Bruno Bongiovanni
Jacob L. Talmon e la Rivoluzione Francese
L'albero della Rivoluzione
Le interpretazioni della Rivoluzione Francese
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci,
Editore Einaudi, Torino, 1989, pp. 619 - 624
Non si era ancora definitivamente consolidato il regime fascista che
già alcuni decisi avversari dell'assetto politico mussoliniano
avevano coniato e diffuso l'aggettivo "totalitario" (Amendola
nel 1923) e il sostantivo "totalitarismo" (Basso nel 1925).
È dunque in Italia che questo concetto, inseparabile nel periodo
del suo affermarsi dall'analisi delle contemporanee so cietà
di massa, vede la luce. Mussolini, poi, si vanterà di avere dato
vita ad un sistema effettivamente totaùta~o. Il termine è
però destinato ad un'immensa fortuna: piu' si estende e più
si trasforma. Nella seconda metà degli anni venti comincia ad
apparire in inglese (nel 1929 sul " Times ") e a connotare
insieme il fascismo italiano ed il bolscevismo sovietico. E per ora
quasi esclusivamente utilizzato nell'ambito della cultura politica liberaldemocratica.
Nel 1933 irrompe anche il nazionalsocialismo hitleriano e nel 1934 lo
storico americano delle dottrine politiche George li. Sabine, in un
articolo scritto per F Encyclopaedia ofsocial sciences, consegna il
totalitarismo al patrimonio lessicale dei politologi e definisce "regimi
totalitari" quelli in cui vi è l'assoluto predominio di
un partito unico. L'ascesa dello stalinismo in Russia rende appetibile
questo concetto, pur ritenuto "generico" dal punto di vista
della composizione di classe, anche agli oppositori di sinistra del
regime sovietico. Vicior Serge lo utilizza, a proposito dell'Urss, già
nel 1933: Hilferding lo utilizzerà nel 1940 e nello stesso anno
lo utilizzerà anche Trockij nella biografia di Stalin interrotta
dalla ferita mortale infertagli dal suo assassino. Il totalitarismo
diventa ora - a partire dagli anni quaranta - sinonimo di un regime
sociale non meno che politico: tutti i centri di potere (politico, economico,
amministrativo) e tutti i veicoli della trasmissione di opinioni (la
cultura, l'istruzione, la stampa) sono, in tale regime, nelle stesse
mani o sono quanto meno posti sotto il controllo regolato ed organizzato
di un unico nucleo di dominio. Il totalitarismo, tuttavia, come intuiscono
Franz Neumann ed Ernst Fraenkel in due celebri libri del 1941 sul nazismo,
non è il Leviatano di Hobbes ossessionato dall'ordine, dalla
pace e dalla certezza delle norme, ma è il mostro biblico del
caos Behemoth, prigioniero e produttore del disordine sociale, di guerre
civili permanenti, di decisioni inappellabili in contrasto tra loro
e dell'arbitrio assoluto.
Jacob Talmon, nato nel 1916 in Polonia, si era rifugiato in Inghilterra
nel 1940, dopo aver soggiornato in Palestina e in Francia, e fu evidentemente
influenzato dal dibattito bellico e postbellico 5ul totalitarismo. Nel
giugno del 1943 aveva presentato alla London School of Economics una
tesi sulla "dottrina della povertà" e sui suoi aspetti
religiosi sociali e politici: al centro dello studio vi erano i movimenti
ereticali e chiliastici del xi' e del xiii secolo oltre al pensiero
di Pier Damiani, di Arnaldo da Brescia, di Bernardo da Chiaravalle e
dei Valdesi. Nasce dunque su questo terreno storiografico l'interesse
di Talmon per il "messianismo politico", un fenomeno che verrà
visto come strettamente correlato in età moderna con le origini
e lo sviluppo della democrazia totalitaria, vale a dire con il tema
di fondo cui Talmon stesso si dedicherà negli anni tra il 1947
ed il 1951. Si tenga poi presente che nel 1949 compare a Chicago lo
straordinario lavoro di Karl Là with dal titolo Meaning in History
(Significato efine della storta nella traduzione italiana): in questo
testo la grandiosa attività creativa e la frenesia pratica dell'Occidente
sono viste come il frutto mondano del messianesimo fuoriuscito dalle
salvifiche vette della speranza religiosa. Il primato dell'azione e
della ragion pratica è dunque l'effetto della riscrittura secolarizzata
della tradizione giudaico-cristiana. Le dottrine moderne, ancorate all'idea
di progresso e di terrena redenzione, postulano, a partire dall'Illuminismo
e transustanziando la teologia della storia in filosofia della storia,
il regno di Dio senza Dio: il popolo, e poi il proletariato, diventa
lo strumento storico per la realizzazione di una missione laica e per
il perseguimento di un'escatologia umana, troppo umana.
