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I moderni vincono gli antichi
Il Seicento è un secolo di fede e di passioni: fede religiosa riformata
e rinnovata, fede nella ragione, nel sapere dell'uomo, nell'ordine divino
e in una natura di cui è dato scoprire il volto umano: la razionalità.
Ed è nel corso del XVII secolo che i «moderni» decidono di
essere qualcosa di più degli «antichi», certamente uguali,
anzi superiori nella capacità di
emularli, superiori nelle scienze e nelle arti, nella tecnologia e nella
politica; per questo il Seicento si vuole «Grand siècle».
Se formalmente la disputa letteraria «sugli antichi e sui moderni»
si concluderà al finire del secolo all'insegna dell'affermazione, «i
veri antichi siamo noi moderni» (Fontenelle 1683, Perrault 1688),
la contiguità con il mondo classico è gia divenuta pratica di vita nelle
arti e nel pensiero, e su questa contiguità si fonda lo sforzo pedagogico
e la politica educativa di tutto il secolo.
Per consolidata convenzione il Seicento si definisce «età classica»
e, nel XVII secolo, il sentimento della modernità si consolida e si rafforza
nelle cultura come nel costume (e, perché no, nel consumo), la scoperta
del pianeta lontano della classicità (Atene e Roma) diviene amministrazione
del patrimonio recuperato nel corso del secolo precedente, l'imitazione
dei classici antichi diviene canone pedagogico generalizzato.
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Stabilità,
assolutismo, suddito
Luogo della grande costruzione dell'immaginario di un ordine sociale
solido e perenne dell'assolutismo, del sovrano e del suddito, il Seicento,
al primo contatto, può risultare estraneo alle nostre coscienze così pregne
di «mutamento», «democrazia», «cittadino».
Rispetto a queste mitologie del nostro quotidiano, le parole d'ordine
del Seicento sono alternative e addirittura rovesciate: «stabilità»,
«assolutismo», «suddito»; ma è proprio nella radicale
opposizione che finiremo per cogliere la sostanza comune dei miti e l'unica
dimensione del tempo alla quale questi concetti alternativi appartengono.
Ancora invaso dal presente interiore degli umanisti e tuttavia permissivo
di viaggi verso la nuova dimensione del futuro il Grand siècle
ci appare come il territorio contrastato di lotta tra passioni e ragione
e di un patto precario tra l'inquietudine del mutamento e la speranza
di stabilità.
La sequenza che regge e spiega la cultura del Seicento e quindi la struttura
del pensiero assolutista è, in sintesi estrema, la seguente: fede=ragione=ordine=natura=uomo.
La sequenza che regge il secolo dei Lumi si costituirà a partire da una
elisione del concetto di fede e da un diverso disporsi, da un «ordine»
diverso, degli altri vocaboli: natura=ragione=uomo=ordine. E, a voler
tracciare direttrici di lunga durata, quel che cambia sull'arco dei due
secoli, pur in virtù di un percorso tortuoso, è che lo specchio dell'uomo
europeo non riflette più le intime consonanze dell'io interiore col mondo,
ma le dissimmetrie tra cielo e terra, società e natura; lo specchio insomma
diviene un libro e la cosmogonia diverrà storiografia.
Nel Seicento il processo di modernizzazione del XVI secolo, di cui Bodin
e Montaigne sono testimoni e interpreti, procede, ma con fatica e in un
ordine del tempo che è «storia umana» al rallentatore. La
messa in moto del futuro principia infatti da un tempo piegato all'ambizione
della definitiva stabilità e di un completo equilibrio nei rapporti col
tempo mitico delle origini e dei primi principi.
Fino al 1789 il pensiero politico si muove alla ricerca di un ordine assoluto,
di un patto definitivo, di una gerarchia immutabile. Sono due secoli,
il Seicento e il Settecento, di corteggiamento del mito del potere e della
sovranità intesa come centralità dell'esperienza umana e specchio di un
nuovo ordine dell'universo. E in terra di Francia, più che altrove, questa
ricerca esasperata che coincide con la declamazione non troverà altro
sbocco che la Rivoluzione. Quella politica innanzitutto, ma anche quella
del tempo politico, una nuova manipolazione che conclude il cammino della
modernità aggiungendo alla trilogia del dispositivo ideologico (patto,
ordine, gerarchia) il nuovo mito della rivoluzione-progresso, cioè la
consapevolezza di poter liberamente e radicalmente riformulare le ragioni
e i contenuti dell'ordine mediante nuovi patti e una nuova gerarchia.
