André Jardin
Alexis de Tocqueville e la Rivoluzione Francese
L'albero della Rivoluzione
Le interpretazioni della Rivoluzione Francese
A cura di Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci,
Editore Einaudi, Torino, 1989, pp. 634 - 645
Alexis de Tocqueville (i 805-59) terzo figlio del conte Hervé
e di sua moglie Louise Le Peletier de Rusanbo, proviene da parte di
padre dalla vecchia nobiltà feudale normanna, da parte di madre
discende dalle grandes rnbez, dai presidenti dei Parlamenti o delle
Corti sovrane, che avevano avuto un ruolo di primo piano negli ultimi
anni dell'Antico Regime: Malesberbes è il suo bisnonno.
E noto che quest'ultimo, dopo aver difeso davanti alla Convenzione il
re Luigi XVI, venne a sua volta ghigliottinato. In effetti, la famiglia
fu decimata dal Terrore. Il conte Hervé e sua moglie, che attendevano
in carcere il processo, furono salvati dalla caduta di Robespierre;
ma l'esperienza della prigionia fece incanutire di colpo il conte, e
provocò in sua moglie disturbi nervosi. Per il giovane Alexis,
come per molti suoi contemporanei, l'ombra della ghigliottina rimase
una presenza incombente.
Nel periodo dell'Impero i genitori conseyvarono l'atteggiamento comune
a molti sopravvissuti di quegli anni terribili: un ricordo abbellito
del-l'Antico Regime, un'incrollabile fedeltà ai Borboni (il conte
Hervé fu forse anche un agente del conte d'Artois). In seguito
Alexis racconterà che un giorno, durante una riunione di famiglia
al castello di Verneuil dove allora vivevano, sua madre si mise al pianoforte
e cantò un lamento sulla prigionia di Luigi XVI, e tutti i presenti
scoppiarono in lacrime.
La Restaurazione sembrò "riannodare la catena dei tempi";
il conte Hervé divenne un solerte prefetto e poi pari di Francia.
L'abate Lesueur, cui fu affidato il bambino, era stato un prete refrattario,
e tentò di istillargli, insieme alla fede, l'odio per le nuove
idee. Ma, ancora adolescente, Tocqueville sfugge al credo dei suoi:
leggendo i philosophes perde la fede, e frequentando i compagni del
liceo, e poi i colleghi quando diventa magistrato a Versailles, inizia
a dubitare della solidità di un regime che non gode di molta
considerazione nell'opinione pubblica.
Quando compie vent'anni, Tocqueville è convinto dell'inesorabile
tendenza delle nazioni europee verso la democrazia. Questa è
già realizzata in America, che offre a queste nazioni l'immagine
del loro futuro. Può un simile regime sociale e politico garantire
la libertà dei suoi cittadini? Può realizzarsi in Europa,
come negli Stati Uniti, senza una rivoluzione violenta? Sono le domande
cui tenta di rispondere col suo viaggio negli Stati Uniti del 1831-32,
del quale illustra i risultati positivi nella Démocratie en Amérique
del 1835
Ma le vecchie inquietudini dell'ambiente familiare sono lente a scomparire:
nel diario del suo viaggio in Italia del 1827 e anche, dopo la rivoluzione
del 1830, nelle sue note americane, compare il timore di una rivoluzione
c~e caccerebbe gli aristocratici francesi dalla loro patria. E, due
o tre anni dopo la rivoluzione del 1830, Tocqueville ironizza ancora
sui liberali, al cui pensiero è tuttavia vicino.
