parte istituzionale

Corso 2004-2005

invito alla lettura


Maurizio Viroli
«Il Principe» e gli amori

 

Maurizio Viroli,
Il sorriso di Niccolò.
Storia di Machiavelli,

pp. 153-160,
Editore Laterza, 1998

www.laterza.it

 

 

 

1. Messa in scena 2. Fra delusione e speranza
3. I doveri del Principe 4. L'utopia di Machiavelli


Messa in scena
Molti credono che le grandi opere di politica nascano dal distacco e dalla fredda luce della ragione non turbata dalle passioni. È una sciocchezza inventata dagli accademici. Quelle veramente grandi, e sono pochissime, nascono dal dolore che si scioglie in pagine che sono tutta forza e vita e rompono le convenzioni e i confini fissati dai mediocri. Sono grandi perché l'autore vi mette dentro quell'intensità della vita che egli sente sfuggirgli. La ragione c'entra, eccome; ma è una ragione resa tagliente dalle passioni, e a guadagnarne non è soltanto la finezza dell'analisi ma anche la ricchezza della pagina, che si riempie di immagini, di metafore, di esortazioni che seducono la mente e il cuore di chi legge, entrano dritte nell'animo per non abbandonarlo più. Così è Il Principe, ma sarebbe forse meglio dire Dei Principati (De Principatibus), come Machiavelli stesso chiama l'opuscolo scritto nella solitudine dell'Albergaccio. In quello scritto c'è il risultato dei suoi studi sulla storia antica e c'è tutto quello che ha imparato negli anni in cui era segretario e poteva guardare la politica da vicino. Se qualcuno lo leggesse, scrive a Vettori nella chiusa della lettera del 10 dicembre, «vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio all'arte dello stato, non gl'ho né dormiti né giuocati; e doverrebbe ciascheduno aver caro servirsi d'uno che alle spese d'altri fussi pieno di esperienzia». Avrebbe voluto che a leggere il suo saggio fossero i Medici, signori a Roma con il papa Leone X e signori a Firenze con Lorenzo, e soprattutto Giuliano de' Medici, che si trovava presso il papa, al quale pensa di dedicarlo. Spera che leggendolo si rendano conto che egli sa meglio di chiunque altro cosa deve fare un principe, e soprattutto un principe «nuovo», com'erano i Medici nel 1513, per consolidare il suo potere. Spera insomma che gli affidino qualche incarico, foss'anche di poco conto; foss'anche fargli «voltolare un sasso». Non sa se sia meglio andare di persona a Roma per presentare l'opuscolo a Giuliano direttamente o farglielo avere per mezzo di Vettori. Chiede ancora consiglio e aiuto a Francesco Vettori, che a Roma è vicino al papa e a Giuliano de' Medici. Chiedere un favore gli costa molto, ma è costretto dalla necessità. L'ozio forzato lo logora dentro, ha paura di diventare, per la povertà, spregevole a se stesso e agli altri, e un peso, anziché un sostegno, per la sua famiglia. Com'era suo costume, non perché fosse cattivo d'animo, ma perché non era capace a star dietro ai potenti per vincere le loro resistenze e ancor meno era disposto a rischiare la sua reputazione per fare un pò di bene all'amico, Vettori rimane sul vago. Risponde a Machiavelli solo il 24 dicembre: «voi mi scrivete […] che avete composta certa opera di stati. Se voi me la manderete, l'arò cara» e la giudicherò, ancorché non sia competente. Quanto poi al presentarla a Giuliano, si vedrà. Il giudizio arriva nella lettera del 18 gennaio 1514: «ho visto e capitoli dell'opera vostra, e mi piacciono oltre a modo; ma se non ho il tutto, non voglio fare judicio resoluto».

