parte istituzionale

Corso 2004-2005

approfondimento



Roberto Moro

Approccio al Seicento

1. I moderni vincono gli antichi 2. Stabilità, assolutismo, suddito
3. La dissimulazione del mutamento 4. L’idolatria del potere
5. Due rivoluzioni: un salto nel buio 6. Desacralizzazione del tempo
7. Sacralizzazione dello spazio sociale 8. Le divinità terrene

 

I moderni vincono gli antichi
Il Seicento è un secolo di fede e di passioni: fede religiosa riformata e rinnovata, fede nella ragione, nel sapere dell'uomo, nell'ordine divino e in una natura di cui è dato scoprire il volto umano: la razionalità. Ed è nel corso del XVII secolo che i «moderni» decidono di essere qualcosa di più degli «antichi», certamente uguali, anzi superiori nella capacità  di emularli, superiori nelle scienze e nelle arti, nella tecnologia e nella politica; per questo il Seicento si vuole «Grand siècle». Se formalmente la disputa letteraria «sugli antichi e sui moderni» si concluderà al finire del secolo all'insegna dell'affermazione, «i veri antichi siamo noi moderni» (Fontenelle 1683, Perrault 1688), la contiguità con il mondo classico è gia divenuta pratica di vita nelle arti e nel pensiero, e su questa contiguità si fonda lo sforzo pedagogico e la politica educativa di tutto il secolo.
Per consolidata convenzione il Seicento si definisce «età classica» e, nel XVII secolo, il sentimento della modernità si consolida e si rafforza nelle cultura come nel costume (e, perché no, nel consumo), la scoperta del pianeta lontano della classicità (Atene e Roma) diviene amministrazione del patrimonio recuperato nel corso del secolo precedente, l'imitazione dei classici antichi diviene canone pedagogico generalizzato.

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Stabilità, assolutismo, suddito
Luogo della grande costruzione dell'immaginario di un ordine sociale solido e perenne dell'assolutismo, del sovrano e del suddito, il Seicento, al primo contatto, può risultare estraneo alle nostre coscienze così pregne di «mutamento», «democrazia», «cittadino». Rispetto a queste mitologie del nostro quotidiano, le parole d'ordine del Seicento sono alternative e addirittura rovesciate: «stabilità», «assolutismo», «suddito»; ma è proprio nella radicale opposizione che finiremo per cogliere la sostanza comune dei miti e l'unica dimensione del tempo alla quale questi concetti alternativi appartengono. Ancora invaso dal presente interiore degli umanisti e tuttavia permissivo di viaggi verso la nuova dimensione del futuro il Grand siècle ci appare come il territorio contrastato di lotta tra passioni e ragione e di un patto precario tra l'inquietudine del mutamento e la speranza di stabilità.
La sequenza che regge e spiega la cultura del Seicento e quindi la struttura del pensiero assolutista è, in sintesi estrema, la seguente: fede=ragione=ordine=natura=uomo. La sequenza che regge il secolo dei Lumi si costituirà a partire da una elisione del concetto di fede e da un diverso disporsi, da un «ordine» diverso, degli altri vocaboli: natura=ragione=uomo=ordine. E, a voler tracciare direttrici di lunga durata, quel che cambia sull'arco dei due secoli, pur in virtù di un percorso tortuoso, è che lo specchio dell'uomo europeo non riflette più le intime consonanze dell'io interiore col mondo, ma le dissimmetrie tra cielo e terra, società e natura; lo specchio insomma diviene un libro e la cosmogonia diverrà storiografia.
Nel Seicento il processo di modernizzazione del XVI secolo, di cui Bodin e Montaigne sono testimoni e interpreti, procede, ma con fatica e in un ordine del tempo che è «storia umana» al rallentatore. La messa in moto del futuro principia infatti da un tempo piegato all'ambizione della definitiva stabilità e di un completo equilibrio nei rapporti col tempo mitico delle origini e dei primi principi.
Fino al 1789 il pensiero politico si muove alla ricerca di un ordine assoluto, di un patto definitivo, di una gerarchia immutabile. Sono due secoli, il Seicento e il Settecento, di corteggiamento del mito del potere e della sovranità intesa come centralità dell'esperienza umana e specchio di un nuovo ordine dell'universo. E in terra di Francia, più che altrove, questa ricerca esasperata che coincide con la declamazione non troverà altro sbocco che la Rivoluzione. Quella politica innanzitutto, ma anche quella del tempo politico, una nuova manipolazione che conclude il cammino della modernità aggiungendo alla trilogia del dispositivo ideologico (patto, ordine, gerarchia) il nuovo mito della rivoluzione-progresso, cioè la consapevolezza di poter liberamente e radicalmente riformulare le ragioni e i contenuti dell'ordine mediante nuovi patti e una nuova gerarchia. Prima di allora però, stabilità e mutamento, assolutismo e democrazia, suddito e cittadino, sono immagini simmetriche prodotte da un unico ordine del tempo.

