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Messa in scena
Molti credono che le grandi opere di politica nascano dal distacco e dalla
fredda luce della ragione non turbata dalle passioni. È una sciocchezza
inventata dagli accademici. Quelle veramente grandi, e sono pochissime,
nascono dal dolore che si scioglie in pagine che sono tutta forza e vita
e rompono le convenzioni e i confini fissati dai mediocri. Sono grandi
perché l'autore vi mette dentro quell'intensità della vita che egli sente
sfuggirgli. La ragione c'entra, eccome; ma è una ragione resa tagliente
dalle passioni, e a guadagnarne non è soltanto la finezza dell'analisi
ma anche la ricchezza della pagina, che si riempie di immagini, di metafore,
di esortazioni che seducono la mente e il cuore di chi legge, entrano
dritte nell'animo per non abbandonarlo più. Così è Il Principe, ma sarebbe
forse meglio dire Dei Principati (De Principatibus), come Machiavelli
stesso chiama l'opuscolo scritto nella solitudine dell'Albergaccio. In
quello scritto c'è il risultato dei suoi studi sulla storia antica e c'è
tutto quello che ha imparato negli anni in cui era segretario e poteva
guardare la politica da vicino. Se qualcuno lo leggesse, scrive a Vettori
nella chiusa della lettera del 10 dicembre, «vedrebbe che quindici
anni che io sono stato a studio all'arte dello stato, non gl'ho né dormiti
né giuocati; e doverrebbe ciascheduno aver caro servirsi d'uno che alle
spese d'altri fussi pieno di esperienzia». Avrebbe voluto che a
leggere il suo saggio fossero i Medici, signori a Roma con il papa Leone
X e signori a Firenze con Lorenzo, e soprattutto Giuliano de' Medici,
che si trovava presso il papa, al quale pensa di dedicarlo. Spera che
leggendolo si rendano conto che egli sa meglio di chiunque altro cosa
deve fare un principe, e soprattutto un principe «nuovo»,
com'erano i Medici nel 1513, per consolidare il suo potere. Spera insomma
che gli affidino qualche incarico, foss'anche di poco conto; foss'anche
fargli «voltolare un sasso». Non sa se sia meglio andare di
persona a Roma per presentare l'opuscolo a Giuliano direttamente o farglielo
avere per mezzo di Vettori. Chiede ancora consiglio e aiuto a Francesco
Vettori, che a Roma è vicino al papa e a Giuliano de' Medici. Chiedere
un favore gli costa molto, ma è costretto dalla necessità. L'ozio forzato
lo logora dentro, ha paura di diventare, per la povertà, spregevole a
se stesso e agli altri, e un peso, anziché un sostegno, per la sua famiglia.
Com'era suo costume, non perché fosse cattivo d'animo, ma perché non era
capace a star dietro ai potenti per vincere le loro resistenze e ancor
meno era disposto a rischiare la sua reputazione per fare un pò di bene
all'amico, Vettori rimane sul vago. Risponde a Machiavelli solo il 24
dicembre: «voi mi scrivete [
] che avete composta certa opera
di stati. Se voi me la manderete, l'arò cara» e la giudicherò, ancorché
non sia competente. Quanto poi al presentarla a Giuliano, si vedrà. Il
giudizio arriva nella lettera del 18 gennaio 1514: «ho visto e capitoli
dell'opera vostra, e mi piacciono oltre a modo; ma se non ho il tutto,
non voglio fare judicio resoluto».
