la sua opinione ben fatta. Quest'opinione
ha cominciato a formarsi tra il 1825 e il 1830, dopo il ritiro o la
morte dei testimoni oculari: una volta scomparsi costoro, si è
potuto persuadere il buon pubblico che i coccodrilli erano dei filantropi,
che parecchi tra loro avevano genio, che non hanno mangiato altro che
colpevoli, e che, se talvolta hanno troppo mangiato, è stato
a loro insaputa, loro malgrado, o per dedizione, sacrificio di se stessi
al bene comune".
Ma la dichiarata volontà scientifica di Hippolyte Taine non si
risolve-va cosf anch'essa nella più scoperta presa di posizione?
L'eliminazione delle "circostanze " spazzava certo via di
un colpo tutto il giustificazionismo di cui la tradizione storiografica
ottocentesca aveva ricoperto la violenza rivoluzionaria. Ma tutta la
dinamica della Rivoluzione ne usciva deformata e stravolta, inspiegata
ed inspiegabile. "E - avrebbe commentato Charles Seignobos - come
la pittura di un duello in cui si fosse cancellato uno dei due contendenti,
ciò che dà all'altro l'aspetto di un pazzo".
È in effetti nei termini della follia che Taine spiega tutto
il processo rivoluzionario. Sappiamo già che per lui la ragione
è nell'uomo un'acquisizione tardiva e fragile, e che, dietro
l'uomo incivilito, è sempre pronta a riapparire - è evidente
la suggestione darwiniana - "la scimmia che fa boccacce, sanguinaria
e lubrica, che uccide sghignazzando e saltella sui guasti prodotti".
E quello che avviene nella decomposizione sociale che ha luogo con la
Rivoluzione. E questo il milieu in cui, come funghi in un terreno che
fermenta, nascono i capi rivoluzionari, i Giacobini in particolare,
la cui psicologia Taine descrive, in lunghe pagine, con termini clinici
tratti dalle sue antiche frequentazioni delle pazze della Salpetnère.
È questo so prattutto il milieu in cui si scatenano le folle
rivoluzionarie, dallo storico descritte con tratti magistrali, che avrebbero
ispirato tutta una generazione di studiosi della follia criminale, da
Tarde a Le Bon, a Lombroso in Jtaha. Giacché, al di là
della loro composizione sociologica, che Taine vede della peggior specie
- prevalentemente prostitute, ruffiani, mendicanti, l'infima "populace
", la feccia e il fango che vengono a galla nel sommovimento generale
-, è sua un'intuizione scientificamente feconda per una sociologia
delle folle: quella secondo cui esse agiscono a un livello morale molto
pin basso di quello degli individui che le compongono; secondo cui non
solo il bruto, ma anche il contadino, l'operaio, il borghese, "pacificati
e domati da un incivillmento antico", ritornano sotto la tensione
cui è sottoposta la loro macchina nervosa nei moti di folla,
allo stadio del barbaro e dell'animale primitivo.
Visione indubbiamente deformata quella che Taine ha della storia rivoluzionaria.
Ma essa gli suggerisce alineno un'altra intuizione storiografica-mente
assai suggestiva. Al di là del linguaggio giacobino, che egli
rifiuta di accettare per buono, perché le declamazioni del Contrat
sociai non permettono di cogliere le esigenze della Francia reale, perché
esso è "una scolastica da pedanti spacciata con un'enfasi
da energumeni", lo storico coglie le modalità e le fasi
attraverso le quali una minoranza rivoluzionaria attiva s'impadronisce
della volontà di una maggioranza incapace di reagire, presentandosi
come l'espressione della volontà generale e non tollerando alcun
dissenso. Nei singoli hanno certamente agito ragioni di ambizione e
di brama di potere; ma, da un punto di vista generale, è nella
stessa teoria del Contrar socialla fonte di questo moderno dispotismo.
"ll vero cittadino cosi Taine espone la dottrina giacobina - è
quello che cammina con noi. Egli non inclina mai a sàiistra verso
l'esagerazione, né a destra verso l'indulgenza; senza precipitazione
né lentezza, cammina sul sentiero stretto, scosceso, rettilineo
che gli abbiamo tracciato: è il sentiero della ragione; poiché
non vi è che una ragione, non vi è che un sentiero".
