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La tragedia fondamentale
della storia tedesca
Alla luminosa fioritura del genio europeo che si associa per
noi ai nomi di Shakespeare e di Cervantes, seguì immediatamente una
catastrofe che piombò gran parte dell'Europa centrale in un abisso
d'infelicità e di barbarie. La guerra dei trent'anni, iniziatasi con
una rivolta religiosa nella Boemia, avrebbe potuto facilmente essere
isolata, ma, non trovando invece ostacolo alcuno, travolse nella lotta,
quantunque in grado diverso, quasi tutti gli stati europei. Tuttavia,
benché Danimarca e Svezia, Francia e Inghilterra, Savoia e Paesi Bassi
rappresentassero una parte nella tragedia, principale teatro della
guerra fu sempre l'impero tedesco, e primi a soffrirne il popolo tedesco
e il boemo. La natura non aveva favorito i tedeschi, tagliati fuori,
per la loro posizione geografica, dalle imprese coloniali che, nel
diciassettesimo secolo, avevano arricchito le potenze oceaniche. A
questo ostacolo di natura geografica si aggiunse ora la depressione
sociale, prodotta dalle devastazioni di una guerra condotta con una
ferocia di cui la storia offre pochi esempi. È impossibile
in verità esagerare le sofferenze degl'inermi contadini dell'impero
tedesco in questi tempi di ferro: saccheggi, carestia, fame, persino
cannibalismo. Interi villaggi scomparvero e, come sempre accade in
epoche di estrema e disperata calamità, i freni morali si allentarono,
dando luogo a scoppi selvaggi di dissolutezza. All'inizio del secolo
sedicesimo, la Germania era in primo piano nella civiltà europea.
Alla fine della guerra dei trent'anni (1648), priva di letteratura
e di arte, appesantita da una lingua quasi incomprensibile, appariva,
quanto a modi e costumi sociali, di poco superiore alla barbarie moscovita.
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Ferdinando II
Primum mobile della guerra fu un gesuita coronato. Giudicato
alla luce dei mutamenti attuati per sua personale iniziativa, Ferdinando
di Stiria (1619-37), divenuto più tardi l'imperatore Ferdinando II,
dev'esser considerato come uno dei grandi uomini d'azione del secolo.
Fu il primo allievo di un collegio di gesuiti che salisse al trono
imperiale; e sulla sua intelligenza angusta, esasperata e permeata
dalla dottrina gesuitica, dominava un'unica passione, un unico scopo:
odiava i protestanti e stabilì di sradicarli dai suoi dominii.
Con una risoluta politica di persecuzione, iniziata nella Stiria (1598),
continuata nella Boemia, e diffusa in lungo e in largo per tutti i
suoi possedimenti austriaci, riuscì nel suo scopo di «liquidare»
gli eretici e di concentrare tutta la vita intellettuale e religiosa
del regno sotto il ferreo dominio dell'ordine dei gesuiti. Ma terribile
prezzo della sua vittoria fu il violento sovvertimento di tutta l'impalcatura
della società boema e, tra l'altro, lo scoppio della guerra dei Trent'anni.
Pochi sono gli uomini onesti, devoti e coerenti come lui che abbiano
attirato sul mondo sì gran valanga di miserie, imponendo allo spirito
di un popolo un così lungo periodo di costrizione teologica.
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Carattere generale
della guerra
La lunga e rovinosa lotta non fu però combattuta per scopi
insignificanti; si trattava di decidere se la Germania dovesse essere
strappata alla Controriforma, con grave danno dell'avanzata dei gesuiti,
conservando alla chiesa luterana e alla calvinista il dominio su grandi
tratti dell'Europa centrale. Ma la religione, pur essendo il motivo
fondamentale e appassionante non era allora, come forse non fu mai,
l'unico che operasse sullo spirito degli statisti.
La guerra dei trent'anni rivelò nel modo più lampante l'impossibilità
della Germania a riunirsi nuovamente sotto una forte costituzione
imperiale. Dimostrò che anche i prìncipi tedeschi, fautori
della chiesa romana, erano anzitutto preoccupati della propria posizione
territoriale e, piuttosto che cercar di ridare all'impero cattolico
una posizione di vera autorità nella Germania, preferivano rimaner
neutrali o addirittura allearsi coi francesi: cosicché la guerra,
perpetuando le divisioni religiose della Germania, ne confermò pur
l'anarchia politica. Ma esisteva un altro problema politico che entrava
largamente nei motivi dell'epoca ed ebbe gran peso nella definitiva
sistemazione ottenuta con la pace di Westfalia (1648). A chi spettava
il dominio del Baltico? La grande epoca della Lega anseatica era ormai
tramontata. Da tempo Lisbona e Anversa, Amsterdam
e Londra avevano superato di gran lunga, dopo l'apertura delle nuove
vie oceaniche, Lubecca e Rostock, Stralsund e Danzica. Pretendenti
alla supremazia nel Baltico non erano più le repubbliche tedesche
della Lega, ma i regni rivali di Danimarca, Svezia e Polonia, formidabile
il primo per il suo dominio sul Sund e la sua occupazione delle tre
provincie svedesi meridionali, e il secondo per l'energia e intelligenza
dei suoi re eccezionali, mentre la Polonia, governata da un principe
cattolico della casa dei Vasa, pareva annunziare che un giorno anche
la Svezia sarebbe sottoposta ai dominio straniero dei gesuiti e degli
slavi.
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Compito della
Svezia
È perciò caratteristico della guerra dei trent'anni
che gli svedesi, pur combattendo per la causa protestante e contribuendo
in modo decisivo alla sua definitiva vittoria, si preoccupassero anche
vivamente di conquistare il dominio politico e commerciale della costa
baltica meridionale e la libertà del Sund per il loro commercio, e
che si servissero della guerra religiosa della Germania per raggiungere
i loro scopi, trovandosi, alla fine, in virtù delle loro conquiste
tedesche, padroni del Baltico e con un posto predominante nella Dieta.