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Fra delusione e speranza
Con queste poche parole, fredde e formali, Francesco Vettori commenta
uno dei massimi capolavori di politica mai scritto. Naturalmente si guarda
bene dal farlo leggere a Giuliano o al papa; della faccenda non dirà più
una sola parola. Quando si rende conto che la sua fatica è stata inutile
e che nessuna porta si aprirà per lui, né a Roma, né a Firenze, né in
altro luogo, Niccolò si lascia andare, in una lettera del 10 giugno 1514,
ad uno sfogo sconsolato e pieno di amarezza, non per muovere a compassione,
ma per seppellire ogni speranza: «Starommi dunque così tra' miei
pidocchi, senza trovare uomo che della servitù mia si ricordi, o che creda
che io possa essere buono a nulla. Ma egli è impossibile che io possa
stare molto così, perché io mi logoro, e veggo, quando Iddio non mi si
mostri più favorevole, che io sarà un dì forzato ad uscirmi di casa, e
pormi per ripetitore o cancelliere di un connestabole [capitano, condottiero],
quando io non possa altro, o ficcarmi in qualche terra deserta ad insegnare
leggere a fanciulli, e lasciare qua la mia brigata, che facci conto che
io sia morto; la quale farà molto meglio senza di me, perché io le sono
di spesa, sendo avvezzo a spendere, e non potendo fare senza spendere.
Io non vi scrivo questo, perché io voglia che voi pigliate per me disagio
o briga, ma solo per sfogarmene, e per non vi scrivere più di questa materia,
come odiosa quanto ella può». Il Principe trovò, quando cominciò
a circolare in copie manoscritte, e quando fu stampato, pochissimi lettori
intelligenti che ne capissero il valore. Trovò, invece, tanti nemici che
lo considerarono un'opera maligna, ispirata dal diavolo in persona in
cui uno scrittore empio insegna al principe come conquistare e conservare
il potere per mezzo dell'avarizia, della crudeltà e della simulazione,
servendosi cinicamente della religione come strumento per mantenere i
popoli docili. Ci furono anche coloro che considerarono quell'opera come
una satira, in cui l'autore, fingendo di insegnare al principe come mantenere
il suo Stato, rivela invece ai popoli che il potere del principe si fonda
sulla forza, sulla crudeltà e sull'inganno, e dunque insegna ad odiarlo.
Ma furono pochi; per i più Il Principe rimase un'opera malvagia e il suo
autore, come ha scritto uno degli interpreti più ottusi, un «maestro
del male».
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I doveri del Principe
Che cosa aveva scritto Machiavelli per suscitare tanto sdegno? Aveva spiegato
che le idee sostenute dai pensatori che avevano scritto prima di lui libri
di consigli al principe, e che erano considerati le autorità in materia,
erano sbagliate, o meglio valevano solo in determinate circostanze ma
non in altre. Quegli autori avevano sostenuto che il principe, se vuole
conservare il suo potere e ottenere gloria, deve seguire sempre la via
della virtù - essere prudente, giusto, forte e moderato - e possedere
quelle virtù che sono proprie dei principi, ovvero la clemenza, la generosità
e la lealtà. Machiavelli sostiene invece che un principe che voglia seguire
tali insegnamenti in tutte le circostanze non conserverà affatto il potere,
ma lo perderà e sarà deriso e dimenticato. Sa bene di andare contro una
tradizione di pensiero antica di secoli e mantenuta in vita, ai suoi tempi,
da scrittori illustri. Spero di non essere considerato «presumptuoso»,
scrive nel capitolo XV, se mi allontano dalle teorie dei tanti che hanno
scritto prima di me su questa materia. Il mio scopo, aggiunge, è di «scrivere
cosa che sia utile a chi la intende»; devo quindi dare consigli
basati sulla realtà, non sull'immaginazione. Quelli che hanno scritto
delle qualità che il principe deve possedere, hanno immaginato «republiche
e principati che non si sono mai visti né conosciuti» esistere nella
realtà e hanno insegnato come dovrebbe vivere un principe buono, dimenticando
che un principe che voglia essere sempre buono in mezzo a tanti «che
non sono buoni» perderebbe inevitabilmente lo Stato. La conclusione
del ragionamento è stringente: «è necessario», per un principe
che voglia conservare lo Stato, «imparare a potere essere non buono»
e a usare, o non usare la sua abilità di essere non buono, «secondo
la necessità» (P, XV). Enunciata la tesi generale, Machiavelli,
con il coraggio e l'irriverenza che solo i grandi hanno, demolisce pezzo
per pezzo la dottrina convenzionale. Il buon principe, si era detto per
secoli, ripetendo antichi precetti, non deve imitare né il leone, feroce
e brutale, né la volpe, astuta e ingannatrice, ma deve governare con le
virtù; non deve cercare di farsi temere ma di farsi amare dai suoi sudditi:
nessun principe - questa la conclusione - è più sicuro sul trono di chi
è circondato dall'amore dei sudditi. Un principe, soprattutto un principe
che non ha ancora consolidato il suo potere, deve invece, per Machiavelli,
«sapere bene usare la bestia e lo uomo» e della bestia pigliare
ad esempio «la volpe et il lione: perché il lione non si difende
da' lacci, la volpe non si difende da' lupi»; bisogna dunque «essere
volpe a conoscere e lacci, e lione a sbigottire e lupi» (P, XVIII),
Esattamente l'opposto di quello che dicevano gli scrittori che si ispiravano
agli antichi, soprattutto a Cicerone. Con uguale spregiudicatezza mette
da parte anche la dottrina secondo cui il buon principe deve essere generoso,
coprire gli amici di doni e benefici e vivere sontuosamente. Un principe
che voglia seguire questo consiglio e conquistare la reputazione di «liberale»
finirà, per beneficare pochi, con il consumare tutte le sue sostanze.