Non è più cosf quando nel 1839 comincia la carriera politica
al parlamento. Si avvicina alla sinistra dinastica ed esalta lo spirito
del 1789. La minuta di un discorso del 1842 sembra descrivere bene la
sua evoluzione: " Che cosa ha spinto tanti uomini che per natura
non appartenevano agli ambienti rivoluzionari ad entusiasmarsi per i
principi della rivoluzione, ad innalzare orgogliosamente il suo simbolo
e ad entrare con tutte le loro forze e tutta la sincerità del
loro cuore in questo nuovo movimento che essa sembrava dover imprimere
alla società? E forse il piacere di cambiare di posto al potere
sociale, di far passare la forza da una mano all'altra, di far si' che
una classe domini un'altra classe, di imporre una dottrina al posto
di un'altra dottrina? No, no, ci vo leva qualche cosa di più
grande, di più elevato, di più geniale, di più
umano, se posso dirlo, per indurli a rinunciare a tanti onorevoli sentimenti,
finanche nei loro errori, a tanti ricordi, ad attaccare tanti rispettabili
pregiudizi che avevano caratterizzato la loro giovinezza. Per farsi
attirare e convincere essi hanno dovuto vedere in prospettiva questa
cosa nuova e mirabile, una grande società dove la libertà
non esista solo per un partito ma per tutti, dove tutti i sentimenti
e tutte le idee possano manifestarsi e offrirsi a turno al buon senso
della nazione, dove non vi sia che un diritto, e dove questo diritto
sia uguale per tutti". Due anni prima, concludendo in parlaniento
un discorso in favore del progetto di abolizione della schiavitù
nelle colonie francesi, aveva affermato:
"Questa grande idea ... non solo appartiene alle idee madri della
vostra rivoluzione, ma vive o muore nei vostri cuori, a seconda che
vi si vedano vivere o rinascere tutti i sentimenti elevati, tutti i
nobili istinti che la vostra rivoluzione ha sviluppato, questi nobili
istinti grazie ai quali avete realizzato tutte le vostre grandi opere
nel mondo".
Queste affermazioni non erano mera retorica: Tocqueville aveva infatti
considerato e studiato seriamente il problema della Rivoluzione francese.
Nel 1836 Stuart Mill gli aveva chiesto di collaborare, con delle Lettrei
sur la France, alla "London and Westminster Review ", lasciandogli
la scelta dei temi da trattare. Ritenendo che il pubblico inglese ne
fosse poco informato, volle iniziare con uno studio su L 'état
social et politique de la France avant e depu 1789. Ma la sua collaborazione
si fermò qui, e di questo preambolo scrisse soltanto la prima
parte, sulla Francia alla vigilia della Rivoluzione; tradotta sotto
la supervisione di Stuart Milì, essa apparve nel numero del 10
aprile 1836 della rivista.
Si tratta sostanzialmente di un'analisi comparata della posizione della
nobiltà e del Terzo Stato alla fine del XVIII secolo. Tocqueville,
che come Boulainvilliers crede che la nobiltà sia nata dalla
conquista, ritiene, al contrario di Guizot, che nella Francia del Medioevo
essa fosse la classe di governo sul piano locale. Ma nel XVI secolo
la nobiltà non costituisce piu' un corpo unico: divisa in varie
sottocategorie, non ha più né una funzione propria né
un potere reale. Dei tre elementi costitutivi di un'aristocrazia, la
nascita, la ricchezza e il sapere, non le rimane che il primo (e vi
si aggrappa al punto di non ammettere al suo interno chi ha ricevuto
o acquistato un titolo nobiliare). E una casta, non è pin' una
vera aristocrazia. Non potendo attingere alle vere fonti della ricchezza,
l'industria e il commercio, si è impoverita, e ha venduto una
parte delle sue terre. Tuttavia conserva antichi privilegi, il suo rango
onorifico, l'esenzione dal pagamento della taglia, e continua a percepire
diritti feudali senza i correlativi servizi. Jn confronto alla nobiltà,
il Terzo Stato è più di una classe rivale, è un
intero popolo. Alla base, i piccoli proprietari rurali indipendenti
(Tocqueville osserva che ne sono sempre esistiti, anche nel periodo
feudale), moltiplicatisi con la frammentazione delle grandi tenute nobiliari;
al vertice, un'élite arricchitasi con il commercio e l'industria,
che acquista i possedimenti dei nobili procurandosi ulteriore considerazione.