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Fra delusione e speranza
Con queste poche parole, fredde e formali, Francesco Vettori commenta uno dei massimi capolavori di politica mai scritto. Naturalmente si guarda bene dal farlo leggere a Giuliano o al papa; della faccenda non dirà più una sola parola. Quando si rende conto che la sua fatica è stata inutile e che nessuna porta si aprirà per lui, né a Roma, né a Firenze, né in altro luogo, Niccolò si lascia andare, in una lettera del 10 giugno 1514, ad uno sfogo sconsolato e pieno di amarezza, non per muovere a compassione, ma per seppellire ogni speranza: «Starommi dunque così tra' miei pidocchi, senza trovare uomo che della servitù mia si ricordi, o che creda che io possa essere buono a nulla. Ma egli è impossibile che io possa stare molto così, perché io mi logoro, e veggo, quando Iddio non mi si mostri più favorevole, che io sarà un dì forzato ad uscirmi di casa, e pormi per ripetitore o cancelliere di un connestabole [capitano, condottiero], quando io non possa altro, o ficcarmi in qualche terra deserta ad insegnare leggere a fanciulli, e lasciare qua la mia brigata, che facci conto che io sia morto; la quale farà molto meglio senza di me, perché io le sono di spesa, sendo avvezzo a spendere, e non potendo fare senza spendere. Io non vi scrivo questo, perché io voglia che voi pigliate per me disagio o briga, ma solo per sfogarmene, e per non vi scrivere più di questa materia, come odiosa quanto ella può». Il Principe trovò, quando cominciò a circolare in copie manoscritte, e quando fu stampato, pochissimi lettori intelligenti che ne capissero il valore. Trovò, invece, tanti nemici che lo considerarono un'opera maligna, ispirata dal diavolo in persona in cui uno scrittore empio insegna al principe come conquistare e conservare il potere per mezzo dell'avarizia, della crudeltà e della simulazione, servendosi cinicamente della religione come strumento per mantenere i popoli docili. Ci furono anche coloro che considerarono quell'opera come una satira, in cui l'autore, fingendo di insegnare al principe come mantenere il suo Stato, rivela invece ai popoli che il potere del principe si fonda sulla forza, sulla crudeltà e sull'inganno, e dunque insegna ad odiarlo. Ma furono pochi; per i più Il Principe rimase un'opera malvagia e il suo autore, come ha scritto uno degli interpreti più ottusi, un «maestro del male».