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La dissimulazione del mutamento
Nel Seicento il tempo è a più velocità, inganna e dissimula il mutamento: quello del quotidiano è faticoso e confuso, ma quello della cultura corre e incalza quello della politica che si vuole già «scienza»; la storia esplora ancora con difficoltà le nuove dimensioni del pianeta alla ricerca di somiglianze e simmetrie; il segno del futuro è una aspettativa di stabilità. Enigmatico com'è, per effetto delle sue molteplici velocità e dei suoi spazi aperti, per il lavorio incessante di decostruzione e per le sorprendenti rivoluzioni del sapere, per le trasgressioni libertine e le dissimetrie del Barocco, il Seicento oggi ci attrae non solo perché è proprio nel correre dei suoi anni che l'Occidente decide di essere Europa, ma perché ci trasmette un'atmosfera di incertezza che ci è familiare, una pratica di rovesciamenti che ne fanno un luogo apparentemente alternativo alla modernità, una postmodernità prima della modernità.
Secolo di stagnazione economica e di tempeste demografiche, il XVII secolo dialoga con la morte e ne celebra il trionfo. Basta uno sguardo alla ritrattistica fornitaci dalla pittura del tempo per vedere quanto gli abitatori dell'età classica siano male in arnese: corpi macilenti, scavati, malati; il paese di Cuccagna scompare dall'orizzonte dell'immaginario per far luogo alle impiccagioni di massa e ai riti di purificazione delle pestilenze. Cicli robusti di rivolte e un diffuso disordine sociale, fatto di microconflittualità e di epidemie di devianza, aggravano questa gracilità biologica. Una prima guerra Europea, e in certo senso mondiale, devasta per trent'anni il continente, ma resta come un incubo strisciante nell'immaginario collettivo per un tempo assai più lungo. E mentre le tradizionali aristocrazie in rapido declino celebrano il «diritto di rivolta», le dottrine omicide del tiranno fanno la moda di una violenza che scuote tutto il corpo sociale. Poi la rivoluzione inglese materializza il primo mostro del pensiero politico moderno: il Leviatano.
Cosicché il rovescio dell'età classica è il «secolo di ferro», tempo delle più grandi prove dell'Europa e della modernità: «non voglio dir nulla dei costumi del tempo in cui viviamo» annota un commentatore «posso solo garantire che non è dei migliori: è un «secolo di ferro». Secolo di ferro e secolo di morte, di disperazione e di dissimulazione della disperazione, del suo inganno: il barocco.