L'epoca della Russia non era ancor giunta; e le provincie baltiche
le furono facilmente strappate dagli svedesi. Quanto agli Hohenzollern
del Brandeburgo, a cui doveva in definitiva toccarne il possesso,
il mare li separava dalla Pomerania e tenevano la Prussia orientale
come feudo polacco. Era l'ora della Svezia. Per la prima volta, dopo
le migrazioni gotiche, questo paese povero e sterile che contava un
milione e mezzo di abitanti, ricomparve sulla scena della politica
mondiale, contribuendo allo svolgimento della storia. Un grande re,
appartenente a una dinastia eccezionale per talento ed energia, con
radici profonde nell'affetto e nella devozione dei contadini, sorse
come campione della religione protestante, fece della Svezia una potenza
di prim'ordine e con una serie di brillanti vittorie, in gran parte
finanziate dalla Francia, trasformò il Baltico in un lago svedese.
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Insurrezione
protestante in Boemia
Esistono, nella storia dei popoli, momenti in cui cause diverse
cospirano a eccitare pericolosamente la pubblica opinione. Il centenario
della Riforma Protestante (1617) segnò appunto un momento simile.
Da tempo le discordie religiose nell'Europa centrale minacciavano
un'esplosione generale. Vi erano stati incidenti gravi, persino piccoli
scoppi di guerra aperta, fortunatamente circoscritti, come a Colonia
nel 1580, e un'agitazione così diffusa da giustificare la formazione
di una Unione evangelica armata difensiva (1608), cui si oppose immediatamente
una Lega cattolica, appoggiata dalla Spagna. Soltanto l'assassinio
di Enrico IV di Francia impedì, nel 1610, una guerra generale per
la successione ai ducati di Clèves-Jülich. Ed ecco, proprio nell'anno
del centenario, quando più ardeva la battaglia dei libelli contrastanti,
nell'atmosfera fatta rovente dalle recriminazioni dei teologi rivali,
la notizia che Ferdinando, il persecutore dei protestanti della Stiria,
era salito al trono d'Ungheria e di Boemia ed era designato a succedere
nell'impero all'anziano cugino Mattia.
I protestanti di Boemia, benché abbastanza numerosi e potenti per
ottenere dall'imperatore Rodolfo uno statuto di tolleranza (Litterae
majestaticae del luglio 1609), non avendo parte alcuna nel congegno
del governo, avevan dovuto vedere l'amato statuto amministrato in
senso contrario ai loro interessi dal gruppo di reggenti o ministri
reali, incaricati dall'imperatore Mattia del governo del paese. Le
litterae majestaticae concedevano ai nobili e alle città reali
della Boemia, della Slesia e della Lusazia il diritto di costruire
templi e di praticare la forma boema del luteranesimo. In due posti
soltanto, si diceva, a Braunau e Klostergrab, tale diritto era stato
reso vano dall'intolleranza del clero cattolico, appoggiato dall'autorità
imperiale. La chiesa protestante di Klostergrab era stata abbattuta;
imprigionati, a Braunau, i protestanti che si agitavano contro la
persecuzione cattolica. Se tutto ciò avveniva sotto il governo di
Mattia, che potevano mai sperare i protestanti da Ferdinando? Già
la notizia che il persecutore dei protestanti della Stiria era re
e sarebbe presto imperatore aveva riempito di gioia tutti i gesuiti
del paese. Ecco perché, sotto la guida di un nobile calvinista, Enrico
Mattia di Thurn, i protestanti boemi decisero d'insorgere.
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La defenestrazione di Praga
A un decreto reale che proibiva ai protestanti di riunirsi
in assemblea, i nobili boemi risposero con la famosa «defenestrazione
di Praga», prima scintilla della lunga guerra. Il peso dell'odiosa
politica reale ricadeva su due ministri cattolici, Martinitz e Slawata,
legati in modo particolare all'ultimo impopolare governo. Durante
una violenta intervista nel Hradshin, il grande palazzo-fortezza che
si erge cupo al disopra della città, questi due uomini e il loro segretario
privato furon gettati da una finestra nel fossato del castello, con
atto di collera premeditata, inteso a dimostrare agli interessati
che la pazienza dei protestanti boemi era ormai esaurita e i calvinisti
finalmente decisi a colpire.
Una grande opportunità si offriva ora all'elettore luterano di Sassonia
e all'Unione Evangelica. Se si fosse ben chiarito, a vantaggio di
questo potente gruppo di prìncipi tedeschi, che le litterae
majestaticae dovevano essere rispettate, e si fosse convinto il
collegio elettorale a insistere su di esse come condizione indispensabile
per l'elezione di Ferdinando a imperatore, forse la Boemia si sarebbe
calmata e si sarebbe evitata la guerra. Ma l'Unione Evangelica non
era formata da un gruppo di uomini valorosi e intelligenti. Non combatté
la ribellione, ma neanche seppe darle attivo aiuto, e Ferdinando salì
al trono senza incontrare opposizione (1619).
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Il conte Palatino
e la corona della Boemia
Il protestantesimo boemo non era stato mai né forte né unito,
e, se non trovava alleati, doveva inevitabilmente perire. In oriente
sperava nei turchi, nei protestanti ungheresi e nell'incerto appoggio
di un misterioso e barbaro principe calvinista della Transilvania,
chiamato Bethlen Gabor; a sud nei protestanti dell'Austria; a ovest,
poiché la Sassonia era inerte e impotente, nel Palatinato, vigorosa
fortezza del calvinismo. Deposto Ferdinando, i boemi offrirono la
corona a Federico V, l'elettore Palatino, o, come lo si chiamava allora
in Inghilterra, il «Palgravio».
Era naturale che i puritani inglesi, dominanti ormai a Westminster,
considerassero il Conte Palatino come il campione della causa protestante
sul continente. Sua madre era figlia di Guglielmo il Silenzioso; sua
moglie, l'affascinante Elisabetta, figlia di Giacomo I, il re inglese
allora regnante. Ogni protestante inglese non privo di coraggio era
disposto a impugnare la spada per la principessa inglese, il cui giovane
marito tedesco pareva destinato a guidare la rivolta contro l'Austria
e la Spagna. A Londra era assai popolare l'idea che si dovessero mandare
truppe inglesi a difendere il Palatinato mentre il Conte Palatino
muoveva alla riscossa della Boemia.
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Responsabilità
di Giacomo di Inghilterra
Giacomo I però non condivideva questo entusiasmo naturale,
innebriante, ma ben poco saggio. E bisogna riconoscere che, in un
certo senso, questo re pedantesco era più illuminato dei suoi sudditi.
Credeva nella possibilità di un'unione profonda tra l'Inghilterra
e la Scozia e pensava che, dopo le lunghe e sanguinose lotte religiose,
era ormai tempo che regnasse in Europa un po' di pace e di tolleranza.