Le Origins of Totalitanan Democracy, pubblicate a Londra nel 1952, si
rifanno anch'esse ad una visione genealogica della storia ed intendono
studiare le conseguenze pratiche e politiche delle dottrine moderne,
o, meglio, di un filone di esse, quello che ha prodotto il cosiddetto
" totalitarismo di sinistra": quest'ultimo fenomeno - che
si differenzia dal "totalitarismo di destra" per il fatto
di essere universale e non particolare - ha la sua data di nascita nella
Rivoluzione francese e nella cospirazione babuvista, ma ha i suoi prodromi
all'interno della corrente democratico-totalitaria delle Lumières.
Anche per Talmon la secolarizzazione e il declino della religione come
veicolo di consacrazione del cosmo costituiscono l'incipit del mondo
moderno: la conseguenza è il consolidamento di una società
legittimata non pi'i dagli stati, ma dallo status, di una società
percorsa da un uomo astratto e inesorabilmente individuale, messo a
contatto con i propri simili dal prosaico principio dell'utilità
sociale. L'uomo astratto si sente orfano dell'ordine divino e cerca
allora un ordine naturale in grado di fornire un principio unitario
di esistenza sociale: i philosophes sono perlopiù tutti convinti,
con maggiore o con minore entusiasmo, che esista un'essenza dell'uomo
e che un ordine naturale, giusto e razionale, in qualche modo sussista.
Se esso non esiste, vuol dire che si è frantumato e che le istituzioni
cattive ed i costumi viziosi lo hanno corrotto, sfigurato, reso irriconoscibile.
La Rivoluzione non è altro che la restaurazione di quest'ordine.
Tutto il xvi" secolo, secondo Talmon, si nutre di questa convinzione.
A questo punto, però, ci addentriamo nell'aspetto più
originale della ricognizione di Talmon: all'inizio, infatti, per lui
vi sono i nuovi valori liberali indissolubilmente legati tra loro e
cementati dal traumatico emergere e prorompere dell'individualismo.
Una corrente di pensiero, tuttavia, ha avuto un atteggiamento troppo
perfezionistico, troppo religiosamente appassionato, troppo entusiasticamente
fanatico verso questi valori: è precisamente in quest'eccesso,
in quest'assenza totale di disincanto e di scetticismo, in questo "
troppo di vigore", che si situa l'originario e febbrile separarsi
della democrazia totalitaria dalla democrazia liberale. All'inizio,
esse sono indistinguibili. La lezione di Montesquieu, così attenta
alle differenze, cosf pronta a reperire ciò che distanzia e ciò
che limita, cosf sospettosa nei confronti di ciò che è
unitario e generale, è stata in parte disattesa. Il relativismo
è stato visto assai spesso come immorale, come un disvalore che
separa, che lacera, che rende complesso ciò che pare invece cosf
semplice: gli unici valori imperituri e le uniche istituzioni felici
devono essere universali. Ed è questo il momento, per Talmon
e per tutta la tradizione storiografica liberale contemporanea, di mettere
in luce la fondamentale differenza tra la rivoluzione americana e la
Rivoluzione francese: la prima è una rivoluzione puramente politica,
la seconda è una rivoluzione totale, la prima ha di mira la libertà
concreta e l'indipendenza, la seconda ha di mira la ricostruzione virtuosa
e naturalmente ordinata dell'uomo e del mondo.