E dal Terzo Stato che il re sceglie i suoi giuristi, capaci di trasferire
l'amministrazione locale dei corpi tradizionali sotto il controllo della
monarchia centralizzata. Il Terzo Stato non è in grado di governare
direttamente, ma favorisce l'amministrazione monarchica che spoglia
la nobiltà delle sue prerogative. Sotto un'apparenza aristocratica,
la Francia è già democratizzata: nei costumi vi è
una "democrazia immaginaria" che fa si' che il gran signore
tratti il filosofo o l'uomo di lettere come suo pari. Nella vita politica
il potere effettivo è nelle mani del re, che si appoggia su un'ammimstrazione
centralizzata dominata dai borghesi. Questa evoluzione si sarebbe compiuta
senza la Rivoluzione francese e le sue violenze. Qual è stato,
dunque, il ruolo di quest'ultima?
In questa società, più egualitaria che in altri paesi
europei, la nozione di libertà si è trasformata. Essa
esisteva come privilegio di corpo: una volta disciolti i corpi particolari,
è diventata un attributo naturale dell'individuo; alla nozione
aristocratica di libertà si sostituisce quella democratica, che
per Tocqueville è la vera nozione di libertà. [La Rivoluzione]
ha generato una moltitudine di cose accessorie e secondarie, ma ha semplicemente
sviluppato il germe delle cose principali; queste esistevano gia prima
di lei. Essa ha regolato, coordinato e legalizzato gli effetti di una
grande causa, più che esserne stata la causa essa stessa".
Dopo la pubblicazione di questo articolo, Tocqueville porta a termine
la seconda parte della Dérnocratie en Amértque, che uscirà
nel 1840, e soprattutto viene assorbito dall'attività politica,
dal 1839 al colpo di Stato del 2 dicembre 1851: è deputato per
il distretto di Valognes sotto la monarchia di Luglio, rappresentante
del dipartimento della Manche sotto la Seconda Repubblica, ministro
degli Affari Esteri per qualche mese nel 1849. Uno dei grandi interessi
della sua vita pubblica è la conquista e la colonizzazione dell'Algeria,
e quando nel 1842 pensa di scrivere un nuovo libro, l'argomento, l'esame
del dominio inglese in India, riflette questo interes se.
Nel 1856, tuttavia, scriverà a Montalembert che da quindici anni
sta pensando a un'opera sulla Rivoluzione e l'Impero. Questo ci riporta
all'e-poca in cui, nel prendere il posto di Lacuée de Cessac
all'Académie Francaise, si trovò a fare l'elogio del suo
predecessore, che era stato presidente della Legislativa e ministro
di Napoleone; questo aveva spinto Tocqueville a nuove riflessioni sul
periodo rivoluzionario e imperiale. Ma l'intenzione diventa un progetto
concreto soltanto molto tempo dopo, quando egli si trova a Sorrento
in convalescenza da una grave malattia. Egli pensa alla vecchiaia che
si avvicina, e si rende conto che, malgrado una carriera onorevole,
non raggiungerà una posizione di primo piano nella vita politica:
"Se in questo mondo resterà qualche cosa di me, sarà
più per quello che avrò scritto che per quello che avrò
fatto". D'altro canto, il futuro della monarchia liberale, e poi
quello della repubblica moderata, cui ha aderito, è molto problematico.
Nel 1848 aveva detto: "E la Rivoluzione che ricomincia"; nel
1800 vede incombere il dispotismo imperiale. Intenzionato a lasciare
la vita pubblica, Tocqueville non intende far rivivere il passato o
provare il gusto dell'erudizione; vuole invece contribuire a plasmare
il presente e il futuro, e ritrovare in una storia ancora prossima degli
elementi che spieghino l'uno e l'altro.
E' un dramma personale di Tocqueville, ma è anche l'interrogativo,
a volte ansioso, che si pone l'opinione pubblica: perché la Rivoluzione
francese non può concludersi, perché somiglia a una marea
che continua a salire senza che se ne veda la riva?
Tocqueville, tuttavia, non pensa di scrivere una storia della Rivoluzione,
ma vuole commentarne un episodio caratteristico, il Consolato e l'Im-pero:
"Da molto tempo penso ... di scegliere, in questo grande arco di
tempo che va dal 1789 ai nostri giorni e che continuo a chiamare la
Rivoluzione francese, i dieci anni dell'Impero;... Più vi penso
e più credo che l'epoca da descrivere sarebbe ben scelta. Essa
è di per sé non solo grande, ma singolare, addirittura
unica; ... E inoltre essa getta una viva luce sull'epoca che l'ha preceduta
e su quella che la segue".