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L’idolatria del potere
Ma il Seicento è sicuramente «classico» nel suo immaginario politico e il tempo del potere diviene olimpico, immobile come l'eternità. Vi è una sorta di idolatria del potere che caratterizza questo secolo e fissa i contenuti profondi della modernità. Ed è qui l'uomo moderno, esiliato da sé stesso si piega all'immagine che il sapere propone di lui e della sua stessa natura. L'imitazione degli antichi si trasforma in un vero e proprio trasferimento del potere dalla terra all'Olimpo e gli antichi dèi si insediano a scapito dei comuni mortali.
Nel cerimoniale pubblico come nei riti della socialità, nella comunicazione scritta e parlata del potere, nella produzione simbolica, l'invasione della mitologia antica è generale quanto ridondante. I giardini di Versailles sono un Olimpo, le feste del potere si celebrano sui Campi Elisi, le architetture di Atene e di Roma si trasferiscono dalle scenografie teatrali ai luoghi del quotidiano, l'etichetta di corte è una liturgia pagana.
L'isola di Utopia diviene un'isola della ragione artificialmente costruita, ma il patto tra potere e sapere proposto da Bacone, in luogo di affrancare gli uomini dalle loro fatiche, produce nuovi miti. Nessun secolo della modernità ha concepito una più vasta celebrazione del potere (forse neppure il totalitarismo del Novecento) o ne ha proposto una più intensa rappresentazione.
L'assolutismo è presunzione (o speranza) di fruizione della  sovranità regolatrice e garante dell'ordine sociale e, in questo senso altro non è che un mito consapevolmente vissuto, razionalmente costruito e organizzativamente gestito.
Si tratta sicuramente di un processo di una rassicurazione collettiva contro la paura della dissoluzione che è progetto di definitiva egemonia sul tempo e di una sua permanente occupazione da parte del potere mediante la scrittura della storia. L'assolutismo seicentesco insegna però la minorità dell'uomo rispetto al potere, crea un individualismo meccanicistico che non ha più di umano e dalla società politica fa un Olimpo realizzato in grado di dominare con poteri totalitari la natura.
Da dove viene questa eccentricità che trasferisce in terra gli ordini celesti e modella il sociale con rinnovato vigore.

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Due rivoluzioni: un salto nel buio
Naturalmente un approccio globale al Seicento non fa giustizia di tutta la complessità del secolo fondativo dell'età moderna. La storiografia di questi ultimi decenni, indagando il secolo al microscopio degli interessi disciplinari, ha sezionato il flusso denso degli eventi e delle idee proponendo itinerari interpretativi che segmentano l'età classica europea in cicli temporali ben definiti. A osservare la storia della cultura seicentesca è possibile, ad esempio, cogliere due grandi cicli: quello degli anni 1620-1630 (Galileo, Bacone, Keplero) e quello trionfante degli anni 1680-1690 (Newton, Leibniz) che, congiunti tra loro dal ponte cartesiano, conducono il sentire della cultura europea dal mondo chiuso all'universo infinito.
Due grandi rivoluzioni scientifiche e due sfondamenti dello spazio e del tempo. La piana superficie del mondo, circoscritta dal cerchio magico della creazione cara agli umanisti, si incurva e si deforma per effetto dell'eliocentrismo prima e poi della scoperta delle orbite ellittiche che aprono la strada a una nuova geometria dell'universo. I moti inattesi degli astri e le silenziose rivoluzioni dei corpi celesti non sono più in grado di assicurare ospitalità agli ordini superiori della gerarchia divina. La nuova cosmografia rescinde brutalmente il cielo dalla terra e l'uomo europeo del Seicento si trova come alla deriva, eccentrico rispetto al ruolo di primo attore della creazione. Il balzo dalla magia alla scienza, dalle emozioni alla ragione, dal surriscaldato alambicco dell'alchimista alle fredde leggi matematiche che svelano l'universo, risulta innanzi tutto un balzo nel buio dell'infinito.
Declassato dal rango di primo attore a semplice comparsa della creazione,  l'uomo europeo si trova prigioniero della meccanica celeste, un congegno a orologeria fatto di molle e ingranaggi, di misure esatte, che si muove da sé e il cui moto, secondo Newton, è del tutto estraneo a ogni intervento divino. D'ora in avanti  il cerchio (immobile orizzonte, finito, rassicurante, ospitale e materno) non è più la figura guida per la geometrizzazione dell'universo così come la città terrena cessa di essere lo specchio della sovrastante città di Dio; le orbite ellittiche  scoperte da Keplero deformano le gerarchie dello spazio. Il cerchio magico e primordiale, che fa della città l'ombelico del mondo e consente di celebrare il mito delle origini fin dalla «notte dei tempi», è esiliato: l'uomo si insedia in uno spazio mobile, ignoto nei suoi possibili confini, tutto da costruire mediante nuovi patti col tempo.