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I doveri del Principe
Che cosa aveva scritto Machiavelli per suscitare tanto sdegno? Aveva spiegato che le idee sostenute dai pensatori che avevano scritto prima di lui libri di consigli al principe, e che erano considerati le autorità in materia, erano sbagliate, o meglio valevano solo in determinate circostanze ma non in altre. Quegli autori avevano sostenuto che il principe, se vuole conservare il suo potere e ottenere gloria, deve seguire sempre la via della virtù - essere prudente, giusto, forte e moderato - e possedere quelle virtù che sono proprie dei principi, ovvero la clemenza, la generosità e la lealtà. Machiavelli sostiene invece che un principe che voglia seguire tali insegnamenti in tutte le circostanze non conserverà affatto il potere, ma lo perderà e sarà deriso e dimenticato. Sa bene di andare contro una tradizione di pensiero antica di secoli e mantenuta in vita, ai suoi tempi, da scrittori illustri. Spero di non essere considerato «presumptuoso», scrive nel capitolo XV, se mi allontano dalle teorie dei tanti che hanno scritto prima di me su questa materia. Il mio scopo, aggiunge, è di «scrivere cosa che sia utile a chi la intende»; devo quindi dare consigli basati sulla realtà, non sull'immaginazione. Quelli che hanno scritto delle qualità che il principe deve possedere, hanno immaginato «republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti» esistere nella realtà e hanno insegnato come dovrebbe vivere un principe buono, dimenticando che un principe che voglia essere sempre buono in mezzo a tanti «che non sono buoni» perderebbe inevitabilmente lo Stato. La conclusione del ragionamento è stringente: «è necessario», per un principe che voglia conservare lo Stato, «imparare a potere essere non buono» e a usare, o non usare la sua abilità di essere non buono, «secondo la necessità» (P, XV). Enunciata la tesi generale, Machiavelli, con il coraggio e l'irriverenza che solo i grandi hanno, demolisce pezzo per pezzo la dottrina convenzionale. Il buon principe, si era detto per secoli, ripetendo antichi precetti, non deve imitare né il leone, feroce e brutale, né la volpe, astuta e ingannatrice, ma deve governare con le virtù; non deve cercare di farsi temere ma di farsi amare dai suoi sudditi: nessun principe - questa la conclusione - è più sicuro sul trono di chi è circondato dall'amore dei sudditi. Un principe, soprattutto un principe che non ha ancora consolidato il suo potere, deve invece, per Machiavelli, «sapere bene usare la bestia e lo uomo» e della bestia pigliare ad esempio «la volpe et il lione: perché il lione non si difende da' lacci, la volpe non si difende da' lupi»; bisogna dunque «essere volpe a conoscere e lacci, e lione a sbigottire e lupi» (P, XVIII), Esattamente l'opposto di quello che dicevano gli scrittori che si ispiravano agli antichi, soprattutto a Cicerone. Con uguale spregiudicatezza mette da parte anche la dottrina secondo cui il buon principe deve essere generoso, coprire gli amici di doni e benefici e vivere sontuosamente. Un principe che voglia seguire questo consiglio e conquistare la reputazione di «liberale» finirà, per beneficare pochi, con il consumare tutte le sue sostanze. Per conservare la sua reputazione dovrà allora gravare il popolo di tasse («essere fiscale»). Queste misure lo renderanno odioso e poco stimato, con grande pericolo per il suo principato. È dunque più saggio, conclude, «tenersi el nome del misero [parsimonioso]», portatore di una infamia senza odio, che «per volere el nome del liberale, essere necessitato incorrere nel nome del rapace, che partorisce una infamia con odio» (P, XVI). Un ragionamento analogo Machiavelli lo ripete per la crudeltà. Il principe deve certo desiderare, come insegna la dottrina classica, di essere considerato pietoso e clemente, ma deve non di meno stare attento a «non usare male questa pietà». Per non voler essere giudicati crudeli, ad esempio, i fiorentini lasciarono che le fazioni distruggessero Pistoia; Cesare Borgia, al contrario, era giudicato crudele, ma con la sua crudeltà riordinò la Romagna e la rese unita e pacifica. Un principe, e in particolare un principe nuovo, non deve dunque preoccuparsi di essere chiamato crudele, se è necessario per farsi rispettare dai sudditi e tenerli uniti (P, XVII). Per avere una conferma ulteriore di quanto fosse radicale la critica di Machiavelli alla dottrina classica del buon principe, basta tenere presente che Cicerone aveva scritto, e dopo di lui tutti lo avevano ripetuto in varie salse, che «nulla di crudele può mai essere utile» (De Officiis, III. XI. 4). Bisogna distinguere, ribatte l'impertinente Machiavelli, fra crudeltà «male usate» e crudeltà «bene usate». Bene usate, spiega, «si possono chiamare quelle, - se del male è lecito dir bene, - che si fanno ad uno tratto, per la necessità dello assicurarsi: e dipoi non vi si insiste dentro, ma si convertono in più utilità de' subditi [dei sudditi] che si può. Male usate sono quelle le quali, ancora che nel principio sieno poche, più tosto col tempo crescano che le si spenghino» (P, VIII). Cicerone e gli umanisti sostenevano che nessuna cosa e più efficace «a difendere e mantenere il potere che l'essere amato», nessuna «più contraria che l'essere temuto». Risponde Machiavelli: «si vorre' essere l'uno e l'altro [amato e temuto]»; ma perché è difficile essere amato e temuto ad un tempo, «è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbi a mancare dell'uno delli duoi» (P, XVII). Un ragionamento analogo, infine, vale per la lealtà. Nessuno nega, scrive Machiavelli, che sarebbe lodevole per un principe mantenere la parola data «e vivere con integrità e non con astuzia». Non di meno l'esperienza dei nostri tempi dimostra che i principi che hanno tenuto poco conto della fede e «hanno saputo con l'astuzia aggirare e cervelli delli uomini», hanno «fatto gran cose», e hanno prevalso su quei principi che sono stati leali (P, XVIII). In un alternarsi di pagine tutte nervi, vita e storia, Machiavelli disegna i tratti del principe nuovo che deve essere capace di «non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato» e spiega in che cosa consista quell'atte dello Stato che egli conosce da vero maestro. Sa bene che un principe che voglia fare grandi cose deve essere in grado di combattere contro leoni come Giulio II e volpi come Ferdinando il Cattolico di Spagna, o ancora contro principi che sanno essere l'uno e l'altro, come Cesare Borgia. Vuole insomma un principe che sappia vincere, non un altro Pier Soderini, che perse Stato e patria per timore di essere ricordato come crudele.

