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Regina Pozzi
Augustin Thierry e la Rivoluzione Francese
L'albero della Rivoluzione
Le interpretazioni della Rivoluzione Francese
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci,
Editore Einaudi, Torino, 1989, pp. 624 - 627
Rinnovatore degli studi storici nella Francia della Restaurazione,
in particolare con le sue Lettres sur 1'histoire de France (pubblicate
in volume nel 1827, allorché egli aveva trentadue anni, ma già
uscite a puntate sul "Courrier francais" del 1820) e con la
celebre Histoire de la con quéte de /'Ang/eterreparles Normands,
del 1824, Augustin Thìerry (1795-1856) non s'è mai dedicato,
in forma dfretta, allo studio della Rivoluzione francese. Anche il suo
tardo Essai sur l'histoire de la formation et des progrès du Tiess
État (pubblicato nel 1853, ma scritto prima del 1848), che ha come
sbocco ideale della storia del Terzo Stato il moto rivoluzionario della
fine del xv'n secolo, si ferma al regno di Luigi XIV. La crisi politica
del '48, secondo quanto egli dice nella prefazione al medesimo Essai,
gli impedi di scrivere quella che avrebbe dovuto essere la storia del
coronamento del moto progressivo che egli aveva seguito fin dai primi
timidi passi nella rivoluzione comunale del X[I secolo. Solo le ultime
pagine del saggio lasciano intravvedere la valutazione interamente positiva
che Thierry dava di tale evento, fondatore, a suo giudizio, della realtà
contemporanea. Esso era stato l'" inaugurazione di una società
nuova fondata sui principi del diritto razionale", nella quale aveva
trovato alimento tutto "il pensiero liberale moderno"; e protagonista
ne era stato, nell'ultima parte del suo ruolo politico, prima di sciogliersi
e di coincidere con la massa stessa della nazione, il Terzo Stato, "il
grande centro, l'agente infaticabile dello spirito nuovo, delle idee di
giustizia sociale, di libertà eguale per tutti e di fraternità
civica".
La posizione di Thierry coincide qui pienamente col progetto politico
che Francois Guizot aveva proposto fin dai primi anni della Restaurazione
e che Victor Cousin aveva ripreso, modulandolo nel programma filosofico
dell'eclettismo, mentre Thìers e Mignet s'erano incaricati di farlo
emergere dalla specifica ricostruzione storiografica degli eventi rivoluzionari.
Ma piu~ personale e piu' incisivo era stato l'apporto di Tliierry, nei
suoi anni giovanili, all'interpretazione della storia rivoluzionaria.
Nel clima delle tumultuose lotte politiche dei primi anni della Restaurazione,
egli aveva ripreso con estremo rigore - e anche con rigidità -
il canone storiografico della conquista, d'origine settecentesca, per
farne la chiave interpretativa di tutta la storia della Francia, dalla
conquista franca della Gallia alla Rivoluzione appunto, momento finale
del lento, ma irresistibile processo attraverso il quale i Galli vinti
avevano rintuzzato e alla fine rovesciato la violenza subita dai conquistatori.
In una serie d'articoli scritti tra il 1817 e il 1820 per il "Censeut
européen" e poi per il "Courrier francais" (successivamente
raccolti in parte nel volume Dix ans d'études historiques, 1835),
egli ripetutamente proponeva l'antitesi vincitori-vinti, conquista-tori-conquistati,
per ricostruire tutta la storia francese (ma il discorso s'applicava anche
alle lotte politiche di altri paesi, come per esempio l'Inghilterra) nei
termini di uno scontro razziale, che s'era sviluppato come lotta tra classi
contrapposte, perché i discendenti degli antichi vinti erano i
roturiers, le masse attive dei lavoratori - dei producieurs, secondo un
termine sansimoniano che Thierry predilige, - mentre i discendenti dei
Franchi erano i nobili, gli oisffs, il ristretto numero dei privilegiati.
In questi articoli del 1817-20 la metafora razziale non è mai completamente
tale, e Thierry tiene ben ferma, se non "la filiazione naturale",
almeno "la discendenza politica". E però questa la strada
attraverso cui - contemporaneamente a Guizot, sia pure con strumenti concettuali
meno moderni
- Thierry propone la storia della lotta delle classi come filo di lettura
delle vicende storiche e ne vede la massima realizzazione nella Rivoluzione
francese, evento sociale per eccellenza, in quanto rappresenta la vittoria
dei roturìers sugli ordini privilegiati. Il più significativo
di questi articoli, l'Histoire vérìtable de Jacques Bonhomme,
pubblicato nel maggio 1820, dopo la crisi politica seguita all'assassinio
del duca di Berry, mostra il lento, faticoso cammino, attraverso il quale
il figlio dei vinti, a più riprese asservito ed espropriato, ha
saputo con assiduo lavoro elevarsi in ricchezza e in lumi, insorgendo
infine a dichiarare il "suo diritto assoluto ed imperscrittibile
di proprietà e di libertà".
Non manca negli articoli di Thierry, come in generale in tutte le~valutazioni
dei liberali degli anni venti, la giustificazione degli eccessi che hanno
accompagnato la vittoria del Terzo Stato, pur condannati nella loro fattualità.
Non appare però in essi la teoria del concatenamento fatale delle
circostanze". Piuttosto, secondo una linea di discorso già
sviluppata da Saint.Simon (di cui il giovane Thierry era stato per alcuni
anni segretario), gli eccessi sono attribuiti alla miseria e all'abbrutimento
in cui era stato tenuto il popolo. Jacques Bonhomme "fu crudele nella
sua vittoria, perché era stato inasprito da una lunga miseria.
Non seppe condursi da libero, perché aveva ancora i costumi della
servitù. Coloro che egli prese per intendenti l'asservirono di
nuovo, proclamando la sua sovranità assoluta. Ahimè, diceva
Jacques, ho subito due conquiste, sono stato chiamato servo, tributario,
roturier, suddito; non mi si è mai fatto l'affronto di dirmi che
era in virtù dei miei diritti che venivo reso schiavo e spogliato".
"La Francia - scrive Thierry in, un altro articolo del 1820 - fu
insanguinata, non già, come a sproposito si dice, perché
i filosofi eran fatti sentire dal popolo, ma perché la loro filosofia
non si era resa popolare; i filosofi e il popolo non avevano potuto spiegarsi
gli uni con gli altri; fra di loro era venuta a collocarsi una classe
d'uomini, ragionatori per ozio e patrioti per vanità". Marginale
nella stessa valutazione di Thierry, quest'ultimo tema meritava comunque
di essere segnalato per la sua singolarità nel panorama del discorso
storiografico sulla Rivoluzione, quale è stato impostato dai liberali
dell'età della Restaurazione.
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