Conchiuse perciò, nel 1604, una pace impopolare con la Spagna e, sedotto
da un compìto e affascinante ambasciatore, stava appunto combinando
per suo figlio un matrimonio spagnolo altrettanto impopolare quando
si trovò a dover rispondere all'offerta boema e al deciso sentimento
dei suoi sudditi.
Un saggio e preveggente statista avrebbe cercato in ogni modo di dissuadere
il Conte Palatino dall'iniziare un'impresa disperata, destinata a
trascinare in guerra l'Europa tutta, dai Carpazi sino al Reno. Ma
Giacomo non volle usare presso il genero dell'efficacia di cui avrebbe
indubbiamente potuto giovarsi, e dobbiamo perciò considerarlo in gran
parte responsabile dei mali che seguirono.
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La battaglia della Montagna
Bianca
Ed eccone le conseguenze. Il Conte Palatino, che non era
affatto un campione, ma un giovane inesperto e piuttosto timido, cedette
alla pressione degli scalmanati calvinisti e, senza pensare al seguito,
si lasciò incoronare re di Boemia. Un'aspra battaglia sulla Montagna
Bianca, a poche miglia fuori di Praga (novembre 1620), bastò per decidere
il suo fato. Un valoroso avrebbe forse tentato di radunare intorno
a sé i fuggitivi. Il giovane calvinista invece si limitò a fuggire
con la sua graziosa moglie, abbandonando i protestanti di Boemia alla
mercé di Ferdinando; il quale, appoggiato ora non soltanto dai cattolici
della Lega, ma anche dai luterani di Sassonia, non aveva ragione alcuna
di esser mite verso i ribelli che avevano congiurato coi turchi, minacciato
Vienna, e posto sul suo trono un eretico chiamato dall'altra estremità
della Germania. Decise perciò di estirpare dalla Boemia la religione
protestante, e in questa sua risoluzione ebbe un successo raramente
uguagliato nella storia della persecuzione. Un sistema di conquista
diffusa e spietata repressione mise il paese sotto il giogo austriaco.
S'impose ai céchi una classe dirigente intollerante quanto quella
dei colonizzatori inglesi in Irlanda, e che non doveva essere seriamente
minacciata fino al diciannovesimo secolo. Funzionari tedeschi governarono
nello Hradshin, preti gesuiti furon messi a dirigere l'educazione
nel Clementinum. Al seguito dei nobili, degli avventurieri e dei funzionari
tedeschi, dei preti gesuiti e dei monaci cappuccini, giunsero anche
i legulei tedeschi a bandire i princìpi autocratici della legge
romana. Sotto la loro rigida dottrina, i contadini boemi furono calpestati
e ridotti in schiavitù. Prima conseguenza dell'impresa del Conte Palatino
fu perciò la creazione di uno stato servile in Europa. [...]
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Intervento
della Danimarca
Trovare alleati era ora più che mai necessario ai calvinisti, se volevano
riconquistare questi territori d'importanza vitale; poiché, tra le
altre conseguenze, l'avventura del Conte Palatino aveva spinto la
Sassonia e i luterani dalla parte dell'imperatore, provocando così
lo scioglimento dell'Unione Evangelica. Il fatto che la Sassonia luterana
si fosse unita alla Boemia cattolica in difesa del cattolicesimo e
per Ferdinando di Boemia, rivelava chiaramente il profondo antagonismo
tra la fede luterana e calvinista che, prevalente sia dall'inizio,
era stato più d'una volta fatale all'azione efficace dei protestanti.
Ma rivelava anche un altro importante elemento politico: il forte
conservatorismo dell'elettore sassone, la sua ripugnanza ad appoggiare
le innovazioni violente e il suo desiderio di collaborare con l'imperatore
finché gli fosse possibile.
Nel momento più critico, i protestanti combattenti della Germania
chiesero e ottennero l'aiuto di Cristiano di Danimarca. Non certo
ansia e sollecitudine per la religione protestante spinsero questo
monarca luterano a intervenire nella contesa germanica, ma piuttosto
l'avidità suscitata in lui dal possibile bottino cattolico. Aspirando
tra l'altro ad acquistare una bella posizione per i suoi figli, sperava
di ottenerla con le rendite di certi vescovati della Germania settentrionale;
e, poiché l'avidità per le proprietà ecclesiastiche non era affatto
particolare ai danesi, ma ampiamente condivisa dai prìncipi
protestanti della Sassonia inferiore, non fu difficile, con qualche
incoraggiamento da parte della corte d'Inghilterra, combinare un'alleanza,
mettere insieme un esercito e decidere una campagna.
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Wallenstein
Mentre tutto questo si veniva preparando nel nord, un importante
mutamento si verificava nella direzione militare delle forze cattoliche.
I primi trionfi della Controriforma nella Boemia e nel Palatinato
non furono ottenuti dall'esercito imperiale di Ferdinando, ma dai
contingenti tedeschi di Massimiliano di Baviera. Che la protezione
dell'imperatore dipendesse così da un vicino che poteva anche trasformarsi
in rivale, era una situazione che Vienna considerava ormai intollerabile.
Una politica imperiale esigeva un esercito imperiale e un comandante
imperiale. Ed ecco, a soddisfare questa esigenza, l'enigmatica e potente
figura di Alberto Venceslao von Waldstein, principe di Friedland,
noto comunemente sotto il nome di Wallenstein. Questo principe era
un nobile boemo, utraquista per nascita ed educazione [con questo
nome erano indicati gli hussisti della Boemia, a cui era stato concesso
l'uso del calice nel sacramento dell'Eucarestia], che già aveva dimostrato
le proprie qualità nella guerra contro i turchi. Poco o nulla si curava
di religione, quando non si voglia definir tale l'astrologia; ma nutriva
in compenso desideri e ambizioni sufficienti a creare o rovinare un
impero. La sua ricchezza era enorme, poiché egli ricavava denaro dalla
guerra, dalle speculazioni terriere, da tutto ciò che toccava; e la
sua ambizione non era inferiore al suo destino. Il grande palazzo
di Praga, con le sue statue e il suo portico italiano, le lunghe sale
ornate da pomposi candelabri, le tappezzerie, i quadri e le curiosità,
sopravvive come ricordo del buon gusto, dello splendore e della fortuna
di Wallenstein. Ecco l'uomo che si offriva ora, di radunare a proprie
spese un esercito per Ferdinando, con l'unica condizione che, mentre
l'artiglieria e le munizioni catturate in guerra sarebbero consegnate
all'imperatore, il bottino fosse invece riservato alle truppe.