Avendo rinunciato a qualsiasi spiegazione esterna per la politica del
Terrore, Taine non ne cerca nessuna nemmeno per descriverne la fine
o, tanto meno, per spiegare lo sbocco della Rivoluzione nella dittatura
miii-tare. Alla repubblica giacobina è mancata l'anima che tiene
unita ogni so-cietà politica, la sicurezza di ognuno nel confronto
di tutti. Di nuovo, come già nelle pagine iniziali dell'Anarchie,
nelle pagine finali del Gouvernement révoiutionnaire quello che
viene prospettato è l'hobbesiano stato di natura. "Nello
Stato giacobino, quest'anima è perita; essa è perita,
non per un incidente imprevisto, ma per effetto obbligato del sistema,
per una conseguenza pratica della teoria speculativa che, erigendo ogni
uomo a sovrano assoluto, mette ogni uomo in guerra con tutti gli altri,
e, col pretesto di rigenerare la specie umana, scatena, autorizza e
consacra i peggiori istinti della natura umana, tutti gli appetiti repressi
di licenza, d'arbitrio e di dominio". Dòpo dieci anni di
attentati reciproci tra i tremila legislatori che hanno seduto nelle
assemblee sovrane, la Francia è un corpo sociale dissolto, senza
più un solo nucleo di coesione spontanea e di coordinazione stabile
per i milioni di atomi disgregati che sono i suoi membri. Non resta
che affidarsi al dittatore militare, a colui che, secondo le sue parole,
porterà "l'alleanza della spada e della filosofia".
S e gia visto che per filosofia, nell'accezione del linguaggio rivoluzionario,
Taine intende l'applicazione alla politica di principi astratti ed uniformi,
che possono sboccare indifferentemente nell'anarchia o nel dispotismo.
E il secondo piano che il nuovo padrone adotta, per costruire, da uomo
pratico, un edificio solido, abitabile, ben appropriato al suo scopo.
"Tutte le masse della grossa opera, codice civile, università,
concordato, amministrazione prefettizia e centralizzata, tutti i particolari
della sistemazione e della distribuzione, concorrono a un effetto d'insieme,
che è l'onnipotenza dello Stato, l'onnipresenza del governo,
l'abolizione dell'iniziativa locale e privata, la soppressione dell'associazione
volontaria e libera, la graduale dispersione dei piccoli gruppi spontanei,
la proibizione preventiva delle lunghe opere ereditarie, l'estinzione
dei sentimenti grazie ai quali l'individuo vive oltre se stesso, nel
passato e nell'avvenire. Non s'è mai fatta una più bella
caserma, di aspetto più simmetrico e più decorativo, più
soddisfacente per la ragione superficiale, più accettabile per
il buon senso volgare, più comoda per l'egoismo angusto, meglio
tenuta e pulita, meglio accomodata per disciplinare le parti medie e
basse della natura umana, per far languire o guastare le parti alte
della natura umana. - In questa caserma filosofica, noi viviamo da ottant'anni".
In questa descrizione, con cui, nel 1884, Taine conclude il Gouvernement
revolutionnaire, è già tutto compreso il giudizio che
egli dà sulla società francese contemporanea, ad analizzare
la quale pubblica ancora due volumi intitolati, appunto, al Régime
moderne.
Meno interessa, da questo punto di vista, il ritratto splendido che
nel primo dei due volumi egli dedica a Napoleone, uno dei più
alti esempi di psicologia applicata alla storia che Taine ci abbia mai
dato. Basterà dire che il quadro che egli traccia di Napoleone
come dell'ultimo dei condottieri italiani, erede dell'assoluta amoralità,
ma anche dell'intatta energia degli eroi rinascimentali, finisce per
sollevare contro di lui le ire del partito bonapartista, dopo che l'Ancien
régime gli aveva già alienato i monarchici e i volumi
della Revolution i repubblicani. Più interessanti - in vista
del compito di anatomista morale che Taine si era assegnato, ma anche
della possibilità d'intervento dello scienzato sulla realtà
che, nonostante il suo determinismo, egli non aveva mai escluso - appaiono
invece le numerose pagine in cui, ora soprattutto, a contrappunto della
descrizione della Francia contemporanea, egli dissemina le sue concezioni
politiche, per mostrare come si sarebbe dovuto procedere, come ancora
si dovrebbe agire, se non si vogliono urtare le leggi che regolano il
mondo morale, così come il mondo fisico (leggi che si posson
ben disconoscere, ma non eludere). Contro la Francia nuova, "capolavoro
dello spirito classico", "edificio colossale, concertato,
matematico", Taine non si stanca di ricordare che nelle istituzioni
politiche si deve procedere per empiria, per successivi aggiustamenti,
perché nulla è cosf fluido e complicato quanto la realtà
umana. Alcuni principi vanno comunque tenuti presenti. Il primo è
che un governo, come ogni macchina, deve essere adatto al servizio per
cui è costruito, e che la legge della specializzazione (scoperta
da Adam Smith per le macchine, e applicata da Milne Edwards e Herbert
Spencer rispettivamente agli organismi animali e alle associazioni umane)
dice che ogni strumento è tanto più efficace quanto più
è limitato e specifico il suo uso. Applicato alla politica, questo
principio rafforza la concezione dello Stato garante dell'ordine, con
la quale coincide il liberalismo di Taine. Il secondo principio è
quello per il quale le istituzioni spontanee sono quelle che danno il
massimo di resa col minimo di costi, perché s'adattano alle circostanze,
si proporzionano ai bisogni, utilizzano al meglio le risorse. A questa
fonte ancora attinge il liberalismo dello storico, ma su questa strada
egli scopre che molte delle istituzioni tradizionali, spazzate via dalla
Rivoluzione ma già prima dalla moparchia accentratrice, corrispondevano
proprio a queste caratteristiche.