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Desacralizzazione del tempo
Per quanto ci interessa, infatti, la rivoluzione scientifica del XVII secolo ha d'un sol colpo laicizzato l'eternitas e desacralizzato la temporalità. Galileo realizza il programma che aveva proposto Aristotele nel IV secolo A.C.: il tempo altro non è che la misura del moto e questo processo di matematizzazione del moto assicura un nuovo dominio del tempo assoggettandolo al quantitativo. Eternitas, aevum, tempus si confondono e divengono specie delle stesso genere; nulla più che orologi la cui sincronizzazione consente di scoprire la forza, e cioè il moto, dell'infinta pluralità dei corpi di cui si compone l'universo. Alla fine del ciclo di questa rivoluzione culturale dell'Occidente, Newton piega definitivamente la dimensione della temporalità alle leggi del meccanicismo: il tempo, inelastico, scorre uniformemente: è universale, assoluto e invariabile. Esso diviene la scena silenziosa e uniforme nella quale si possono misurare i movimenti dei corpi. Nel suo permanere perenne non vi è nulla di scritto però, non vi è confine e nessun disegno provvidenziale; la sua superficie si presenta libera come una pagina bianca tutta da scrivere al nuovo.
Assistiamo così a un evento, esaltante e devastante insieme, che suscita nostalgie e sfide, un tormento tanto profondo da realizzare al tempo stesso modernizzazione e rivolta contro la modernità: «Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole?», scriverà Nietzsche proclamando la sua ribellione contro la razionalità dello scientismo seicentesco, «Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli, non è il nostro un eterno precipitare? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinto nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte? Sempre più notte?». Orfano della protettiva cupola celeste, definitivamente privo di comunicazioni lineari e dirette con la sfera del sacro sovrastante, l'abitatore del Secolo classico, esprime tutte le sue incertezze e le sue ambizioni nelle eccentricità del Barocco: il non finito, l'effimero, il contradditorio. Perché, come sempre, quando si scoprono nuovi mondi e quando scompaiono le immagini familiari dell'universo, quando insorgono nuove cosmogonie, l'animo oscilla tra esaltazione e incertezza. L'eccitazione e lo smarrimento precedono e accompagnano l'azione creativa.
Nuove cosmografie dunque e nuove mitologie che le raccontano. La risposta della cultura seicentesca a questo balzo nel vuoto è obbligata e la offre Cartesio; l'uomo, orfano del luogo delle origini, deve farsi «padrone del mondo». Bacone, dal canto suo, non ha dubbi che occorra procedere alla fondazione del regnum hominis. I ponti con l'umanesimo e la devozione moderna per la natura cosmica si erodono e si interrompono: il Seicento non promette ri-nascite, ma l'invenzione di un uomo-meccanismo, fatto di materia in costante movimento, e la celebrazione del soggetto e del suo potere. Semmai il Seicento promette rivoluzioni.

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Sacralizzazione dello spazio sociale 
Il riflesso di questi sconvolgimenti sul sentire politico e sulle forme politiche è automatico: la desacralizzazione dello spazio cosmico si traduce in una sacralizzazione dello spazio sociale e del potere nel suo volto umano: il monarca.
Il tempo è una variabile esterna del moto la cui azione-forza è intrinseca ai corpi. Scomparsi dai cieli, gli dèi scendono in terra, anzi nascono proprio quaggiù. Questi dèi trascinano nella loro caduta la temporalità, e così anche il tempo sacro si materializza in un flusso, una quantità misurabile che, togliendo al presente la sua stilla di eternità, lo dilata sulle superfici cronologicamente percorribili del passato. Il luogo delle origini non è più da ricercarsi nell'attimo che precede la creazione e neppure nella magia del cosmo che armonizza tutte le sostanze della temporalità, ma nel movimento stesso del mondo. E anche il giardino dell'Eden scompare dall'orizzonte perché la nuova cosmografia non è più in grado di ospitarlo; il nuovo paradiso (che può essere anche un inferno) sta in quella terra primordiale che è lo «stato di natura». Della natura umana s'intende.
Il Seicento è un secolo di misure e della ricerca di esattezza nelle misure; non per caso è anche il secolo della definitiva messa a punto dell'orologio a pendolo e dell'imporsi del tempo quantitativo. Però l'oscillazione perpetua del pendolo e il costante ruotare delle lancette non stanno più a indicare la circolarità del tempo, la sua ripetitività; semplicemente ne testimoniano il moto e ne fissano un ritmo. Così lo scienziato-ricercatore, il nuovo stregone scoperto da Bacone nell'utopia rosacrociana di Atlantide, capace di ascoltare e percepire le assonanze meccaniche della temporalità appena scoperta da Keplero e Newton, diviene, nel Grand siècle, titolare di una «scienza» del potere che ha il compito di svelarci il moto dei «corpi» sociali e degli atomi che li compongono.  Manipolando gli eroi prodotti dal pensiero politico dei secoli XV-XVI (il principe, il cortigiano, l'abitatore dell'isola di Utopia) questo tecnico, scienziato politico, segretario di stato o consigliere che sia, genera i nuovi dèi della modernità. E saranno questi a generare i «nuovi» moderni: i «sudditi» in progressivo allontanamento dal loro progenitore, il vir virtutis.