Nel progetto di Tocqueville il resoconto degli avvenimenti deve fare
da supporto all'analisi delle cause e delle conseguenze degli eventi
più importanti. Una storia il cui modello è fornito dalle
Considérations sur les causes de la grandeur des Romainì
et de leur décadence di Montesquieu, ma con l'ulteriore difficoltà
che si tratta di una storia ancora recente e viva, in cui gli elementi
fondamentali non sempre si distinguono facilmente da quelll secondari.
Tocqueville conosce bene le strutture politiche e amministrative create
dall'Impero, e ritiene che nel suo caso il politico possa fare da guida
allo storico. A Sorrento, però, riesce soltanto a stendere un
piano dell'opera. Tornato a Parigi, viene eletto relatore di un emendamento
al progetto che permetterebbe al principe Luigi Napoleone Bonaparte
di ri-presentarsi come candidato alla presidenza della Repubblica; è
l'ultimo tentativo, l'ultima debole speranza di salvare la Repubblica,
e fallisce. Il colpo di Stato del 2 dicembre, restituendo Tocqueville
alla vita privata, gli permette di mettersi al lavoro.
Nelle pagine scritte nel 1852 la continuità con l'esperienza
appena vissuta è evidente, e del resto è ammessa dall'autore:
egli tenta di capire il i8 brumaio e l'opera del Consolato. Consulta
gli opuscoli dell'epoca, i registri del Direttorio, i giornali... Nell'estate
è in grado di scrivere due capitoli:
Egli si chiede perché la nazione, stanca dell'anarchia, non ritorni
all'antica monarchia; e, con un'operazione nuova e audace, procede alla
valutazione dei vantaggi che le varie classi della società hanno
tratto dall'abolizione dei diritti feudali, dalla cancellazione dei
debiti grazie al deprezzamento degli assegnati, dall'acquisto dei Beni
nazionali. Per fare questo non può, conformemente alla natura
del suo spirito, che prendere le mosse dall'Antico Regime. Analogamente,
la rinascita della centralizzazione nel i 8oo non si può comprendere
se non confrontandola con quella anteriore al 1789.
Nel dicembre Tocqueville rinuncia provvisoriamente all0 studio dell'Jmpero
per dedicarsi all'esame della Francia alla vigilia della Rivoluzione.
Jntende scrivere un capitolo introduttivo che offra un quadro della
situazione sociale e politica della Francia in quel periodo, seguito
da un capitolo che spieghi perché l'inquietudine presente in
quel momento abbia generato la rivoluzione in Francia e non altrove.
Egli non abbandona più questo studio fino al 1856; e L'Ancien
Régime e' la Revolution, che esce nel giugno di quell'anno, è
lo sviluppo di questa introduzione. Tocqueville ha ampliato e approfondito
la sua ricerca, e, primo tra gli storici della Rivoluzione, si è
servito delle Archives Nationales per gran parte della documentazione.
All'inizio del 1853, dunque, si immerge nella sezione "Amministrazione
generale". Già sofferente della malattia che lo porterà
alla tomba, nel giugno 1853 si reca in Touraine per un anno. Qui consulterà
quotidianamente i registri dell'antica intendenza di Tours, e nelle
sue ricerche riceverà preziosi consigli dall'archivista dipartimentale
Charles de Grandmaison, che ha appena riclassificato i fondi. A Parigi
ha studiato le ordinanze emanate dal potere centrale, a Tours può
seguirne l'esecuzione e studiare i rapporti dei singoli cittadini e
dei funzionari regi. Egli, del resto, è sempre stato un fautore
della storia comparata: anche nella Démocratie en Amérìque
era sempre pronto a sottolineare un'analogia o una differenza con l'Inghilterra
o la Francia. Questa volta il termine di paragone ideale gli sembra
la Germania, dove "l'antica costituzione dell'Europa" si è
conservata più a lungo: a tal fine impara il tedesco, e nel 1854
si reca a Bonn; una malaugurata malattia della moglie gli impedisce
di spingere le sue indagini nei territori prussiani dell'Est.