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Minaccia cattolica
del nord
Nella campagna protestante del 1626 si posson distinguere
due imprese diverse, terminate entrambe con un disastro: un attacco,
in collaborazione col principe di Transilvania, contro gl'imperiali
a est, e un'avanzata verso sud, dalla Danimarca, contro l'esercito
della Lega cattolica. Il progetto orientale non ebbe altra conseguenza
che la morte, in un lontano villaggio bosniaco, di Mansfield, il miglior
condottiero dei protestanti. Quanto ai danesi, un colpo schiacciante
vibrato loro a Lutter, nella Turingia (27 agosto), fu sufficiente
ad affermare la superiorità di Tilly e Wallenstein, ad aprire lo Schleswig-Holstein
all'avanzata dei cattolici, e a togliere ai danesi ogni efficacia
nella contesa.
Di nuovo la causa protestante era caduta nell'abisso più profondo,
e di nuovo la stessa completezza del trionfo imperiale creò forze
di reazione destinate a limitarlo e frenarlo. Nell'esaltazione prodotta
dalla vittoria, gli elettori cattolici concepirono un'idea abbastanza
naturale ma poco saggia, perseguita con conseguenze perniciose agli
interessi dell'imperatore. Una massa considerevole di ricchezza ecclesiastica,
che comprendeva nella Germania settentrionale due arcivescovati e
dodici vescovati, era, sin dal 1552, passata dai cattolici ai protestanti.
Parte di questa imponente proprietà era stata spesa degnamente a sostenere
la chiesa luterana; il resto, assai meno degnamente, a soddisfare
le esigenze e il lusso dei prìncipi secolari. Tutto questo bottino
doveva ora, in virtù di un editto del 6 marzo 1629, ritornare ai suoi
proprietari cattolici. È facile immaginare come simile sconvolgimento
turbasse gli amministratori protestanti, costretti, sotto la tirannica
pressione delle truppe di Wallenstein, a cedere una proprietà che
da molti anni ormai consideravano propria. Gli stessi cattolici incominciarono
a mormorare quando seppero che i padri gesuiti si venivano insinuando
anche nelle abbazie dove non erano stati mai prima d'allora e che,
dietro consiglio di Wallenstein, si divisava di creare, con quattro
ricche sedi della Germania settentrionale, un principato per un principe
ereditario. A quale scopo, si chiedevano i tedeschi sia cattolici
che protestanti, tendevano la posizione e gli atteggiamenti di Wallenstein?
Era ammiraglio del Baltico e duca del Meclemburgo; il suo grande esercito,
composto di soldati di ogni fede e di ogni paese, saccheggiava allo
stesso modo cattolici e protestanti. Pensava forse di far del suo
padrone il despota della Germania? Oppure sognava di costruire un
regno per sé? Il suo furioso zelo per la religione romana era forse
soltanto una unzione di cui si serviva per mascherare il suo intento
di abbattere la libertà della Germania a favore degli interessi austriaci?
Tali i dubbi di molti spiriti protestanti e cattolici della Germania.
Massimiliano di Baviera era un onesto papista, ma non aveva combattuto
per Ferdinando alla Montagna Bianca per permettere a un condottiero
boemo di calpestar con gli zoccoli ferrati dei suoi cavalli i prìncipi
tedeschi. Alla Dieta di Ratisbona (luglio 1630) insisté perché Wallenstein
fosse congedato e, con grande sorpresa dei tedeschi, fu accontentato.
Di questa incipiente rivolta contro l'impressionante dominio dell'Austria,
la Francia, sotto la guida del cardinale di Richelieu, approfittò
abilmente e prontamente. Disarmando la Baviera con un trattato segreto,
accettò di finanziare (Trattato di Bâlwalde, 23 gennaio 1631)
un'invasione svedese nella Germania, allo scopo di rialzare le fortune
della causa protestante.
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Gustavo Adolfo
ristabilisce l'equilibrio
Da qualunque punto di vista si voglia considerarla, la figura
di Gustavo Adolfo di Svezia ci appare alta e luminosa. Brillante linguista
- parlava infatti otto lingue -, grande soldato e istruttore di soldati,
statista di ambizioni ampie ma non inattuabili, sincero, appassionato
e semplice credente nella fede ereditata dai suoi padri, Gustavo fu
superiore agli altri statisti della sua epoca per energia, semplicità
e integrità di carattere. Generalmente parlando, i due grandi motivi
che diressero la sua vita furono la patria e la fede. Per la Svezia
egli desiderava una partecipazione sicura, non molestata e predominante,
nel commercio del Baltico e a tale scopo, e anche come scudo contro
Russia e Polonia, una lunga striscia della costa Baltica meridionale;
per il protestantesimo tedesco, la vittoria contro i cattolici e un
territorio più ampio, al sicuro da ogni attacco.
Passò guerreggiando la sua matura giovinezza. Combatté i danesi, i
russi e più tardi Sigismondo Vasa, il cattolico re di Polonia, appartenente
alla sua stessa famiglia, che aspirava a governare la Svezia imponendovi
la fede romana. In queste difficili guerre sotto gl'inclementi cieli
polacchi, Gustavo si foggiò lo strumento che lo rese famoso negli
annali della storia militare.
L'esercito svedese, di cui facevan parte molti gagliardi scozzesi,
aveva cinque caratteristiche importanti: i soldati portavano un'uniforme;
i reggimenti erano piccoli ed equipaggiati in modo da potersi spostare
rapidamente; una leggera artiglieria mobile da campo, facile da maneggiare
e brillantemente manovrata, rafforzava la fanteria; i moschetti erano
di tipo superiori a quelli generalmente in uso; la cavalleria, invece
di galoppare incontro al nemico, scaricando le pistole secondo l'uso
olandese per poi tornare indietro a ricaricarle, muoveva all'assalto
ad arma bianca. A questi vantaggi, la virtù del comandante dava un'efficacia
incalcolabile. Regolando ogni particolare, condividendo ogni difficoltà,
accettando qualunque rischio, valendosi di ogni opportunità, Gustavo
animava i suoi rapidi e focosi seguaci a sopportare, obbedire e, se
necessario, morire.