Il primo grande concetto democratico-totalitario, quello che consente
ad un filone della democrazia di volgere le spalle al liberalismo, è
ovviamente la volontà generale di Rousseau. L'unanimità
diventa cosf il principio fondamentale della convivenza civile. D'altra
parte - Talmon ne èconsapevole - l'avversario da piegare è
l'esprit de corps, la frammentazione della società di Antico
Regime (cui si aggiungono le prime ferite provocate dall'egoismo "borghese"):
quanto più dunque la società divisa resiste, aggrappata
ai privilegi e al peso delle consuetudini, tanto più la nazione,
che si oppone agli "ordini" (e che vede già affiorare
le " classi"), viene concepita come entità omogenea.
La volontà generale, tuttavia, non è visibilmente operante,
è soprattutto aspettativa di unanimità ed è governata
dal tempo messianico dell'attesa e della salvezza: tra la sovranità
concepita come indivisibile e il compimento rigeneratore dell'unanimità
può cos£ msinuarsi ed inserirsi, come accadrà nella
Rivoluzione, la magistratura provvisoria (in realtà totalitaria)
della dittatura, l'incarnazione reale del millenarismo politico che
vuole ri-trovare e ri-fondare la perduta pienezza dell'unità.
La volontà generale è quindi un fine escatologicamente
inteso: il mezzo per conseguirlo è per Sieyès il Terzo
Stato, per i Giacobini i sanculotti, per Babeuf il proletariato, vale
a dire settori progressivamente sempre più minoritari della popolazione
e quindi bisognosi di un'avanguardia illuminata, di un'aristocrazia
della redenzione in grado di orientare il timone verso il fine ultimo.
Anche la proprietà, come videro Morelly e Mably, contribuisce
a dividere e separare, a minare l'ordine naturale che è necessario
far sgorgare dal fiume sotterraneo e incorrotto del popolo: il comunismo,
dunque, è una logica, anche se radicale, conseguenza della democrazia
totalitaria. Ci troviamo ora davanti ad un altro aspetto assai originale
dell'interpretazione di Talmon, tutta nutrita dall'implacabile teleologismo
delle idee: non è infatti l'assenza indotta di mercato, come
pensavano i libetisti dottrinari, economicisti non meno dei marxisti,
ciò che fa scaturire il totalitarismo, ma è il potente
acceleratore della democrazia totalitaria, consanguinea virtuosa e passionale
della democrazia liberale, ciò che può contenere i germi
del comunismo. Babeuf coerentemente arriverà a vedere nella storia
un succedersi di lotte tra le classi e coerentemente Sylvain Maréchal,
nel Mamfrste des Egaux, attenderà una seconda e definltiva rivoluzione
di cui l'89 e il '93 erano stati solo lo squillante annuncio. Il comunismo
meramente distributivo e agrario dei babuvisti non differisce, per Talmon,
dal comunismo moderno dei socialisti " scientifici" se non
per la rozzezza e per l'arretratezza delle proposizioni: in entrambi
i casi si assiste al tentativo di eliminare tutte le istituzioni sociali
che sono intermedie tra l'individuo e lo Stato, tutto ciò che
si frappone al superamento della divisione, delle differenze e dei conflitti.
Vi è inoltre una precisa dinamica del credo messianico: essa
ha avuto libero corso nel succedersi degli eventi inaugurati dall'89.
Il primo passo l'ha compiuto Sieyès, che ha fatto del Terzo Stato
la nazione intera e insieme l'Assemblea Nazionale: considerando i nobili
come stranieri e nemici del Terzo Stato, egli ha cioè posto la
Rivoluzione su un piano inclinato. Gli eventi hanno cominciato a scivolare
frresistibilmente sospinti dalle pulsioni della democrazia totalitaria.