Alla ricerca archivistica egli unisce la lettura delle opere contemporanee:
gli scritti di Turgot, di Necker e dei fisiocratici, nonché del
" sociali-sta" Morelly, ma soprattutto i pesanti trattati
deifeudiste: (sostiene, scherzando, di poter tenere un corso di diritto
feudale al Collège de France!), e i quaderni degli Stati generali
del 1789, che gli appaiono un testamento dell'opimone pubblica alla
fine dell'Antico Regime. Quanto alle numerose memorie pubblicate dalla
Restaurazione in poi, le conosce già quasi tutte.
Che cosa ha letto degli storici, suoi predecessori o suoi contemporanei?
Su questo punto Tocqueville non ci dà molte informazioni. Ma
ha letto sicuramente la brillante narrazi~ne di Thiers, che non stima
affatto, e quella del suo amico Mìgnet; molto probabilmente Michelet,
e ha almeno sfogliato l'Histoire des Girondins di Lamartine. Una sua
affermazione sembra indicare una scarsa conoscenza delle Considérations
di Madame de Staèl, cui peraltro è per certi versi affine.
Tra i predecessori, sembra derivare alcune idee da Lézay-Marnésia.
Nel corso del lavoro si serve dell'Histoire' in venti volumi di Buchez
e Roux per conoscere i fatti.
L 'Ancien Régime et la Révolution è diviso in tre
parti; la seconda e la terza sono state separate solo con la seconda
edizione.
Nella prima parte Tocqueville tenta di determinare il carattere generale
della Rivoluzione. Per Michelet questo si manifestava nella transizione
dal regno dell'arbitrio divino a quello della ragione; Tocqueville insiste
sul carattere sociale e politico, espresso dalla sostituzione delle
istituzioni politiche tradizionali con un nuovo ordine fondato sull'uguaglianza
delle condizioni. Se la Rivoluzione ha attaccato la Chiesa, lo ha fatto
nella misura in cui questa era legata al passato; se si è diffusa
in tutta Europa, è perché il vecchio ordinamento feudale,
comune a molti paesi, stava per crollare. In alcuni paesi ne rimangono
i resti, e la Rivoluzione non è ancora conclusa.
Nella seconda parte, per spiegare perché la rivoluzione scoppio
per pri-ma in Francia, Tocqueville traccia un quadro sociopolitico della
Francia del XVIII secolo. E un quadro solo apparentemente statico: in
realtà è so-stenuto e illunìinato da un movimento
di lunga durata iniziato alla fine del medioevo.
Tocqueville insiste sulla condizione dei contadinl; curiosamente, dedica
a questo tema il primo e l'ultimo capitolo della seconda parte. Il contadino
francese sembra trovarsi in una situazione migliore che in altri paesi:
non è più un servo, spesso è un piccolo proprietario,
e paga diritti feudali più lievi. Ma che si tratti del diritto
di laudemio, di quello di pedaggio, del monopolio della giustizia o
del forno signorile, i diritti non vengono più versati ad un
signore che si occupa attivamente del villaggio: il signore è
un vicino ozioso, spesso emigrato a corte o in città. Essi vengono
versati ad un "primo cittadino" che non rende alcun servizio
ai contadini; per quanto meno gravosi siano questi diritti, il loro
aspetto unilaterale li rende odiosi. Il crollo delle strutture feudali
ha lasciato il contadino nell'isolamento, e questo isolamento lo rende
vittima di una nuova oppressione.
Egli è l'unico, o quasi, a pagare la taglia, tassa di ripartizione,
pesante, arbitraria e mutevole, riscossa da esattori contadini che sono
allo stesso tempo "tiranni e martiri", dovendo perseguire
i loro pari ed essendo personalmente responsabili dell'esazione dell'imposta.
Il contadino è soggetto al servizio nella milizia, che lo minaccia,
se è celibe, fino a 40 anni, e che, nonostante si basi sul sorteggio,
è in realtà arbitrario; egli è, inoltre, l'unico
sul quale gravi la cowée royale, in teoria destinata alla manutenzione
delle grandi vie di comunicazione, ma che in realtà va molto
spesso oltre questo requisito. Abbandonato dai nobili ed anche dai borghesi
che fuggono in città, attratti dai privilegi che vi si possono
godere e respinti dalla campagna dall'insolenza dei piccoli signori
locali, il villaggio è un concentrato di uomini miserabili, rozzi
e incolti, preda dell'arbitrio amministrativo. Esso appare tranquillamente
sottomesso, ma già, con lo spirito del secolo, qualche barlume
di rivolta inizia ad illuminare questi spiriti ottenebrati.
