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Regina Pozzi
Adolphe Thiers e la Rivoluzione Francese
L'albero della Rivoluzione
Le interpretazioni della Rivoluzione Francese
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci,
Editore Einaudi, Torino, 1989, pp. 627 - 631
Della stessa generazione, anche se un po' più giovane,
di Francois Gui-zot e di Vietor Cousin, ad Adolphe Thiers (1797-1877)
va soprattutto il merito, negli anni della Restaurazione, di aver scritto
una monumentale Histoire de la Revolutton francaaise, in dieci volumi
(1823-27), in cui la minuziosa ricostruzione degli eventi rivoluzionari
fino al i8 brumaio traduce, in campo storiografico, gli ideali politici
della generazione liberale del 1820.
Venuto dal giornalismo, come il coetaneo e conterraneo Francois Mignet
(era nella redazione del giornale liberale "Le Constitutionnei"
e frequentò assiduamente il salotto di J. Laffitte), anch'egli,
come Mignet, autore negli stessi anni di un'Histoire de la Revolution
francaise in due volumi, adotta la chiave interpretativa che, negli anni
precedenti, i due maggiori storici di questa generazione, Francois Guizot
e Augustin mierry, avevano avanzato per il grande evento rivoluzionario
di fine Settecento, quella cioè che la Rivoluzione avesse rappresentato
la fine della società di Antico Regime e l'avvento della società
borghese. Anche per lui, come per loro, la borghesia impersona però
non una classe particolare, ma la generalità della nazione: e la
sua rivoluzione coincide con quella che il popolo francese ha condotto
per abbattere il regime del privilegio ed introdurre il regime dell'eguaglianza.
Ma come Mignet negli stessi anni, analizzando da vicino gli avvenimenti
rivoluzionari, miers è costretto a prendere atto che un effetto
"imprevisto, ma inevitabile" di tale rivoluzione è stato
quello di " sollevare le basse contro le alte classi della società",
scatenando invidia e passioni brutali; e deve distinguere, tra le forze
sociali protagoniste della Rivoluzione, una "borghesia saggia e moderata"
e delle classi popolari, che sono chiamate ora il " popolo",
ora, con termine spregiativo, la "populace". Notiamo tuttavia
che il suo linguaggio è, su questo punto, più incerto di
quello di Mignet, come più incerta è tutta la sua analisi
delle vicende rivoluzionarie nei termini di una lotta di classi.
Il contributo più significativo di Thiers alla storiografia rivoluzionaria
è tuttavia un altro. Riprendendo alcuni spunti già di Guizot,
egli sviluppa, contemporaneamente a Mignet, ma con un'orchestrazione molto
più ricca e martellante, l'idea del concatenamento fatale di tutte
le fasi della Rivoluzione, ognuna delle quali si giustifica con la necessità
di salvare la Rivoluzione stessa dall'attacco congiunto dei nemici esterni
ed interni. Mentre Madame de Staél, e prima di lei Benjamin Constant,
avevano di-stinto un '89 liberale, realizzatore delle aspirazioni di tutto
il XVIII secolo, da un '93 sanguinoso, che aveva deviato dal cammino della
libertà e dell'umanità, Thiers, come Mignet, vede nella
politica adottata dalla Convenzione nel '93 "l'effetto di questa
azione e di questa reazione continua degli ostacoli sulla sua volontà
e della sua volontà sugli ostacoli": ostacoli che sono continuamente
additati nei pericoli creati alla Rivoluzione dalla resistenza della monarchia
e degli antichi privilegiati, responsabili, in ultima analisi, della situazione
tern~e in cui la Francia rivoluzionaria s'è venuta a trovare nel
1792-94. E, cosf formulata, la teoria delle "circostanze", che
da Thiers e dalla storiografia liberale degli anni venti, passerà
alla storiografia delle generazioni successive. Ottantanovista deciso,
come tutta la sua generazione, sul piano politico, Thiers è invece
radicalmente giustificazionista sul piano storiografico. "Mai - egli
afferma a proposito della Convenzione montagnarda - nessun governo prese
a un tempo misure più vaste né più arditamente immaginate,
e per fare un rimprovero della loro violenza ai loro autori, bisognerebbe
dimenticare il pericolo di un'invasione universale, e la necessità
di vivere sui Beni nazionali senza compraton. Tutto il sistema dei mezzi
coattivi derivava da queste due cause. Oggi una generazione superficiale
ed ingrata critica queste operazioni, trova le une violente, le altre
contrarie ai buoni principi di economia, ed aggiunge il torto dell'ingratitudine
all'ignoranza dei tempi e della situazione. Ritorniamo ai fatti, e siamo
finalmente giusti con degli uomini che hanno pagato con tanti sforzi e
tanti pericoli la nostra salvezza".