Prima dell'importante trattato con la Francia, Gustavo era già a sud
del Baltico e ben stabilito nella Prussia orientale e nella Polonia
occidentale. Se mai aveva nutrito dubbi circa l'opportunità di una
campagna in Germania per la limitazione del potere imperiale, tali
dubbi furono dissipati da manifesti segni d'ostilità da parte di Ferdinando.
Sostenendo che l'impero di Svezia apparteneva per diritto al membro
cattolico della casa dei Vasa governante in Polonia, l'imperatore
rifiutò di riconoscere a Gustavo il titolo di re. Non ci voleva molto
a capire che dietro questo rifiuto si celava un piano di restaurazione
cattolica nella Svezia nella persona del re polacco Sigismondo.
Quando Wallenstein si fu impadronito della Germania settentrionale,
procedendo in seguito ad assediare Stralsund, Gustavo giudicò ch'era
giunto il momento d'intraprendere un'aspra lotta per la Svezia e per
la fede. Ferdinando gli era nemico per tre diverse ragioni: come amico
della Polonia, come campione della chiesa romana e come diretto pretendente
alla potenza nel Baltico - e tutta la Germania sembrava ai piedi di
Ferdinando. Ma, nonostante le sue ampie e generose vedute e il suo
sogno di creare una federazione protestante nella Germania, «l'invincibile
monarca, baluardo della fede protestante, leone del nord, terrore
dell'Austria, Gustavo Adolfo» non riuscì meglio dei danesi a
risolvere il tormentato problema di dare ai tedeschi la pace religiosa.
Agli studiosi d'arte militare di tutta Europa, non ultimi quelli d'Inghilterra
e di Scozia, come la guerra civile doveva presto dimostrare, il metodo
di Gustavo servì come modello. La sua rapida campagna vittoriosa
nella Germania settentrionale, la sua schiacciante vittoria sull'esercito,
superiore per numero, di Tilly a Breitenfeld (17 settembre 1631),
l'avanzata delle armi protestanti su Praga a oriente, e su Magonza
e Worms a occidente, la sconfitta finale di Tilly sul Ledi, e l'ingresso
di Gustavo a Monaco, formano un complesso di imprese abbaglianti che
per molto tempo suscitarono l'ammirazione europea. In meno di due
anni le fortune delle due dottrine rivali eran state violentemente
capovolte.
Ma nella vittoria svedese v'era più apparenza che sostanza. Un esercito
straniero malpagato che viva sfruttando il paese non può essere popolare.
I protestanti tedeschi eran restii a sostenere una potenza di cui
sospettavano con buone ragioni che tendesse soprattutto a conquistare
territori tedeschi. Contrariamente alle speranze di Richelieu, i cattolici,
esasperati dal sistematico saccheggio delle brigate giallo-azzurre,
videro negli svedesi non degli amici, ma dei nemici, cosicché, invece
di muovere unite contro Ferdinando, Svezia e Baviera si gettarono
l'una contro l'altra. Da questo conflitto Gustavo uscì vittorioso.
Ma doveva ancor fare i conti con un esercito imperiale, nuovamente
raccolto e guidato da Wallenstein, abbastanza forte per cacciare i
sassoni dalla Boemia e che, dopo la sua unione con le forze di Massimiliano,
contava ben 60.000 uomini. A Norimberga, Gustavo, misurandosi contro
il grande boemo, subiva la sua prima sconfitta; e, benché se ne rifacesse
sul sanguinoso campo di Lützen (16 novembre 1632), a poco giovò
il coraggio degli svedesi, poiché il loro re, senza che essi lo sapessero,
era caduto combattendo. «Io sono il re di Svezia», disse,
a quanto pare, ai corazzieri che gli chiedeva chi fosse, mentre giaceva
al suolo mortalmente ferito, «e consacro col mio sangue la causa
della religione e della, libertà tedesca».
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Oxestierna
e l'alleanza di Heilbronn
Con la morte di Gustavo, scomparve dalla contesa l'ultima
parvenza d'idealismo protestante. Ma la guerra continuò: ché la Svezia
non era disposta ad abbandonare una lotta da cui aveva ricavato il
prezioso baluardo della Pomerania, il saccheggio di molte facoltose
città, e un posto importante nei concilii europei. Se Gustavo era
morto, rimaneva, come reggente del regno svedese durante la minore
età della sua figlioletta, il perspicace statista che, compagno delle
sue preoccupazioni e dei suoi sogni, portava da tempo il peso del
governo civile e aveva raccolto nelle proprie mani le redini della
diplomazia estera. Oxenstierna era ben deciso a conservare alla Svezia
il predominio sulla Germania protestante. I marescialli di Gustavo,
che consideravano la guerra come sale dell'esistenza, non attendevano
che il suo cenno; e col loro aiuto, rafforzato dagli sforzi dei franconi,
degli svevi, e delle due regioni renane (Alleanza di Heilbronn, 23
aprile 1633), il cancelliere svedese sperava ancora di poter assicurare
una pace vittoriosa alla causa svedese e protestante.
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Assassinio
di Wallenstein e pace di Praga
Con assai minor coerenza di propositi, anche Wallenstein
meditava un piano per risolvere la questione tedesca.
Nella cricca gesuitica di Vienna, la condotta del grande generale
boemo dopo la battaglia di Lützen suscitava i più gravi sospetti.
Wallenstein, inerte in guerra, era invece attivo nelle arti diplomatiche.
Anziché sfruttare le conseguenze di Lützen come sarebbe stato
logico, se ne stava ozioso in Boemia a negoziare coi sassoni. Né la
presa di Ratisbona da parte degli svedesi, né l'impressione che questa
suscitò a Vienna, lo spinsero a un'azione efficace. Malandato in salute
e roso da ambizioni traditrici, egli aspirava ormai a una pacificazione
generale della Germania, da attuarsi col suo prestigio personale.
Ma la pace di Wallenstein non poteva essere una pace gesuitica: sarebbe
stata troppo boema, troppo tollerante per soddisfare i padri: e forse,
benché non fosse certo, egli avrebbe imposto, tra le condizioni, una
corona boema per sé. Tali fantasie però non eran destinate ad avverarsi.
Si decise a Vienna che quell'uomo era troppo pericoloso per continuare
a vivere, e sul campo di Eger i dragoni irlandesi si prestarono a
sopprimerlo (1634).