Al di sopra di questa massa, nobiltà e borghesia formano due
classi che sarebbero state in grado non solo di gestire gli affari locali,
ma di partecipare al governo del paese. Ma la loro rivalità non
costituisce più il nucleo dell'opera (come era stato, Sotto l'influenza
di Guizot, per il saggio del 1836). La dinamica che ha provocato la
lenta trasformazione della società francese viene ora attribuita
alla politica della monarchia.
Ciò che distingue la Francia dagli altri paesi europei, e le
dà un carattere particolare, è infatti la maggiore centralizzazione
amministrativa. Questo fatto fondamentale è stato "un'opera
che ha richiesto pazienza, abilità e tempo, più che forza
e pieni poteri"; ha richiesto la divisione tra le classi, che è
stata "il delitto della vecchia monarchia", ancora prima di
esserne la " giustificazione".
La centralizzazione non si è realizzata distruggendo le vecchie
autorità locali o provinciali, ma costruendo dalla base un'amministrazione
centralizzata che, con pretesti diversi, ha avocato a sé la gestione
degli affari, sottraendola alle competenze tradizionali. Tocqueville
ne descrive gli organi principali: il Consiglio del re, il Controllore
generale, del quale sottolinea la posizione di preminenza rispetto agli
altri ministri, i tribunali d'eccezione e, nelle province, gli intendenti
e i loro sottodelegati. Nasce cosf una nuova aristocrazia di servitori
dello Stato, nella quale i borghesi ricchi aspirano ad entrare acquistando
una carica. Parallelamente alla centralizzazione monarchica si crea
una centralizzazione geografica: Parigi diventa una capitale che assorbe
parte della vita provinciale di un tempo.
I privilegi della nobiltà sono privilegi onorifici ai quali,
come ogni casta, la nobiltà stessa si attacca tenacemente, ma
sono soprattutto privilegi personali degli aristocratici, come il pin'
appariscente: l'esenzione fiscale. Anche la borghesia detiene dei privilegi:
essa è divisa in un'infinità di piccoli corpi rivali,
ognuno dei quali gode di particolari favori od onori. Le classi superiori
sono dunque estremamente frammentate, e prive di qualsiasi responsabilità
verso i cittadini; Tocqueville parla a questo proposito di "individualismo
collettivo".
Ma l'elemento caratteristico del secolo è che spesso nobili e
borghesi sono simili quanto a ricchezze e lumi: gli uni hanno perduto
una parte dei loro beni, gli altri si sono arricchiti con il commercio
e l'industria, ma tutti sono stati influenzati allo stesso modo dallo
spirito del secolo. Essi sono prigionieri di fittizie "barriere"
sociali, separati soltanto da interessi divergenti, che però
non è possibile conciliare: non si convocano più non solo
gli Stati generali, ma nemmeno assemblee locali dove possano incontrarsi;
sono dunque condannati a rimanere nemici. E tuttavia, osserva Tocqueville,
questo dispotismo monarchico non sarebbe stato di ostacolo a qualche
forma di libertà: esso era troppo recente, e la libertà
troppo antica; e infatti questa ha a volte dato prove di forza che hanno
fatto indietreggiare il potere. La stessa monarchia, sempre bisognosa
di denaro, ha venduto cariche e uffici i cui titolari hanno conservato
una certa indipendenza. Questo fatto, in un popolo dal carattere indocile,
offriva alla libertà delle speranze di rinascita.
La terza parte abbandona la lunga durata delle trasformazioni sociali,
e tratteggia l'accelerazione prodottasi, per il sopraggiungere di nuovi
fattori, nella media e breve durata. Il primo fattore è, a partire
dalla metà del secolo, l'influenza dei filosofi e dei letterati,
la cui importanza si deve alla mancanza di esperienza politica delle
classi illuminate. Queste vengono attratte dalla proposta di "
sostituire norme semplici ed elementari, che hanno origine nella ragione
e nel diritto naturale, ai complicati costumi ... che reggono la società
del loro tempo".