Per conservare la sua reputazione dovrà allora gravare il popolo di tasse
(«essere fiscale»). Queste misure lo renderanno odioso e poco
stimato, con grande pericolo per il suo principato. È dunque più saggio,
conclude, «tenersi el nome del misero [parsimonioso]», portatore
di una infamia senza odio, che «per volere el nome del liberale,
essere necessitato incorrere nel nome del rapace, che partorisce una infamia
con odio» (P, XVI). Un ragionamento analogo Machiavelli lo ripete
per la crudeltà. Il principe deve certo desiderare, come insegna la dottrina
classica, di essere considerato pietoso e clemente, ma deve non di meno
stare attento a «non usare male questa pietà». Per non voler
essere giudicati crudeli, ad esempio, i fiorentini lasciarono che le fazioni
distruggessero Pistoia; Cesare Borgia, al contrario, era giudicato crudele,
ma con la sua crudeltà riordinò la Romagna e la rese unita e pacifica.
Un principe, e in particolare un principe nuovo, non deve dunque preoccuparsi
di essere chiamato crudele, se è necessario per farsi rispettare dai sudditi
e tenerli uniti (P, XVII). Per avere una conferma ulteriore di quanto
fosse radicale la critica di Machiavelli alla dottrina classica del buon
principe, basta tenere presente che Cicerone aveva scritto, e dopo di
lui tutti lo avevano ripetuto in varie salse, che «nulla di crudele
può mai essere utile» (De Officiis, III. XI. 4). Bisogna distinguere,
ribatte l'impertinente Machiavelli, fra crudeltà «male usate»
e crudeltà «bene usate». Bene usate, spiega, «si possono
chiamare quelle, - se del male è lecito dir bene, - che si fanno ad uno
tratto, per la necessità dello assicurarsi: e dipoi non vi si insiste
dentro, ma si convertono in più utilità de' subditi [dei sudditi] che
si può. Male usate sono quelle le quali, ancora che nel principio sieno
poche, più tosto col tempo crescano che le si spenghino» (P, VIII).
Cicerone e gli umanisti sostenevano che nessuna cosa e più efficace «a
difendere e mantenere il potere che l'essere amato», nessuna «più
contraria che l'essere temuto». Risponde Machiavelli: «si
vorre' essere l'uno e l'altro [amato e temuto]»; ma perché è difficile
essere amato e temuto ad un tempo, «è molto più sicuro essere temuto
che amato, quando si abbi a mancare dell'uno delli duoi» (P, XVII).