Le prime vere offerte di pace vennero da quella parte della Germania
che, sin dall'inizio della guerra, aveva dimostrato minor gusto per
la lotta. Lo spirito guerresco luterano era una tenera pianticella,
prosperosa soltanto al sole delle vittorie svedesi. Cosicché quando
Bernardo di Sassonia-Weimar e Horn, i due generali a cui era passato
il comando di Gustavo Adolfo, furono sconfitti definitivamente sul
campo di Nördlingen, e la Germania sud-occidentale passò di colpo
dal dominio svedese all'imperiale, l'elettore di Sassonia si schierò
immediatamente coi luterani dalla parte dell'imperatore. La pace di
Praga (1635) non fu certo cavalleresca, ché i luterani non soltanto
abbandonarono gli alleati svedesi, ma s'impegnarono ad aiutare l'Austria
a cacciarli dalla Germania; comunque, la pace è sempre migliore della
guerra e la pace di Praga, accettata verso la fine del 1635 da quasi
tutti i prìncipi importanti e le città libere del paese, fu,
data la situazione, la sistemazione migliore e più saggia. I firmatari
protestanti ottennero una garanzia per il loro culto e l'autorizzazione
a conservare ancora per un periodo di cinquant'anni le terre e le
rendite tolte alla chiesa romana.
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Trionfo di
Richelieu
Ma proprio quando pareva ormai imminente una pace generale,
la guerra entrava invece in una fase nuova e completamente secolare,
perdendo l'originario carattere religioso e trasformandosi nella lotta
tra Borboni e Absburgo per la supremazia in Europa. Ben poco rimaneva
in verità dell'antico spirito teologico in una lotta in cui la Francia
cattolica e la Svezia protestante erano alleate (Trattato di Compiègne,
28 aprile 1635) con la repubblica olandese protestante contro la Germania
luterana, l'Austria cattolica e la cattolica Spagna; in cui la Savoia
vendeva la propria amicizia ora a un partito, ora al partito avverso,
e in cui non si trattava più di problemi di fede o di rituale, bensì
di decidere se si dovesse permettere alla Svezia di conservare la
Pomerania o alla Francia di tenersi l'Alsazia. Ben poco spirito religioso
dunque, ma un insopportabile infuriare di marce e contromarce, assedi
e saccheggi, incendi, assassinii, e di tutti gli orrori che truppe
mercenarie barbare e affamate possono infliggere a una popolazione
inerme. Primo responsabile di questo lungo periodo di angoscia e di
caos, fu, come si è visto, un cardinale della chiesa romana. Per ben
diciotto anni (1624-42), il genio politico di Richelieu, primo ministro
di Luigi XIII, dominò la scena europea. Mancavano a questo imperioso
prelato molte qualità essenziali a uno statista. Completamente ignorante
di economia e finanza pubblica, non fece il minimo sforzo, nonostante
il suo lungo periodo di potere assoluto, per por rimedio alle confusioni,
irregolarità e oppressioni del sistema fiscale francese, destinato
a far crollare la monarchia. Né si preoccupò mai minimamente del lato
umanitario della politica. Una causa, e una sola dominò, dal principio
alla fine, il suo intelletto lucido, spietato e logico: lavorò unicamente
e puramente per la grandezza della Francia, nel senso in cui questo
compito fu inteso da una lunga serie di statisti francesi, da Mazarino
e Luigi XIV, da Danton e Napòleone, da Delcassé e Clemenceau, da Poincaré
o dal suo allievo Tardieu. Sin dall'inizio egli pose a se stesso tre
fini: distruggere la potenza politica degli ugonotti, riumiliare la
nobiltà, e rendere il nome del re temuto e rispettato in tutta Europa.
Raggiunse perfettamente il primo scopo, in parte il secondo; al terzo,
cui era corollario la distruzione della Germania e la caduta della
Spagna, contribuì notevolmente.
Quanto poco fosse attaccato ai pregiudizi religiosi lo dimostra il
fatto che, nella sua grande impresa contro gli ugonotti, il cardinale
non si fece scrupolo d'invocare l'aiuto protestante. Per ricevere
aiuti finanziari dall'erario francese, gli olandesi furon costretti
a collaborare alla presa di La Rochelle, famosa capitale del calvinismo
francese. Per quanto tale impresa potesse apparire odiosa nella città
di Amsterdam, da un punto di vista più ampio giovava indubbiamente
agl'interessi protestanti che fosse tolta agli ugonotti la possibilità
di molestare il governo francese. Una minoranza armata, padrona di
un centinaio di città fortificate, era come un blocco di granito,
ostacolo allo svolgimento nazionale. Finché gli ugonotti formavano
uno stato dentro lo stato, Richelieu non poteva organizzare e dirigere
i prìncipi protestanti del continente contro la casa d'Absburgo:
soltanto quando si fu liberata di questo ostacolo interno (1629),
la Francia poté assumere quella parte dominante nella direzione della
guerra dei trent'anni, che riaffermò e perpetuò lo scisma religioso
in Europa. I nobili non lo intimidivano: fece giustiziare, come colpevole
di congiura, Montmorency, primo nobiluomo di Francia. Per controbilanciare
la potenza dell'aristocrazia, creò gradatamente il nucleo di un'amministrazione
civile accentrata (gl'intendenti), come pure un esercito e una flotta
al servizio permanente della corona.
Dal punto di vista diplomatico, quando si distolga lo sguardo dalle
sofferenze umane, non si può fare a meno di ammirare l'abilità con
cui un prelato cristiano prolungò una guerra barbara e inutile, la
tempestiva liberalità con cui il languente entusiasmo degli indispensabili
svedesi fu ravvivato da elargizioni di uomini e di denaro, la finezza
con cui il miraggio di una pace imminente fu fatta balenare ai loro
occhi e la destrezza con cui i rivali più temibili, danesi e polacchi,
furon placati e convinti a rinchiudersi in una tranquilla neutralità.
Se anche alcuni suoi piani fallirono, come ad esempio quella confederazione
renana sotto la protezione francese che, più e più volte, sotto Mazarino,
sotto Napoleone, sotto Poincaré, fu poi creata o tentata non possiamo
tuttavia fare a meno di apprezzare un disegno che includeva la conquista
del Rossiglione, l'invasione della Catalogna, l'unione di Mantova,
Parma e la Savoia contro la potenza spagnola in Italia, un legame
matrimoniale con l'Inghilterra e la conquista dell'Alsazia Lorena
alla monarchia francese. Si osservò che, come ministro della guerra,
Richelieu aveva molti difetti, che non sapeva creare un esercito né
combinare una campagna, ch'era troppo geloso della propria superiorità
per chiamare al comando uomini eminenti, e che soltanto nel 1643,
quando già egli era sceso nella tomba, la vittoria di Condé a Rocroy
dimostrò che la Francia era di nuovo una grande potenza militare.