Lungo il filo di una minuta narrazione, miers segue l'innescarsi di questo
processo fin dall'estate dell'89, e denuncia ad una ad una tutte le mene
controrivoluzionarie che non hanno permesso il consolidamento di quella
che, nei fatti, era la "rivoluzione legislativa" già
tutta realizzata nei lavori dell'Assemblea Nazionale e consistente nella
redazione di una costituzione che assicurasse alla Francia "la responsabilità
degli agenti del potere, la libertà di stampa, la libertà
individuale, tutte le garanzie infine che nello stato sociale sostituiscono
la finzione della libertà naturale". miers è pronto
anche a registrare le violenze popolari, e dedica anzi molte pagine a
descrivere le insurrezioni dell'estate '89, come anche quelle successive.
"Ma purtroppo - commenta - un popolo non sa mai rientrare con moderazione
nell'esercizio dei suoi diritti", soprattutto se è stato troppo
a lungo sottomesso.
L'elemento innescante della dinamica del Terrore è stata, comunque,
soprattutto la guerra, di cui Thiers rigetta intera la responsabilità
sulle potenze straniere, sugli emigrati e sulla monarchia. A partire da
questo momento è per lui evidente che assumerà la leadership
rivoluzionaria il gruppo che sarà disposto a non arretrare dinanzi
all'"energia phi inesorabile". La lunga lotta tra Girondini
e Giacobini è vista dallo storico come una lotta sull'impiego dei
mezzi atti a difendere la Rivoluzione; e la simpatia che egli esprime
per i primi rivela fino in fondo la contraddizione che esiste in lui tra
opzioni politiche e giudizio storiografico. Giacché "la loro
opposizione è stata pericolosa; la loro indignazione impolitica;
essi hanno compromesso la rivoluzione, la libertà e la Francia.
... Tuttavia, chi non vorrebbe aver sostenuto il loro ruolo? chi non vorrebbe
aver commesso i loro errori? E possibile, in effetti, lasciar scorrere
il sangue senza resistere e senza indignarsi?" I Montagnardi, invece,
" i soli animati da una passione forte, da un pensiero unico, la
salvezza della rivoluzione, presi da quell'esaltazione mentale in cui
si scoprono i mezzi pi'i nuovi ed arditi, in cui non li si crede mai troppo
azzardati, né troppo costosi, se sono salutari", sono stati
in grado di fronteggiare dei nemici formidabili, esterni ed interni, che
avevano pero' lo svantaggio di non comprendere la forza nuova del fenomeno
rivoluzionario e di essere comunque disuniti sui fini. Sulla politica
del Terrore, sull'immenso apparato ch'essa ha saputo mettere in piedi,
Thiers scrive pagine da cui trapela un'ammirazione insolita per gli anni
in cui scrive (anni che precedono la rivalutazione che, a partire dalla
Congiura degli Eguali di Filippo Buonarroti, del 1828, se ne avvierà
in tutto un filone storiografico neogiacobino). Per alcuni dei suoi protagonisti,
per Danton per esempio, non è esagerato parlare di simpatia da
parte dello storico: perché Danton, unico o quasi tra i Montagnardi,
aveva portato nella rivoluzione la passione piu~ violenta per il fine,
senza alcun odio per gli individui, e perché, una volta superato
il momento piu' terribile, s'era reso conto della necessità di
" far ristabilire il regno delle leggi dolci ed eque". Nessuna
simpatia invece lo storico manifesta per Robespierre, un "bigotto
senza passioni", che proprio a ciò deve d'essere sopravvissuto
al reciproco sterminio delle fazioni. Ma alla fine, con il ristabilimento
della situazione militare, anche Robespierre, doveva cadere.