Prima di allora però, stabilità e mutamento, assolutismo e democrazia,
suddito e cittadino, sono immagini simmetriche prodotte da un unico ordine
del tempo.
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La
dissimulazione del mutamento
Nel Seicento il tempo è a più velocità, inganna e dissimula il mutamento:
quello del quotidiano è faticoso e confuso, ma quello della cultura corre
e incalza quello della politica che si vuole già «scienza»;
la storia esplora ancora con difficoltà le nuove dimensioni del pianeta
alla ricerca di somiglianze e simmetrie; il segno del futuro è una aspettativa
di stabilità. Enigmatico com'è, per effetto delle sue molteplici velocità
e dei suoi spazi aperti, per il lavorio incessante di decostruzione e
per le sorprendenti rivoluzioni del sapere, per le trasgressioni libertine
e le dissimetrie del Barocco, il Seicento oggi ci attrae non solo perché
è proprio nel correre dei suoi anni che l'Occidente decide di essere Europa,
ma perché ci trasmette un'atmosfera di incertezza che ci è familiare,
una pratica di rovesciamenti che ne fanno un luogo apparentemente alternativo
alla modernità, una postmodernità prima della modernità.
Secolo di stagnazione economica e di tempeste demografiche, il XVII secolo
dialoga con la morte e ne celebra il trionfo. Basta uno sguardo alla ritrattistica
fornitaci dalla pittura del tempo per vedere quanto gli abitatori dell'età
classica siano male in arnese: corpi macilenti, scavati, malati; il paese
di Cuccagna scompare dall'orizzonte dell'immaginario per far luogo alle
impiccagioni di massa e ai riti di purificazione delle pestilenze. Cicli
robusti di rivolte e un diffuso disordine sociale, fatto di microconflittualità
e di epidemie di devianza, aggravano questa gracilità biologica. Una prima
guerra Europea, e in certo senso mondiale, devasta per trent'anni il continente,
ma resta come un incubo strisciante nell'immaginario collettivo per un
tempo assai più lungo. E mentre le tradizionali aristocrazie in rapido
declino celebrano il «diritto di rivolta», le dottrine omicide
del tiranno fanno la moda di una violenza che scuote tutto il corpo sociale.
Poi la rivoluzione inglese materializza il primo mostro del pensiero politico
moderno: il Leviatano.
Cosicché il rovescio dell'età classica è il «secolo di ferro»,
tempo delle più grandi prove dell'Europa e della modernità: «non
voglio dir nulla dei costumi del tempo in cui viviamo» annota un
commentatore «posso solo garantire che non è dei migliori: è un
«secolo di ferro». Secolo di ferro e secolo di morte, di disperazione
e di dissimulazione della disperazione, del suo inganno: il barocco.
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Lidolatria
del potere
Ma il Seicento è sicuramente «classico» nel suo immaginario
politico e il tempo del potere diviene olimpico, immobile come l'eternità.
Vi è una sorta di idolatria del potere che caratterizza questo secolo
e fissa i contenuti profondi della modernità. Ed è qui l'uomo moderno,
esiliato da sé stesso si piega all'immagine che il sapere propone di lui
e della sua stessa natura. L'imitazione degli antichi si trasforma in
un vero e proprio trasferimento del potere dalla terra all'Olimpo e gli
antichi dèi si insediano a scapito dei comuni mortali.
Nel cerimoniale pubblico come nei riti della socialità, nella comunicazione
scritta e parlata del potere, nella produzione simbolica, l'invasione
della mitologia antica è generale quanto ridondante. I giardini di Versailles
sono un Olimpo, le feste del potere si celebrano sui Campi Elisi, le architetture
di Atene e di Roma si trasferiscono dalle scenografie teatrali ai luoghi
del quotidiano, l'etichetta di corte è una liturgia pagana.