E peccato che Taine non abbia potuto scrivere i capitoli sull'associazione
e sulla famiglia, che avrebbero dovuto completare il Régime moderne:
soprattutto il capitolo sull'associazione avrebbe probabilmente mostrato
fino a che punto il suo pensiero politico si situa all'incrocio tra
liberalismo e tradizionalismo, in un nesso forse inestricabile. Anche
ciò che egli ha scritto è comunque assai significativo.
Le pagine in cui deplora l'abolizione delle province e la distruzione
del patriottismo locale, in cui afferma il valore della "piccola
patria il cui culto istintivo è un passo fuori dall'egoismo e
un avviamento verso il culto riflesso della grande patria", hanno
rilanciato in Francia una tematica che troverà la sua orchestrazione
in Maurice Bartès. Lo storico ha ancora un ultimo suggerimento
per il suo paese. Contro l'onnipotenza dello Stato una sola istituzione
gli sembra essere uscita non solo indenne dalla Rivoluzione, ma annzi
enormemente rafforzata, la Chiesa, cui egli dedica un'intera sezione
del secondo volume del Régirne moderne. Ora, egli non vede nel
cattolicesimo nessuna possibilità di conciliazione con lo spirito
moderno e con la scienza; mentre questa possibilità esiste per
il protestantesimo, e Taine non vede troppo lontano il momento in cui
una "fede illuminata" e una "scienza rispettosa"
potranno attivamente collaborare. Quello che non gli era sembrato possibile
nel 1862, che la Francia diventasse protestante e liberale, gli sembra
forse possibile alla fine della sua vita? Le cupe pagine con cui, nella
corrispondenza, egli commenta l'inanità dello sforzo che s'è
imposto con la redazione delle Ortgines non lasciano molte illusioni
al riguardo. Se è cosf, il volontarismo di tale impresa, al di
là dei suoi contenuti e dei suoi risultati, ha comunque un che
di eroico.
Pubblicate negli anni in cui la Terza Repubblica, dopo un avvio faticoso,
si assestava fondandosi sulla tradizione rivoluzionaria a combattere
la quale esse erano state scritte, le Or:gìnes de la France contemporaine
suscitarono, man mano che uscivano, furori di critiche e di polemiche.
Nel 1907 Aulatd avrebbe pubblicato un puntiglioso volume, Taine historien
de la Revo!ution francaise, in cui dimostrava che l'immenso apparato
documentario che Taine aveva allegato alla sua opera, menandone gran
vanto, era del tutto inattendibile. quasi mai reperibili i documenti
d'archivio su cui lo storico aveva per lo piu' fondato la sua ricostruzione,
di parte le fonti a stampa usate, inesatte quasi sempre le citazioni.
Con meno acrimonia, ma altrettanta severità, l'opera di Taine
era già stata giudicata da Charles Seignobos nell'Histoire de
la langue et de la littérature francaaise. Oltre al rilievo che
s'è ricordato sopra, Seignobos ne muoveva a Taine un altro fondamentale,
che avrebbe certo scosso molto il critico dello "spirito classico":
era d'aver generalizzato la breve esperienza empirica di due secoli
di storia inglese, trattando le nozioni di governo, di Stato, di popolo,
di notabili, come delle grandezze fisse, simili in ogni tempo e in ogni
paese. "Egli - concludeva Seignobos - non ha pensato di verificare
se l'evoluzione delle società contemporanee confermasse o smentisse
le sue pretese leggi. E gli è accaduta la singolare avventura
di scrivere sei volumi per dimostrare che una catastrofe anormale aveva
prodotto nel suo paese un regime politico eccezionale, nel momento o
quasi in cui tutti gli altri paesi civili adottavano lo stesso regime".
Ultima, ma non la più trascurabile delle avventure accadute a
Taine: è probabilmente proprio in risposta alla sua opera che
la Terza Repubblica ha istituzionalizzato la storia della Rivoluzione
francese, creando nel 1886 alla Sorbona il primo corso di storia della
Rivoluzione francese (trasformato in cattedra nel 1891) e affidandone
l'insegnamento ad Aiphonse Aulard.