Se nemmeno con ciò la Francia avrebbe trovato la pace, se avrebbero
continuato a lacerarla le lotte dei partiti, perché "le passioni
non si spengono se non con i cuori nei quali esse furono accese",
non era dato a Robespierre d'essere l'usurpatore nelle cui mani la Rivoluzione
doveva fatalmente cadere. "La nostra rivoluzione era troppo vasta,
perché lo stesso uomo, deputato alla costituente nel 1789, fosse
proclamato imperatore nel 1804, nella chiesa di Notre-Dame". Ciò
era stato possibile nell' Inghilterra del Seicento; ma in una rivoluzione
cosi estesa, e in cui la guerra era stata cosi terribile e dominatrice,
non poteva non accadere che gli uomini di partito si divorassero tutti
tra di loro, e che allora soltanto un soldato restasse l'ultimo padrone.
Anche quest'ultimo atto della Rivoluzione ha comunque, nell'ottica di
Thiers, la sua necessità. La Rivoluzione aveva per compito di creare
le condizioni della libertà, ma non poteva dare la libertà
essa stessa (salvo che in brevi momenti, ai tempi della Costituente o
all'inizio dell'età termidoriana), perché doveva difendere
queste medesime condizioni contro l'intera Europa. E così Napoleone
non veniva a costituire la libertà, ma a continuare, sotto forme
monarchiche, la rivoluzione nel mondo: e durante questo periodo "la
nuova società si sarebbe consolidata, al riparo della sua spada,
e la libertà sarebbe venuta un giorno". "Essa non è
ancora venuta, -scrive Thiers nelle pagine finali della sua Histoire -
essa verrà": la sua grande opera storiografica si puo' dire
che, dal punto di vista dell'attualità, recasse un forte contributo
al rilancio dell'effervescenza politica che avrebbe di lf a pochi anni
portato alla rivoluzione del 1830, la quale avrebbe rappresentato, nella
prospettiva dei liberali, la realizzazione di questo auspicio.
Dal punto di vista delle innovazioni storiografiche, l'Histoire de la
Révolulion francaaise di Thiers, se segue la periodizzazione e
la struttura evenemenziale create da Madame de Staèl nelle Considérations
sur les principaux et"énements de la Révolutìon
francaise, senza riuscire, malgrado qualche tentativo, a spostare l'angolo
di visuale dalla scena delle successive assemblee rivoluzionarie alla
vita del paese e delle diverse forze sociali, introduce perè grossi
elementi di novità, per la trattazione ampia e tecnicamente molto
accurata che harmo da una parte gli avvenimenti militari, dall'altra le
questioni economiche e finanziarie (nazionalizzazione dei beni del clero
e problema degli assegnati; introduzione del corso forzoso; politica delle
sussistenze e del maximum, ecc.).
Resta da aggiungere che, tra il 1840 e il 1855, Thiers avrebbe scritto
un'Histoire du Consula' et de l'Empire, anch'essa in dieci volumi, che
completava cronologicamente l'Histoire de La Revolution francaise. Se
il primo volume, al cui centro campeggiava la figura dell'eroe vincitore
dell'Italia e dell'Egitto, non poco avrebbe contribuito a rilanciare il
culto napoleonico, che sarebbe culminato, alla fine del 1840, nella cerimonia
del trasferimento delle ceneri di Napoleone agli Invalides, l'ammfrazione
di Thiers per questo personaggio si sarebbe via via fatta pi'i pensosa
negli ultimi vo-lumi, scritti dopo il 2 dicembre. Egli avrebbe ricordato,
nell'ultima pagina di questa sua opera, che Napoleone non aveva dato alla
Francia la libertà, "che i suoi eredi ancora ci devono";
e dalla storia del primo Napoleone avrebbe tratto un monito di cui ciascuno
poteva sentire l'attualità. "Come cittadini, - avrebbe scritto,
- traiamo dalla sua vita un'ultima e memorabile lezione, ed è che,
per quanto grande, sensato, vasto sia il genio di un uomo, non si deve
mai affidargli completamente il destino di un paese".
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