L'isola di Utopia diviene un'isola della ragione artificialmente costruita,
ma il patto tra potere e sapere proposto da Bacone, in luogo di affrancare
gli uomini dalle loro fatiche, produce nuovi miti. Nessun secolo della
modernità ha concepito una più vasta celebrazione del potere (forse neppure
il totalitarismo del Novecento) o ne ha proposto una più intensa rappresentazione.
L'assolutismo è presunzione (o speranza) di fruizione della
sovranità regolatrice e garante dell'ordine sociale e, in questo
senso altro non è che un mito consapevolmente vissuto, razionalmente costruito
e organizzativamente gestito.
Si tratta sicuramente di un processo di una rassicurazione collettiva
contro la paura della dissoluzione che è progetto di definitiva egemonia
sul tempo e di una sua permanente occupazione da parte del potere mediante
la scrittura della storia. L'assolutismo seicentesco insegna però la minorità
dell'uomo rispetto al potere, crea un individualismo meccanicistico che
non ha più di umano e dalla società politica fa un Olimpo realizzato in
grado di dominare con poteri totalitari la natura.
Da dove viene questa eccentricità che trasferisce in terra gli ordini
celesti e modella il sociale con rinnovato vigore.
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Due
rivoluzioni: un salto nel buio
Naturalmente un approccio globale al Seicento non fa giustizia
di tutta la complessità del secolo fondativo dell'età moderna. La storiografia
di questi ultimi decenni, indagando il secolo al microscopio degli interessi
disciplinari, ha sezionato il flusso denso degli eventi e delle idee proponendo
itinerari interpretativi che segmentano l'età classica europea in cicli
temporali ben definiti. A osservare la storia della cultura seicentesca
è possibile, ad esempio, cogliere due grandi cicli: quello degli anni
1620-1630 (Galileo, Bacone, Keplero) e quello trionfante degli anni 1680-1690
(Newton, Leibniz) che, congiunti tra loro dal ponte cartesiano, conducono
il sentire della cultura europea dal mondo chiuso all'universo infinito.
Due grandi rivoluzioni scientifiche e due sfondamenti dello spazio e del
tempo. La piana superficie del mondo, circoscritta dal cerchio magico
della creazione cara agli umanisti, si incurva e si deforma per effetto
dell'eliocentrismo prima e poi della scoperta delle orbite ellittiche
che aprono la strada a una nuova geometria dell'universo. I moti inattesi
degli astri e le silenziose rivoluzioni dei corpi celesti non sono più
in grado di assicurare ospitalità agli ordini superiori della gerarchia
divina. La nuova cosmografia rescinde brutalmente il cielo dalla terra
e l'uomo europeo del Seicento si trova come alla deriva, eccentrico rispetto
al ruolo di primo attore della creazione. Il balzo dalla magia alla scienza,
dalle emozioni alla ragione, dal surriscaldato alambicco dell'alchimista
alle fredde leggi matematiche che svelano l'universo, risulta innanzi
tutto un balzo nel buio dell'infinito.
Declassato dal rango di primo attore a semplice comparsa della creazione,
l'uomo europeo si trova prigioniero della meccanica celeste, un
congegno a orologeria fatto di molle e ingranaggi, di misure esatte, che
si muove da sé e il cui moto, secondo Newton, è del tutto estraneo a ogni
intervento divino. D'ora in avanti
il cerchio (immobile orizzonte, finito, rassicurante, ospitale
e materno) non è più la figura guida per la geometrizzazione dell'universo
così come la città terrena cessa di essere lo specchio della sovrastante
città di Dio; le orbite ellittiche
scoperte da Keplero deformano le gerarchie dello spazio. Il cerchio
magico e primordiale, che fa della città l'ombelico del mondo e consente
di celebrare il mito delle origini fin dalla «notte dei tempi»,
è esiliato: l'uomo si insedia in uno spazio mobile, ignoto nei suoi possibili
confini, tutto da costruire mediante nuovi patti col tempo.