Un ragionamento analogo, infine, vale per la lealtà. Nessuno nega, scrive
Machiavelli, che sarebbe lodevole per un principe mantenere la parola
data «e vivere con integrità e non con astuzia». Non di meno
l'esperienza dei nostri tempi dimostra che i principi che hanno tenuto
poco conto della fede e «hanno saputo con l'astuzia aggirare e cervelli
delli uomini», hanno «fatto gran cose», e hanno prevalso
su quei principi che sono stati leali (P, XVIII). In un alternarsi di
pagine tutte nervi, vita e storia, Machiavelli disegna i tratti del principe
nuovo che deve essere capace di «non partirsi dal bene, potendo,
ma sapere entrare nel male, necessitato» e spiega in che cosa consista
quell'atte dello Stato che egli conosce da vero maestro. Sa bene che un
principe che voglia fare grandi cose deve essere in grado di combattere
contro leoni come Giulio II e volpi come Ferdinando il Cattolico di Spagna,
o ancora contro principi che sanno essere l'uno e l'altro, come Cesare
Borgia. Vuole insomma un principe che sappia vincere, non un altro Pier
Soderini, che perse Stato e patria per timore di essere ricordato come
crudele.
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L'utopia di Machiavelli
Perché il suo principe deve imparare a vincere lo spiega nell'ultimo capitolo,
l'Esortazione a pigliare l'Italia e liberarla dalle mani dei barbari,
considerata dai tanti che non hanno capito nulla del Principe un'aggiunta
estranea al resto del libro. Il principe che Machiavelli sogna è un uomo
meraviglioso e raro capace di redimere l'Italia dalle «crudeltà
et insolenzie barbare», ovvero dal dominio straniero. Come i grandi
redentori dell'antichità, in primo luogo Mosè, potrà contare anch'egli
sull'aiuto di Dio. Se per vincere dovrà entrare nel male, Dio resterà
al suo fianco e gli sarà amico, perché sa che la sua opera è giusta. Machiavelli
non ha mai insegnato che il fine giustifica i mezzi o che al politico
è lecito fare ciò che agli altri è proibito; ha insegnato che chi si impegna
per realizzare un grande fine -liberare un popolo, fondare Stati, imporre
la legge e la pace dove regnano l'anarchia e l'arbitrio, riscattare una
repubblica corrotta - non deve temere di essere giudicato crudele, o avaro,
ma saper fare quanto è necessario a realizzare l'opera. Così sono i grandi,
così voleva che fosse un principe nuovo. In un primo momento Machiavelli
aveva pensato di dedicare Il Principe a Giuliano de' Medici, come ho detto.
Lo dedicò invece a Lorenzo, il nipote di papa Leone X, che dall'agosto
del 1313 era di fatto il capo del regime mediceo in Firenze. Anche nella
dedica, scritta fra il settembre 1315 e il settembre 1316, sottolinea
che il cuore del libro sono le azioni degli uomini grandi: «non
ho trovato intra la mia suppellettile cosa quale io abbia più cara o tanto
existimi [stimi], quanto la cognizione delle actioni delli uomini grandi,
imparata da me con una lunga experienzia delle cose moderne et una continua
lectione [lettura] delle antiche». Chi leggerà questo opuscolo,
aggiunge, potrà imparare in «brevissimo tempo» quello che
io ho imparato in tanti anni e con tanti «mia disagi». Avverte
subito, tuttavia, che non lo ha riempito di frasi ad effetto e di preziosismi
letterari, perché la materia trattata è grave, e grave e chiaro deve essere
lo stile. Machiavelli sa bene che Lorenzo, come gli altri Medici, nutre
per lui una profonda diffidenza dovuta in parte al fatto che egli è un
popolano mentre essi sono grandi, in parte al fatto che egli era stato
segretario durante la repubblica di Soderini, ed accusato, per di più,
di essere implicato nella congiura di Boscoli e Capponi. Per cercare di
rimuovere la prima causa della diffidenza ricorre alla sua arte di maestro
delle parole: «così come coloro che disegnano e paesi si pongono
bassi nel piano a considerare la natura de' monti e de' luoghi alti e,
per considerare quella de' luoghi bassi si pongono alto sopra monti, similmente,
a conoscere bene la natura de' populi, bisogna essere principe et, a conoscere
bene quella de' principi, conviene essere populare. E per rimuovere i
sospetti politici, proclama il suo desiderio che Lorenzo «pervenga
a quella grandezza che la fortuna e l'altre sua qualità le promettano».
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