Questi filosofi hanno distrutto la fede nel cristianesimo, permettendo
la nascita di una nuova razza di rivoluzionari dallo spirito privo di
limiti e costrizioni; ma il loro riformismo non intende distruggere
il potere del re, e Tocqueville esamina le idee degli Economisti, il
cui modello di società rafforza il potere statale.
Il regno di Luigi XVI, in secondo luogo, ha conosciuto una certa prosperità,
favorita dallo Stato; ma i controlli che questo esercita sull'industria
e sul commercio irritano finanzieri e imprenditori. Infine, negli ultimi
anni dell'Antico Regime, la monarchia stessa tenta di rendere di colpo
agli ordini della nazione la facoltà di decidere liberamente
sugli affari provinciali e municipali: questa vera e propria rivoluzione,
realizzata dall'alto e in modo affrettato e maldestro, ha l'effetto
di aumentare il disordine nel regno. Alla vigilia del 1789 i francesi
vogliono una maggiore uguaglianza e aspirano alla libertà, ma
non hanno una chiara idea delle condizioni che permetterebbero di realizzare
quest'ultima. Tocqueville, peraltro, rimane impreciso circa la rinascita
di questa idea di libertà che non è più il semplice
desiderio di un privilegio di classe.
Il successo di L 'Ancien Régime e la Revolution è incontesta
e, malgrado alcune critiche provenienti da ambienti governativi, e sorprende
sia il potere che l'autore. Si parla, alla sua uscita, di un risveglio
dell'opposizione. Al suo successo immediato contribuiscono le velate
allusioni al regime imperiale e la condanna del dispotismo e del culto
del denaro, ma una minoranza colta si rende conto del contributo innovativo
offerto da quest'opera all'interpretazione della storia francese. In
ogni caso, questo successo testimonia della vitalità delle idee
liberali.
Tocqueville, come annunciato nella premessa, intende proseguire la sua
opera. Ma prima di giungere ai due capitoli sul 18 brumaio e di continuare
con l'analisi del regime napoleonico, alla quale non intende rinunciare,
deve affrontare la rivoluzione vera e propria, scrivere un volume, o
mezzo volume, che potrebbe intitolarsi La Revolution.
Per questo è costretto a seguire uno schema cronologico. Ma non
intende fare un resoconto della Rivoluzione, che lo farebbe "morire
di noia"; la successione degli avvenimenti deve semplicemente fare
da sfondo alle diverse fasi dell'atteggiamento dei francesi nei confronti
del fenomeno. Questo problema sembra essere stato risolto solo nell'autunno
1857.
Per seguire l'evoluzione dell'opinione pubblica, Tocqueville intende
servirsi di fonti manoscritte, come i rapporti e la corrispondenza degli
amministratori; ma una fonte di primaria importanza è costituita
dagli opuscoli e dai pamphlets. Mentre attende a queste ricerche, la
pubblicazione del catalogo della Bibliothèque Nationale costituisce
per lui una fortuna insperata; la biblioteca gliene dona una copia,
e a lui è sufficiente indicare le opere che desidera consultare:
gliene vengono inviate in Normandia fino a 150 per volta. Avendo sentito
celebrare la ricca collezione di opuscoli rivoluzionari in possesso
del British Museum, Tocqueville si reca a Londra; qui constata l'importanza
della raccolta, ma non può lavorarvi perché queste opere
non sono catalogate.
Dall'ottobre 1857 può dedicarsi alla stesura della prima parte
della futura opera, sette capitoli i cui abbozzi costituiscono l'ultimo
testo da lui composto. Dopo aver rievocato l'inquietudine esistente
in Europa alla fine dell'Antico Regime e le speranze suscitate dalla
rivoluzione americana, egli segue l'evoluzione dell'opinione pubblica
in Francia dal 1787 alla riunione degli Stati generali nel maggio 1789;
dimostra che erano stati i privilegiati a sollevarsi per primi contro
il potere reale, e che il conflitto tra gli ordini ebbe inizio quando
quest'ultimo venne sconfitto. Si tratta di due idee estremamente nuove
e originali per l'epoca, che in seguito verranno ampiamente sviluppate:
la Rivoluzione francese trae origine da un disagio comune a tutta l'Europa,
prima della riunione degli Stati generali si è verificata una
rivoluzione aristocratica, che ha aperto la strada della Rivoluzione
vera e propria; nel 1789 "aveva già avuto luogo una grande
rivoluzione".