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Desacralizzazione
del tempo
Per quanto ci interessa, infatti, la rivoluzione scientifica
del XVII secolo ha d'un sol colpo laicizzato l'eternitas
e desacralizzato la temporalità. Galileo realizza il programma che aveva
proposto Aristotele nel IV secolo A.C.: il tempo altro non è che la misura
del moto e questo processo di matematizzazione del moto assicura un nuovo
dominio del tempo assoggettandolo al quantitativo. Eternitas,
aevum, tempus si confondono e divengono specie delle stesso genere;
nulla più che orologi la cui sincronizzazione consente di scoprire la
forza, e cioè il moto, dell'infinta pluralità dei corpi di cui si compone
l'universo. Alla fine del ciclo di questa rivoluzione culturale dell'Occidente,
Newton piega definitivamente la dimensione della temporalità alle leggi
del meccanicismo: il tempo, inelastico, scorre uniformemente: è universale,
assoluto e invariabile. Esso diviene la scena silenziosa e uniforme nella
quale si possono misurare i movimenti dei corpi. Nel suo permanere perenne
non vi è nulla di scritto però, non vi è confine e nessun disegno provvidenziale;
la sua superficie si presenta libera come una pagina bianca tutta da scrivere
al nuovo.
Assistiamo così a un evento, esaltante e devastante insieme, che suscita
nostalgie e sfide, un tormento tanto profondo da realizzare al tempo stesso
modernizzazione e rivolta contro la modernità: «Che mai facemmo
a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole?», scriverà
Nietzsche proclamando la sua ribellione contro la razionalità dello scientismo
seicentesco, «Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi?
Via da tutti i soli, non è il nostro un eterno precipitare? Non stiamo
forse vagando come attraverso un infinto nulla? Non alita su di noi lo
spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte? Sempre
più notte?». Orfano della protettiva cupola celeste, definitivamente
privo di comunicazioni lineari e dirette con la sfera del sacro sovrastante,
l'abitatore del Secolo classico, esprime tutte le sue incertezze e le
sue ambizioni nelle eccentricità del Barocco: il non finito, l'effimero,
il contradditorio. Perché, come sempre, quando si scoprono nuovi mondi
e quando scompaiono le immagini familiari dell'universo, quando insorgono
nuove cosmogonie, l'animo oscilla tra esaltazione e incertezza. L'eccitazione
e lo smarrimento precedono e accompagnano l'azione creativa.
Nuove cosmografie dunque e nuove mitologie che le raccontano. La risposta
della cultura seicentesca a questo balzo nel vuoto è obbligata e la offre
Cartesio; l'uomo, orfano del luogo delle origini, deve farsi «padrone
del mondo». Bacone, dal canto suo, non ha dubbi che occorra procedere
alla fondazione del regnum hominis.
I ponti con l'umanesimo e la devozione moderna per la natura cosmica si
erodono e si interrompono: il Seicento non promette ri-nascite, ma l'invenzione
di un uomo-meccanismo, fatto di materia in costante movimento, e la celebrazione
del soggetto e del suo potere. Semmai il Seicento promette rivoluzioni.
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Sacralizzazione
dello spazio sociale
Il riflesso di questi sconvolgimenti sul sentire politico
e sulle forme politiche è automatico: la desacralizzazione dello spazio
cosmico si traduce in una sacralizzazione dello spazio sociale e del potere
nel suo volto umano: il monarca.
Il tempo è una variabile esterna del moto la cui azione-forza è intrinseca
ai corpi. Scomparsi dai cieli, gli dèi scendono in terra, anzi
nascono proprio quaggiù. Questi dèi trascinano nella loro caduta
la temporalità, e così anche il tempo sacro si materializza in un flusso,
una quantità misurabile che, togliendo al presente la sua stilla di eternità,
lo dilata sulle superfici cronologicamente percorribili del passato. Il
luogo delle origini non è più da ricercarsi nell'attimo che precede la
creazione e neppure nella magia del cosmo che armonizza tutte le sostanze
della temporalità, ma nel movimento stesso del mondo. E anche il giardino
dell'Eden scompare dall'orizzonte perché la nuova cosmografia non è più
in grado di ospitarlo; il nuovo paradiso (che può essere anche un inferno)
sta in quella terra primordiale che è lo «stato di natura».
Della natura umana s'intende.