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L'utopia di Machiavelli
Perché il suo principe deve imparare a vincere lo spiega nell'ultimo capitolo, l'Esortazione a pigliare l'Italia e liberarla dalle mani dei barbari, considerata dai tanti che non hanno capito nulla del Principe un'aggiunta estranea al resto del libro. Il principe che Machiavelli sogna è un uomo meraviglioso e raro capace di redimere l'Italia dalle «crudeltà et insolenzie barbare», ovvero dal dominio straniero. Come i grandi redentori dell'antichità, in primo luogo Mosè, potrà contare anch'egli sull'aiuto di Dio. Se per vincere dovrà entrare nel male, Dio resterà al suo fianco e gli sarà amico, perché sa che la sua opera è giusta. Machiavelli non ha mai insegnato che il fine giustifica i mezzi o che al politico è lecito fare ciò che agli altri è proibito; ha insegnato che chi si impegna per realizzare un grande fine -liberare un popolo, fondare Stati, imporre la legge e la pace dove regnano l'anarchia e l'arbitrio, riscattare una repubblica corrotta - non deve temere di essere giudicato crudele, o avaro, ma saper fare quanto è necessario a realizzare l'opera. Così sono i grandi, così voleva che fosse un principe nuovo. In un primo momento Machiavelli aveva pensato di dedicare Il Principe a Giuliano de' Medici, come ho detto. Lo dedicò invece a Lorenzo, il nipote di papa Leone X, che dall'agosto del 1313 era di fatto il capo del regime mediceo in Firenze. Anche nella dedica, scritta fra il settembre 1315 e il settembre 1316, sottolinea che il cuore del libro sono le azioni degli uomini grandi: «non ho trovato intra la mia suppellettile cosa quale io abbia più cara o tanto existimi [stimi], quanto la cognizione delle actioni delli uomini grandi, imparata da me con una lunga experienzia delle cose moderne et una continua lectione [lettura] delle antiche». Chi leggerà questo opuscolo, aggiunge, potrà imparare in «brevissimo tempo» quello che io ho imparato in tanti anni e con tanti «mia disagi». Avverte subito, tuttavia, che non lo ha riempito di frasi ad effetto e di preziosismi letterari, perché la materia trattata è grave, e grave e chiaro deve essere lo stile. Machiavelli sa bene che Lorenzo, come gli altri Medici, nutre per lui una profonda diffidenza dovuta in parte al fatto che egli è un popolano mentre essi sono grandi, in parte al fatto che egli era stato segretario durante la repubblica di Soderini, ed accusato, per di più, di essere implicato nella congiura di Boscoli e Capponi. Per cercare di rimuovere la prima causa della diffidenza ricorre alla sua arte di maestro delle parole: «così come coloro che disegnano e paesi si pongono bassi nel piano a considerare la natura de' monti e de' luoghi alti e, per considerare quella de' luoghi bassi si pongono alto sopra monti, similmente, a conoscere bene la natura de' populi, bisogna essere principe et, a conoscere bene quella de' principi, conviene essere populare. E per rimuovere i sospetti politici, proclama il suo desiderio che Lorenzo «pervenga a quella grandezza che la fortuna e l'altre sua qualità le promettano».

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