La questione della proprietà, interpretata, nel solco di Locke,
come essenza della libertà e come diritto naturale, riporta però
Sieyès sulla strada del liberalismo: l'egualitarismo indifferenziato
è cosf temporaneamente sconfitto. L'equilibrio si spezza il io
agosto 1792 e le ineludibili conclusioni vengono tratte dalle premesse
dell'89: il fine rivoluzionario ha ormai la supremazia. La rivoluzione
diventa adesso un meccanismo autotelico: la guerra produce l'improvvisazione
giacobina e l'idolatrata salvezza della Rivoluzione produce l'espulsione
dei Girondini e la conseguente dittatura terroristica. L'importante,
nell'ora suprema, èrestare uniti, avvicinarsi concretamente alla
volontà generale. Anche la legge Le Chapelier contro le associazioni
operaie intende salvaguardare l'omogeneità irrinunciabile della
volontà: ora, però, solo le masse popolari, un organismo
compatto e coeso, costituiscono la nazione. Tutti i partiti sono progressivamente
soppressi: i Giacobini stessi non si presentano come un partito, ma
come il popolo stesso. Sconfitte tutte le fazioni, tuttavia, il terrore
non si arresta; procede in folle, alimentato da se stesso e non giustificato
dalle "circostanze", ma trascinato dalla fede messianico-totalitaria
del Comitato di salute pubblica. Il Terrore, infatti, sintomo di una
speranza messianica e insieme di una disperata incertezza, diventa lo
strumento che serve a realizzare il sistema naturale e armonioso dei
philesophes. L'interiore fanatica certezza, e qui Talmon si riannoda
a Taine, si coniuga, nel credo messianico-rivoluzionario, con lo schematismo
di un abbozzo a matita della realtà, con l'ipersemplificazione
di una realtà che non vuoI cessare di essere complessa.
I Giacobini, paradossalmente, cadono per difetto di coerenza: lasciano
troppo spazio alla proprietà privata, praticano un dirigismo
improvvisato e largamente imperfetto, scontentano contemporaneamente
i ricchi e i poveri, fanno contraddittoriamente coesistere il restrizionismo
economico e l'individualismo liberistico. La democrazia totalitaria,
sul piano della storia evenemenziale ed iStituzionale, ha per ora raggiunto
il capolinea (in Occidente la sua vicenda si arresterà nel 1871),
ma, sul piano della radicalizzazione endogena delle idee, attende ancora
il comunismo babuvista, punto estremo e coerente di un progetto pluridecermale
che si propone di sopprimere le differenze-diseguaglianze e di fondare
la polis dell'unanimismo collettivo.
Talmon, come si vede, forte di tutte le riflessioni precedenti sulla
secolarizzazione, ha retrodatato, e alimentato con una robusta visione
storiografica, il dibattito novecentesco sul totalitarismo, particolarmente
vivace (si pensi ad Hannah Arendt) negli anni cinquanta: ha inoltre
cercato di dimostrare che il totalitarismo non nasce per immacolata
concezione o per la perversa perfidia di una diffusa mentalità
statolatrica, ma viene generato dallo stesso grembo che ha partorito
la democrazia e il liberalismo. Le origini della democrazia lotalitaria,
pur dichiarandosi il loro autore in debito nei confronti di Tocqueville
e di Stuart Mill, hanno sicuramente dato il via ad una nuova e "laica"
storiografia conservatrice, che, talvolta, soprattutto nei paesi anglosassoni,
ha mostrato di preferire Burke agli stessi Tocqueville e Stuart Mill.
Moltissimi e non di rado mediocri saranno gli epigoni: il modello di
Talmon, scientificamente documentato, intellettualmente onesto, metodologicamente
cauto, resta tuttora insuperato.