Tanto più dovremo dunque ammirare la diplomazia del cardinale. Benché
poco avessero fatto gli eserciti francesi, dopo i sette anni della
campagna di Richelieu, la Francia era padrona dell'Alsazia, della
Lorena, del Rossiglione, e aveva posto in freno all'avanzata della
Controriforma in Germania.
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Rovesci della
Spagna
In quest'ultimo periodo della guerra (1621-65), la Spagna,
governata da Filippo IV e da Olivarez - un re fiacco e un ministro
testardo - subì quattro rovinosi disastri: la distruzione della flotta,
la rivolta della Catalogna, la perdita del Portogallo e un'insurrezione
a Napoli. Sorgente comune di tutti questi disastri fu l'ambizione
della Spagna, paese povero, esausto, mal amministrato, diviso dalla
geografia e dalla storia in compartimenti distinti e opposti, di rappresentare
una parte dominante sulla scena della politica europea. Uno statista,
non affascinato dallo splendore della guerra con l'estero, avrebbe
capito che uno stato, caduto in basso come la Spagna all'accessione
di Filippo IV, chiedeva imperiosamente un lungo periodo di pace, di
economia e di riforme civili. Con le finanze in disordine, la flotta
oceanica ridotta a un'ombra, perdute le Indie, le colonie americane
attaccate ormai a un filo, il Portogallo e Napoli frementi di malcontento,
la moneta deprezzata e i Paesi Bassi praticamente perduti per sempre,
la Spagna non era più in grado di dirigere le forze cattoliche dell'Europa
contro il nemico protestante. Olivarez era abile, vigoroso, irrequieto;
ma era un cortigiano, completamente digiuno di scienza politica. Il
suo ozioso padrone fu lusingato dall'idea di una grande guerra estera
che, diretta da un abile ministro, restituisse alla corona l'antico
splendore. Ma questa politica naufragò urtando contro lo scoglio della
finanza. Per condurre una guerra vittoriosa, occorreva a Olivarez
assai più denaro di quel che il popolo di Spagna, attraverso le cinque
Cortes spagnole, fosse disposto a concedere. Incontrò perciò resistenza
dappertutto, specialmente nella Catalogna, la provincia più ricca,
ma anche più indipendente, dell'impero spagnolo. Nel momento più inopportuno,
Olivarez decise di debellare la resistenza dei catalani, abolire i
loro privilegi e imporre loro un esercito mercenario. Ma Barcellona
non era La Rochelle: era, subito dopo Siviglia, il più ricco porto
della Spagna, la capitale di una popolazione che aveva lingua e costumi
propri antichissimi, cui era più facile fraternizzare con un provenzale
che con un castigliano, e per nulla disposta a lasciarsi considerare
come una provincia della Castiglia. Nel 1640 i catalani insorsero,
e l'anno seguente elessero Luigi XIII conte di Barcellona, ponendosi
formalmente sotto la protezione dei francesi.
La rivolta catalana ebbe un'immediata e grave ripercussione sulla
situazione nel Portogallo. Sessant'anni di unione, anziché migliorare,
non avevan fatto che inasprire i rapporti tra Portogallo e Spagna.
I portoghesi fremevano sotto il governo degl'incomprensivi vicerè
spagnoli e si lagnavano che Cadice avesse tolto a Lisbona la supremazia
commerciale.
Ma un rancore ancor più profondo e legittimo aveva reso il legame
assolutamente detestabile. La Spagna aveva fatto perdere al Portogallo
il suo impero nell'oriente, coinvolgendolo in tutte le inimicizie
che le grandi ambizioni cattoliche della monarchia spagnola si erano
attirate. Assai scarsa era la simpatia del Portogallo per queste ambizioni;
avrebbe anzi preferito mille volte liberarsi da un legame che portava
a rovina le sue migliori attività. La politica accentratrice di Olivarez,
applicata dall'odioso Vasconcellos, rese intollerabili questi già
profondi scontenti. Vedendosi trattati come una provincia della Castiglia
e minacciati di tasse castigliane e infiammati dall'esempio dei catalani,
i portoghesi insorsero, chiamando al trono un nobile della casa di
Braganza.
Fu cosa di tre ore. L'unione fu spezzata, e la scissione, resa più
profonda da ventotto anni di futile guerreggiare (1640-68), non è
stata ancora sanata.
Olivarez e Richelieu avevano entrambi ragione a credere che un maggior
accentramento fosse necessario all'efficace svolgimento dei rispettivi
governi. Ma se Olivarez fallì mentre Richelieu ebbe successo, ciò
si deve al fatto che in Francia le condizioni erano favorevoli e in
Spagna contrarie all'accentramento. In Francia tutte le strade conducevano
a Parigi. In Spagna, nessuna via conduceva invece a Madrid. Montagne
e uomini son nell'Iberia ugualmente ostinati. Olivarez non tenne conto
delle montagne e tentò d'imporsi agli uomini. Contro tale affronto
alla sua quiete diletta e romita, nessuna razza al mondo poteva reagire
con maggior testarda ostinazione della razza iberica. Lo spagnolo
costruiva vasti sogni d'impero, ma non voleva pagare per attuarli.
Era assolutamente impossibile convincere un catalano dell'inadeguatezza
di una finanza medievale alle responsabilità di un impero moderno.
La ripresa della guerra con gli olandesi, spirata, nel 1621, la tregua
di dodici anni, fu un'altra speculazione che finì male per la Spagna.
Alla morte di Maurizio di Nassau, gli olandesi trovarono nel suo minor
fratello Federico Enrico uno statista e un soldato capace di dirigere
la difesa nazionale. Sotto questo comandante mirabile, e con l'aiuto
di Richelieu e di un gagliardo corpo di avventurieri inglesi, la repubblica
olandese oppose una vittoriosa resistenza agli eserciti di terra della
Spagna.