Il Seicento è un secolo di misure e della ricerca di esattezza nelle misure;
non per caso è anche il secolo della definitiva messa a punto dell'orologio
a pendolo e dell'imporsi del tempo quantitativo. Però l'oscillazione perpetua
del pendolo e il costante ruotare delle lancette non stanno più a indicare
la circolarità del tempo, la sua ripetitività; semplicemente ne testimoniano
il moto e ne fissano un ritmo. Così lo scienziato-ricercatore, il nuovo
stregone scoperto da Bacone nell'utopia rosacrociana di Atlantide, capace
di ascoltare e percepire le assonanze meccaniche della temporalità appena
scoperta da Keplero e Newton, diviene, nel Grand siècle, titolare
di una «scienza» del potere che ha il compito di svelarci
il moto dei «corpi» sociali e degli atomi che li compongono.
Manipolando gli eroi prodotti dal pensiero politico dei secoli
XV-XVI (il principe, il cortigiano, l'abitatore dell'isola di Utopia)
questo tecnico, scienziato politico, segretario di stato o consigliere
che sia, genera i nuovi dèi della modernità. E saranno questi a generare
i «nuovi» moderni: i «sudditi» in progressivo
allontanamento dal loro progenitore, il vir
virtutis.
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Le
divinità terrene
Giusto al mezzo dei due cicli forti della rivoluzione
scientifica seicentesca, Luigi XIV (1661) e il Leviatano (1651),
due divinità terrene, materializzano una teologia politica che rafforza
la modernità e propone un incombente ordine politico su una società costretta
ormai a scoprire la natura del suo autonomo moto, il suo ritmo cronologico
e le leggi che lo determinano.
La monarchia barocca e lo stato assoluto sono il fecondo risultato dell'incertezza
che consegue alla scomparsa del luogo delle origini modellato dal dialogo
solitario degli umanisti con il presente. Ora il tempo degli uomini, la
storia, pensata da Bodin come un tempo delegato e parallelo a quello del
disegno provvidenziale, si libera da ogni condizionamento e si mette davvero
in moto. E questo moto proprio, autonomo, assoluto (cioè sciolto da ogni
condizionamento, dotato di proprie leggi) come la sovranità ha un tratto
totalizzante.
Si tratta, è bene precisarlo, di un movimento appena avvertibile, nascosto
e costante come quello delle sfere celesti, paradossalmente immobile.
O per lo meno dotato di un moto al rallentatore perché l'atmosfera particolarmente
densa della cultura seicentesca filtra, deforma e sfuoca il «riflesso» della rivoluzione scientifica sul sentire politico.
Sicuramente nell'Europa del Grand siècle realizza una appropriata
massa critica per la messa in moto della Storia universale che diviene
il tempo sacro della modernità,
il racconto del potere che il filosofo deve celebrare. Densità demografica
innanzi tutto, densità delle comunicazioni, degli scambi, delle istituzioni,
concorrono a formare la massa critica appropriata per la più significativa
rivoluzione del sapere e del potere della modernità e decidono il destino
dell'Europa. L'abbrivio parte da qui. Una economia ormai planetaria, una
essenziale tecnologia capillarmente diffusa, una tenacia nel provare e
riprovare, un patto ferreo degli uomini tra loro e contro la natura, una
cosmografia tutta da riscrivere, gli strumenti intellettuali per scriverla
e un recinto sacro ormai in frantumi. E ancora, fondazione e crolli di
imperi, ricerca di un ordine politico definitivo per arginare e dominare
i flussi e riflussi misteriosi del tempo fino alla liberazione finale,
l'accelerazione degli anni 1680-1715; la freccia del tempo e il tempo
imprigionato in una storia dell'universo, tutta da inventare, dall'inizio
alla fine.
Solo allora ci si potrà porre il problema di coniugare il potere con un
tempo in continuo movimento: la Storia universale che il potere
racconterà di sé; per ora i nuovi ritmi dell'universo offrono al potere
di un uomo orfano della divinità il moto-immobile (un moto eterno) delle
sfere celesti che replica di continuo l'istante originario del «fiat»
divino. Cosicché, nel sentire politico, la disposizione della ragione
è quella di comporre le creazioni dell'immaginario in una radicale cosmogonia
del potere e dell'ordine assoluto che con la sua forza centripeta annuncia,
in certo senso, le rivelazioni di Newton.
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