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Le divinità terrene 
Giusto al mezzo dei due cicli forti della rivoluzione scientifica seicentesca, Luigi XIV (1661) e il Leviatano (1651), due divinità terrene, materializzano una teologia politica che rafforza la modernità e propone un incombente ordine politico su una società costretta ormai a scoprire la natura del suo autonomo moto, il suo ritmo cronologico e le leggi che lo determinano.
La monarchia barocca e lo stato assoluto sono il fecondo risultato dell'incertezza che consegue alla scomparsa del luogo delle origini modellato dal dialogo solitario degli umanisti con il presente. Ora il tempo degli uomini, la storia, pensata da Bodin come un tempo delegato e parallelo a quello del disegno provvidenziale, si libera da ogni condizionamento e si mette davvero in moto. E questo moto proprio, autonomo, assoluto (cioè sciolto da ogni condizionamento, dotato di proprie leggi) come la sovranità ha un tratto totalizzante.
Si tratta, è bene precisarlo, di un movimento appena avvertibile, nascosto e costante come quello delle sfere celesti, paradossalmente immobile. O per lo meno dotato di un moto al rallentatore perché l'atmosfera particolarmente densa della cultura seicentesca filtra, deforma e sfuoca il «riflesso» della rivoluzione scientifica sul sentire politico.
Sicuramente nell'Europa del Grand siècle realizza una appropriata massa critica per la messa in moto della Storia universale che diviene il  tempo sacro della modernità, il racconto del potere che il filosofo deve celebrare. Densità demografica innanzi tutto, densità delle comunicazioni, degli scambi, delle istituzioni, concorrono a formare la massa critica appropriata per la più significativa rivoluzione del sapere e del potere della modernità e decidono il destino dell'Europa. L'abbrivio parte da qui. Una economia ormai planetaria, una essenziale tecnologia capillarmente diffusa, una tenacia nel provare e riprovare, un patto ferreo degli uomini tra loro e contro la natura, una cosmografia tutta da riscrivere, gli strumenti intellettuali per scriverla e un recinto sacro ormai in frantumi. E ancora, fondazione e crolli di imperi, ricerca di un ordine politico definitivo per arginare e dominare i flussi e riflussi misteriosi del tempo fino alla liberazione finale, l'accelerazione degli anni 1680-1715; la freccia del tempo e il tempo imprigionato in una storia dell'universo, tutta da inventare, dall'inizio alla fine.
Solo allora ci si potrà porre il problema di coniugare il potere con un tempo in continuo movimento: la Storia universale che il potere racconterà di sé; per ora i nuovi ritmi dell'universo offrono al potere di un uomo orfano della divinità il moto-immobile (un moto eterno) delle sfere celesti che replica di continuo l'istante originario del «fiat» divino. Cosicché, nel sentire politico, la disposizione della ragione è quella di comporre le creazioni dell'immaginario in una radicale cosmogonia del potere e dell'ordine assoluto che con la sua forza centripeta annuncia, in certo senso, le rivelazioni di Newton.

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