Ma allorché inizia la Rivolùzione vera e propria, si produce
tra i francesi, di fronte all'immensa opera che si sta per compiere,
un'ondata di sentimenti unitari e di entusiasmo collettivo: "Non
vi era .. un solo francese che non fosse convinto che non si sarebbe
trattato soltanto di cambiare il governo della Francia, bensf di introdurre
nel mondo dei nuovi pnna.pi di governo applicabili a tutti i popoli
e destinati a rinnovare l'intero corso delle vicende umane, e che non
ritenesse di avere nelle proprie mani non solo il futuro del suo paese,
ma il destino stesso della sua specie... Oso dire che sulla terra non
vi è che un popolo che possa offrire un simile spettacolo. Conosco
la mia nazione. Ne vedo anche troppo bene gli errori, le debolezze e
le miserie. Ma so anche di che cosa essa è capace. Vi sono imprese
che solo la nazione francese è in grado di concepire, e magnanime
decisioni che solo essa osa intraprendere. Essa sola può, un
certo giorno, voler abbracciare la causa dell'umanità intera
e voler combattere per essa. E anche se è soggetta a profonde
cadute, ha anche sublimi slanci che di colpo la portano a un livello
che un altro popolo non potrà mai raggiungere".
La prima parte di La Revolution, dunque, presenta uno sviluppo più
breve della terza e, naturalmente, della seconda parte di L 'Ancien
Régime.
Che cosa sarebbe stato del seguito? Nel 1858 Tocqueville lavora sul
periodo della Costituente, e in maggio, dovendo consultare gli archivi
dell'Hòtel de Ville, si reca a Parigi. Ma è malato, e
ritorna a Tocqueville; viene nella capitale solo per consultare il medico
Andral, allora molto noto, che gli ordina di trascorrere l'inverno sulla
Costa Azzurra. Vi si reca in novembre, con un viaggio molto faticoso;
muore a Cannes il 17 aprile 1859 Del seguito della sua opera Tocqueville
lasciò soltanto degli appunti di lettura o delle riflessioni
isolate. Si notano singolari lacune: non vi è alcuna menzione
dell'Assemblea legislativa e del Comitato di salute pubblica, né
alcun cenno al giacobinismo, un fenomeno politico sul quale aveva riflettuto
a lungo; e non vi è nulla sulla guerra rivoluzionaria, sebbene
egli si sia interessato alla diffusione delle idee rivoluzionarie al
di fuori della Francia.
Queste lacune si devono certo al fatto che la malattia e la morte l'hanno
sorpreso nel pieno del lavoro; ma va detto che Tocqueville non vedeva
nella Rivoluzione un mutamento fondamentale nella storia della Francia.
Egli era in primo luogo interessato alla continuità della centralizzazione
politica e amministrativa che, al di là degli avvenimenti rivoluzionari,
legava la Francia moderna a quella dell'Antico Regime. A suo avviso
l'instabilità dei regimi successivi era una conseguenza di questa
situazione: se i francesi non erano mai riusciti a fondare uno stato
liberale stabile, era perché non riformavano le loro istituzioni
in profondità, accontentandosi di "porre la testa della
libertà sopra un corpo di schiavo".
L 'Ancien Régime et la Revolution è un capitolo fondamentale
nella storiografia della Rivoluzione francese. Ne abbiamo sottolineato
l'originalità della documentazione, ma anche la problematica
presentava molti tratti di novità: quanto doveva la Francia moderna
alle istituzioni e ai costumi dell'Antico Regime, di cui l'Impero aveva
ripreso tanti elementi nel quadro di una struttura che ancora esiste?
L'opera di Tocqueville, a lungo trascurata anche dagli specialisti della
storia della Rivoluzione francese, si impone oggi alla riflessione degli
storici, dei sociologi e dei politici sia in Francia che all'estero.