Gli assedi di Hertogenbosch, di Maestricht e di Breda dimostrarono
che nell'arte poliorcetica gli olandesi non avevano perduto la virtù
antica. Sapevano conquistare città e difenderle. In una guerra di
posizione, ben diversa da una guerra di movimento, non esistevano
truppe più competenti; ma le rapide marce, le travolgenti vittorie
e le operazioni su grande scala di Gustavo Adolfo erano estranee al
genio di questa razza lenta e metodica. Gli olandesi non seppero far
altro che conservare le proprie posizioni: anche con l'aiuto francese,
il compito di schiacciare la difesa austro-spagnola nelle provincie
meridionali era assolutamente superiore alle loro forze.
Il vero genio del popolo olandese non si rivelò in questa guerra di
terra ferma, ma sulle acque. Con intrepido coraggio essi penetrarono
nelle più remote e desolate parti del globo, esplorando le Amazzoni,
portando da Formosa il tè nell'Europa, fondando in Batavia il centro
di un impero orientale, e ritagliando uno stato olandese nella grande
massa del Brasile portoghese. Tra le cause che provocarono la caduta
del regno unito di Spagna e Portogallo, gli attacchi degli olandesi
alle colonie portoghesi nel Brasile e nell'isola di Ceylon debbono
essere considerati come fattori fondamentali.
Contro questo continuo svolgersi di attività coloniale, il regno iberico
unito fece, alla vigilia della dissoluzione, un ultimo gagliardo e
disperato sforzo. Una forte flotta al comando di Oquendo, uno dei
migliori marinai spagnoli, fu mandata nella Manica a lottare con gli
olandesi nelle loro acque native; un'altra armata, in parte spagnola
e in parte portoghese, attraversò l'Atlantico per riconquistare il
Brasile. Ambedue queste flotte furono distrutte dall'abilità superiore
degli avversari olandesi. La battaglia delle Dune (1639), in cui Van
Tromp sconfisse Oquendo, è famosa negli annali navali dell'Europa;
ma i quattro giorni di battaglia di Itamarca, al largo della costa
di Pernambuco (1640) furono ugualmente decisivi. Queste due vittorie
olandesi, una nelle acque europee, la seconda nel sud-America, segnarono
la condanna dell'impero iberico.
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La pace di
Westfalia
Causa determinante della pace di Westfalia (1648) che conchiuse questa
lunga guerra, non fu la volontà degli eserciti rivali di Germania
a imporre una decisione militare, ché tale volontà non esisteva -
essendo la guerra un'occupazione assai vantaggiosa, - ma piuttosto
il buon senso e l'umanità della regina Cristina di Svezia, la stanchezza
della Spagna, e l'impazienza di un congresso, costretto da tre anni
in due noiose cittadine della Westfalia (Münster e Osnabrück)
e ansioso di concludere un tedioso e complicato lavoro. Ma soldati
svedesi, francesi e imperiali esercitarono sino alla fine il loro
mestiere con lo stesso gusto. La lotta e il saccheggio eran per loro
come l'aria che si respira; e se i diplomatici non fossero giunti
a un accordo, scossi finalmente dal loro torpore dalla pace separata
tra Spagna e Paesi Bassi nel gennaio del 1648, Wrangel e Konigsmark,
Condé e Turenne, Colloredo e Piccolomini avrebbero continuato a combattere
finché non fosse giunta l'ora di cedere le armi a una nuova generazione
di formidabili capitani.
La pace di Westfalia, corrispondente all'equilibrio delle forze politiche
e religiose dell'epoca, determinò per molte generazioni la politica
pubblica dell'Europa. Ciascuno dei protagonisti ottenne una soddisfazione
mondana; l'imperatore la corona boema, riconosciuta ereditaria alla
sua famiglia, la Francia il langraviato dell'Alsazia, la Svezia la
Pomerania occidentale e i vescovati di Bremen e Verden, e la Baviera
il Palatinato superiore. Per l'avvenire dell'Europa il più importante
di questi accordi fu l'acquisto da parte della Francia della sovranità
sull'Alsazia superiore e inferiore, a compenso del suo intervento
nella guerra del langraviato. Come vide allora uno dei suoi diplomatici
e come Mazarino comprese più tardi, sarebbe stata una soluzione assai
migliore per la Francia e meno provocatrice per la Germania se l'Alsazia
fosse stata riconosciuta come feudo imperiale che portasse con sé
uno scanno nella Dieta tedesca. Ma l'errore, ormai compiuto, era irrimediabile.
E la sfida lanciata in tal modo al popolo tedesco, fu accolta più
tardi, quando si fu sviluppato il sentimento nazionale.
Era impossibile che dalle passioni di questa guerra rovinosa nascesse
la tendenza alla tolleranza religiosa. Nessun partito era disposto
alla tolleranza; si trovò tuttavia un modus vivendi, riaffermando
il principio del cujus regio ejus religio, ch'era stato la
base della pace di Augusta, ed estendendolo alla fede calvinista.
I vescovati del nord rimasero ai protestanti. Il Palatinato inferiore,
con l'aggiunta di un ottavo elettorato, fu conferito a Carlo Luigi,
figlio del Re di un inverno, che, assumendo poco saggiamente la corona
della Boemia, era stato l'origine di tanti mali; ma la Boemia stessa
e tutti i dominii ereditari della casa d'Austria furono ceduti ai
gesuiti e su questa ampia regione si attuò il sogno di Ferdinando,
che cioè a nessun eretico fosse permesso esercitare il proprio culto
o la propria predicazione.
Un vero abisso separa la Germania di Federico Barbarossa dalla debole
federazione di circa trecento e cinquanta stati (ciascuno dei quali
autorizzato a seguire una propria politica finché non si opponesse
a quella dell'imperatore) uscita dal congresso di Westfalia. Mentre
il Barbarossa esercitava sulla Germania un'autorità reale, anche se
irregolare, ora la potenza dell'imperatore, benché riconfermata nell'Austria,
nella Boemia e nell'Ungheria, non era che un'ombra fra i tedeschi.
Svizzera e Paesi Bassi appartenevano un tempo all'imperatore: ora
l'indipendenza della repubblica svizzera era formalmente riconosciuta
e i Paesi Bassi, benché nominalmente facessero ancor parte del distretto
della Borgogna, si erano praticamente scissi in una provincia spagnola
e in una repubblica olandese. E se anticamente la Germania era una
potenza dominante nel mondo, ora era poco più che zero, e a un'unica
fede religiosa se n'erano sostituite tre. Le divisioni della Germania
e la prostrazione della Spagna diedero all'ambizione militare francese
possibilità di cui Luigi XIV e Napoleone seppero pienamente giovarsi.
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